tre giorni e un bambinodi Alessandra Rampani

Il titolo di questo scritto ardisce parafrasare il racconto di Abraham Yehoshua Tre giorni e un bambino.

Scritto dal nobel israeliano nel 1965, il racconto vede protagonisti un uomo e il figlio della donna amata con la quale non ha potuto o saputo intessere il legame che avrebbe desiderato.

Yali ? un bambino di tre anni, bruscamente congedato dal padre a Ze?ev per concedersi, assieme alla compagna, la possibilit? di preparare degli esami di ammissione per una facolt? universitaria. Yali ? affidato a Ze?ev per tre giorni.

Con il suo linguaggio a met? fra il surreale, l?onirico e l?allusivo, Yehoshua tratteggia il percorso emotivo e affettivo che si dispiega fra l?adulto e il bambino.

Un adulto che vive nello struggente ricordo dell?amore impossibile, in un misto fra indifferenza, rabbia, delusione che riaffiorano con prepotenza, sollecitate dalla somiglianza di Yali alla propria madre.

Nell?intreccio del racconto si aggiungono le figure di Yael, la convivente di Ze?ev e Zvi, anch?egli bloccato da un amore non corrisposto, affetto da un?ipovisione che non gli impedisce per? di cogliere il dispiegarsi dei cambiamenti interiori. Zvi condivide con Yael un?attenzione quasi ossessiva per la catalogazione di forme di vita naturali, piante ed esseri viventi. Ma la depressione si rivolge contro questo personaggio, vittima dei propri atti mancati e delle proprie dimenticanze. Un serpente lasciato incautamente perdersi nell?appartamento di Ze?ev lo morde per finire esso stesso annientato. Sul destino di Zvi cala l?ombra di un tragico epilogo che pure segna la svolta nello svolgersi della vicenda narrativa.

L?ambivalenza segna con ritmo serrato i sentimenti e i pensieri descritti da Ze?ev alle prese con Yali. Ze?ev ? un uomo che non solo appare incapace di occuparsi di bambini ma che coltiva la fantasia di essere risarcito, attraverso il figlio della donna desiderata, dell?irrisolutezza e incompiutezza della propria vita.

All?eccitazione di un programma di intrattenimento sregolato per la prima giornata da ?educatore? corrispondono in un continuo contrappunto fantasie di perdere, dimenticare, eliminare il bambino stesso.

Al compiacimento per l?apparente indifferenza di Yali per la sua situazione di abbandono da parte dei genitori, fa eco l?insofferenza per la gravosit? del compito cui il protagonista si trova costretto. Cos? le proposte di gioco e di attivit? risuonano come sadiche imposizioni, il giocattolo donato pare una punizione inferta per la colpa di non corrispondere, in un modo o nell?altro, a un ideale di bambino passivo, facilmente addomesticabile e assecondante.

Yehoshua non teme di descrivere con immediatezza le fantasie e i sogni di Ze?ev che vedono Yali, febbricitante dopo la prima giornata, ineluttabilmente morto.

I genitori sono colpevoli di aver abbandonato il proprio figlio, di non ricordarsi abbastanza di lui o di ricordarsene con eccessiva sollecitudine. Il delirio onnipotente del protagonista lo spinge a fantasticare di poter prendere il posto del bambino stesso nella mente dei genitori e della madre, come responsabile della morte del bambino ma insieme ultimo testimone della sua storia.

? Yali, che riemergendo solo, con le proprie risorse, dal luogo dove viene dimenticato, introduce nel racconto il senso della mancanza e il dolore della perdita.

? il suo pianto disperato che riporta un senso di realt? al clima paralizzato della storia. I genitori non sono stati rimossi, sono presenti dentro di lui e, nel momento in cui possono essere davvero nominati, anche la malattia si avvia verso il processo di guarigione. L?introduzione delle parole, della narrazione, permette allora a Ze?ev di svolgere la propria funzione genitoriale vicaria.

Il lettore attento sorride quando i libriccini che fanno parte della piccola valigia con cui Yali ? stato consegnato possono essere gettati gi? dalla finestra. Si coglie quanto poco senso hanno storie gi? scritte, affidate alla stampa senza un pensiero sul bambino a cui sono destinate. La storia terribile e intricata che Ze?ev inventa per Yali non ? una favola per bambini eppure ? la drammatizzazione parzialmente consapevole di quanto l?adulto e il bambino hanno insieme attraversato lungo le loro giornate. ? nell?ascolto di questa storia che si gettano le basi di una relazione pi? equilibrata, meno esposta alle ondate paranoidi dell?ambivalenza. Yali coglie cos? che le fiere del bosco appartengono alle bestie che in parte hanno rischiato di travolgerlo.

Il lupacchiotto, unico superstite nella strage della storia, ? il bambino stesso che viene finalmente riconsegnato ai propri genitori dopo un viaggio di ritorno sulle spalle di Ze?ev, questa volta sicure.

