stoppa2Ho conosciuto Alfredo Stoppa ai tempi del liceo, quando frequentavo la libreria cooperativa di cui era socio lavoratore, passando i pomeriggi a leggere tanto ma comprando poco. Erano gli anni di piombo, del rapimento Moro e della morte di Berlinguer.

Qualche anno dopo Alfredo aprì il Becco Giallo, così si chiamava il nuovo negozio, e io presi a frequentare gli scaffali dov’erano i testi di letteratura che per me era innanzitutto letteratura russa, ma anche Le Carre e Semionov. Alfredo, di tanto in tanto, senza girare troppo in tondo, dava un consiglio, proponeva un titolo, mi metteva in mano un libro: dal Castello dell’Inglese di de Mandiargues a L’ultima corrida di Hemingway di Nagibin, da Vanja di Kuzmin al Romanzo senza bugie di Anatolij Marengof, oppure il Silenzio del mare di Vercors.

Passavano gli anni e Alfredo incominciava ad accarezzare l’idea di farli da sé, i libri. Così un giorno la libreria diventò una casa editrice di album illustrati che ci fece conoscere Lisbeth Zwerger, Roberto Innocenti e Kweta Pacovska. Ottenne premi importanti, fra cui il Premio Gianni Rodari 1997 con il libro di Vivian Lamarque Il bambino che lavava i vetri, il premio Alpi Apuane nel 1997 come miglior editore dell’anno e nel tempo ben sette Premi Andersen.

Benché sostanzialmente Alfredo sia un romantico, fece un errore sentimentale e invece di chiamare la sua casa editrice: ‘..e vissero felici per sempre’, la chiamò: “c’era una volta”. Ovviamente la cosa non poteva durare. Nonostante tutto, Alfredo dimostrò una certa lungimiranza perché ancora oggi, quando ci s’incontra per strada o in una biblioteca e inevitabilmente si parla di libri, prima o poi qualcuno dice: “C’era una volta, una casa editrice che faceva libri molto belli”.

Il passaggio successivo fu la famosa discesa in campo, sia di chi ci andò a governare, sia di Alfredo: i libri decise di scriverli da sé. Ma, a differenza del primo ministro, che fu il disastro che sappiamo, Alfredo dimostrò di essere molto bravo e di saper scrivere libri belli e importanti dei quali forse questa sera ci dirà qualcosa, forse no.

Io vi cito alcuni titoli:

Il paese del vento e il paese della nebbia, Di tanto in tanto tondo tondo, Una storia che sa di mare, La corriera che va al mare, La porta illustrato da Brunella Baldi (Lineadaria Editore, 2008); Quanto mare (Falzea, 2008) e L’amico diverso (Il coscile, 2008) entrambi illustrati da Sonia M.L. Possentini; Storie d’acqua illustrato da Chiara Balzarotti (Eventi & Progetti, 2008); Ciao illustrato da Alessandro Sanna (Falzea, 2007); L’amico del vento illustrato da Vittoria Facchini (La Biblioteca di Tolb, 2006); Una bambina coraggiosa illustrato da Maurizio A. Quarello (Boeheme Press, 2006); Due occhi due nonni illustrato da Pia Valentinis (Orecchio acerbo, 2007); L’ultimo della classe illustrato da Pia Valentinis (Città Aperta, 2008) e Chi perde è un’acciuga illustrato da Nino Ferrara (Tolb, 2008).

Il pregio di Alfredo è di saper usare la lingua italiana in modo così raffinato e creativo, cos poetico e suadente, da farsi perdonare ogni burbera asperità di cui è apace, soprattutto con gli amici. Rileggendo i suoi racconti mi sono accorto di un tratto del suo carattere che é tutto il contrario di quello che con ironia vi ho dipinto finora: la timidezza; perciò egli tenta di nascondere la bellezza dei suoi testi tra le pagine finemente illustrate dei suoi libri. Spesso i testi dei libri illustrati sono mero contorno rispetto alle immagini; altre volte sono prepotentemente prevalenti costringendo le immagini a un ruolo ancillare, decorativo.

Nei libri di Alfredo, sembra invece che le illustrazioni scaturiscano dal testo, quasi per magia, mentre Uno sfoglia le pagine, accarezza le righe con lo sguardo e sussurra le parole: parole così belle che fioriscono subito in immagini. Parole che ‘sfidano la voce fracassona del mare’ oppure ‘perse tra le onde di quel mare viola che lancia la sua schiuma a spintoni verso la spiaggia’ e dove in lontananza si vedono ‘nuvoloni scuri seduti sull’acqua’.

‘..parole che vanno su e parole vanno giù, parole lunghe come un raffreddore e parole corte come un amore, parole azzurre di lontananza e grigie di circostanza, parole dolci per incantare e parole amare per spaventare?’.

Parole che dipingono immagini familiari a bambini e adulti, parole che appena pronunciate trasformano il camion che fa la voce grossa, in un padre burbero; e viceversa, il padre burbero in un camion rumoroso e inquinante; l’onda bandita che ruba il castello di sabbia, in una maestra pedante che ruba la fantasia ai suoi alunni; e viceversa, la maestra pedante in un’inarrestabile onda del mare rispetto al cui opprimente senso di realtà le effimere costruzioni dell’immaginario infantile sono castelli di sabbia destinati (per il momento) a soccombere.

Uno dei motivi per i quali ho pensato che sarebbe stato bello avere Alfredo qui in PICCOLI&grandi, riguarda la sua capacità di esplorare e disvelare con delicatezza e poesia, il passaggio dall’immagine alla parola e dalla parola all’immagine. Questo passaggio, che noi chiamiamo simbolizzazione se preso in un verso e immaginazione se preso nell’altro, cattura il nostro interesse di educatori e terapeuti, di genitori e di lettori.

Avendo la fortuna di trascorrere le nostre giornate con bambini piccoli, più piccoli di tre anni, in ogni momento possiamo assistere alla sorpresa per cui un’emozione si agglutina in una immagine e l’immagine si condensa in una parola nuova che quel tal bambino non ha mai pronunciato prima e che nasce alla sua mente come un pesce guizza improvviso fuori dall’acqua; oppure al contrario lo vediamo trasognare mentre noi gli parliamo con parole oscure e complicate o così impreviste alla sua mente che nel suo mondo interno prendono le forme e i colori più imprevedibili e strani.

Non dico altro, però mi piacerebbe se tra i milioni di parole che Alfredo lancerà per aria questa sera, ne svolazzasse qualcuna capace di raccontarci l’emozione che lui prova quando nella sua mente nasce una nuova parola e una nuova immagine scaturisce dalle parole. Per il resto lascio a lui la scelta di raccontare ciò che vuole, permettendogli, conoscendolo, di parlare fino all’alba.