Ma Yehoshua ha cura di non consegnare al lettore un ideale lieto fine. Mentre Ze?ev propina un racconto spavaldo e illusorio dei tre giorni trascorsi insieme, il bambino ascolta silenzioso e sentenzia che non tutto ? andato bene. ?Ho vomitato?, precisa.

Il non digerito attiene alle proiezioni cui ? stato esposto, agli attacchi dell?invidia e dell?odio e insieme dell?attaccamento adesivo. Non digerita ? d?altra parte anche la separazione cui ? stato costretto.

Del percorso di elaborazione compiuto dai genitori di Yali poco possiamo sapere. La coppia chiusa nella biblioteca forse intuisce che qualcosa ? loro sfuggito e che gli interrogativi dell?esame che hanno sostenuto superavano lo stato attuale della loro preparazione.

Ze?ev fa rientro a casa. La contraddizione matematica su cui la sua tesi di laurea si ? arenata appare forse superabile. Ed anche la sua compagna pu? forse rinunciare alla ricerca ossessiva del particolare per poter andare incontro alla realt? comune. Comune nel senso di condivisibile e comprensibile e dunque anche finalmente piacevole.

Il racconto di Yehoshua trova alcune corrispondenze nel lungometraggio polacco Kolja (film di Jan Sverak, prodotto nel 1996 nella Repubblica Ceca). Louka Frantisek, violoncellista nella Praga del 1988, che per ragioni politiche ha smesso di suonare nell?orchestra di cui era parte, sbarca il lunario eseguendo brani durante i funerali e restaurando iscrizioni tombali. La sua vita scorre con un ritmo calmo, in compagnia di un certo numero di amanti.

Kolja ? il figlio di una giovane donna russa che ha pagato per un matrimonio che le avrebbe conferito la nuova cittadinanza, necessaria per poter emigrare ancora pi? a occidente, in Germania ovest. Kolja ha cinque anni e non conosce una parola di ceco.

Lasciato improvvisamente dalla madre che sparisce con l?uomo di cui ? innamorata, ? affidato alla nonna che muore per un malore nell?arco di pochi giorni.

Louka ? il tutore legale, chiamato a occuparsi del bambino.

La relazione fra i due protagonisti ? narrata con delicatezza, attraverso lo sguardo stupito del bambino e quello burbero e pure spaventato dell?adulto. Lentamente, attraverso un processo di osservazione reciproca, Louka pu? avvicinare i bisogni del bambino, mettendo a sua disposizione le proprie risorse e soprattutto i suoi pensieri. Una delle amanti di Louka diviene la racconta fiabe telefonica in lingua russa. Dalla soffitta della casa nativa del patrigno viene rispolverato un teatrino di burattini e Kolja pu? provare l?emozione di far vibrare le corde di un violino tutto suo.

La separazione finale cui i due protagonisti sono costretti, in buona parte scontata, pure riesce a conservare toni pacati, senza scivolare nell?idealizzazione o in una plateale disperazione. Il commiato fra Kolja e Louka avviene in aeroporto, alla presenza della madre cui finalmente pu? ricongiungersi. Il regista riesce a interpretare l?ambivalenza del bambino, felice e arrabbiato insieme di rivedere la madre; l?ambivalenza di Louka, il cui lavoro di cura appare poco riconosciuto e che torner? probabilmente alla propria vita, con un senso di mancanza in pi?; infine il senso di colpa della madre, che ha lasciato il figlio in vista di una prospettiva di vita forse migliore.

All?entusiasmo del primo volo di Kolja si mescola la commozione di una separazione dolorosa ma che potr? essere pensata e su cui gi? si stende il velo della nostalgia.

Questi sguardi alla letteratura e al cinema ci consentono di avanzare alcuni pensieri sul lavoro di cura che quotidianamente ci vede impegnati. Cura in ambito educativo e cura anche in ambito terapeutico.

Un incontro fra sconosciuti

Un primo aspetto su cui vorrei soffermarmi ? l?accidente, il caso che sembra governare l?incontro fra adulti e bambini.

A Ze?ev e Louka i bambini sono consegnati per caso e insieme per forza. La cura dei piccoli ? un compito cui gli adulti, loro malgrado, non possono sottrarsi.

Non ? concesso tirarsi indietro per le circostanze particolari della realt? in cui si svolgono queste vicende, ma forse non ? nemmeno possibile per l?istinto di vita di cui questi bambini sono portatori. Potremmo aprire una riflessione sugli esiti e le derive che incombono su una societ? che abdica alla cura dei piccoli, che risponde falsamente ai loro bisogni proponendo soluzioni solo parzialmente organizzative, incapace di avvicinare gli affetti e i legami familiari cui ogni bambino appartiene.

Quando un nuovo bambino si affaccia sulla soglia del nido, per mano al proprio genitore, siamo al cospetto di un incontro nuovo, del tutto unico.

Analogamente, quando ad una prima seduta il nostro sguardo di terapeuti si posa su quello di un nuovo paziente, sentiamo di non sapere nulla di lui.

Penso sia importante recuperare nella pratica quotidiana di ciascuno quell?ignoranza buona di cui hanno parlato, con sottolineature diverse, Bion, Ferro, Ogden. L?accumularsi del tempo e dell?esperienza indubbiamente contribuiscono a consolidare negli operatori dell?infanzia una certa sicurezza, una buona dose di attenzione, spesso rassicuranti. Come dimenticare il carico d?ansia dei primi incontri con bambini e genitori, agli inizi del tirocinio, nel corso dei primi colloqui clinici? ? difficile rimpiangere il penoso senso di totale inesperienza e di impreparazione con cui ci si trovava a fare i conti. Eppure credo che un buon grado di smarrimento debba essere recuperato e custodito ad ogni nuovo incontro.

Solo se ci avviciniamo al bambino come a un piccolo mistero, portatore di pensieri suoi, di una storia personale di cui poco possiamo gi? conoscere, a dispetto dei colloqui di pre-inserimento, potremo tenere viva la curiosit? e il desiderio di voler guardare, un poco alla volta, nella piccola valigia che egli reca con s?.

Potremo renderci conto che non tutti i bambini amano lo zoo, la piscina oppure i travasi o i travestimenti. Potremo tollerare che occorre pazienza per poter sapere qualcosa di autentico l?uno dell?altro, spesso ben pi? di tre giorni. Potremo, nell?attesa che la relazione maturi, permetterci di usare del tempo solo per osservare e infine sentire che la nostra fantasia non ? ancora esaurita e che ci sono delle storie nuove che attendono ancora di essere raccontate.

E pure il bambino non sa nulla di noi. La tentazione di pensare che sia solo il bambino la persona cui ? dato il compito di ambientarsi ? facilmente a portata di mano. Vi ? non poca supponenza e superficialit? nel ritenere che i piccoli debbano essenzialmente adattarsi a una situazione, quale quella del nido o anche della stanza d?analisi, per raggiungere l?esito finale di un buon grado di conformismo a quel luogo particolare. I bambini hanno bisogno di tempo non solo per intuire le routine, le prassi di una nuova comunit?, per abbozzare le prime relazioni con gli altri bambini. Occorre attendere per capire anche chi ? l?adulto che sta loro di fronte. I piccoli sono interessati a conoscere non solo cosa faranno o come saranno accuditi dal nuovo adulto che incontrano, ma anche cosa egli pensa, quali idee, affetti, emozioni abitano la sua mente.

Si tratta quindi di mettersi reciprocamente in gioco in una relazione assai pi? impegnativa di un rapporto di mera sorveglianza, accettando che i bambini possano, con la loro acutezza, mettere a nudo le nostre parti pi? vulnerabili ma anche pi? creative e vitali.

L?odio dell?educatore

Parlare di odio a operatori d?infanzia, odio nei riguardi dei bambini, pu? risuonare come una scelta terminologica fuori luogo, violenta. La mentalit? comune vorrebbe che i bambini siano sempre oggetto d?amore, sebbene questo amore a volte si traduca nelle forme false dell?intrattenimento, dello stordimento o dell?imposizione rigida di regole.

Melanie Klein[1] per prima ha descritto come amore e odio siano i movimenti fondamentali che segnano, con il loro alternarsi pi? o meno burrascoso, gli albori della vita mentale del neonato in relazione a sua madre. Amore e odio, nel gioco delle proiezioni reciproche, appartengono sia al bambino sia agli adulti che si occupano di lui. Sappiamo che ? soltanto attraverso una capacit? di contenimento materno sufficientemente buona che il neonato pu?, un poco alla volta, essere meno preda dei propri attacchi avidi e dare spazio a un?immagine interna di madre ?riparata?, capace di resistere ai moti dell?invidia. Una madre che se ne va, ma potr? sempre tornare; che sar? in grado, ancora una volta, di nutrire. Una madre cos? ? il genitore verso il quale pu? sorgere il senso sanamente depressivo della mancanza.

Sappiamo come queste dinamiche siano destinate a riproporsi sulla scena delle relazioni future che il bambino, crescendo, incontrer?, soprattutto nei rapporti di dipendenza.

Non dobbiamo stupirci dunque se amore e odio siano i connotati essenziali anche delle relazioni in ambito educativo. In ambito clinico, l?analisi, l?interpretazione e l?elaborazione dell?ambivalenza sono l?essenza stessa del lavoro terapeutico, come ricordava Winnicott ne L?odio nel controtransfert[2].

Ze?ev odia il piccolo Yali in modo consapevole, provocante. Il disinteresse e la noncuranza urtano la sensibilit? del lettore. Riflettendo nella nostra pratica, dai protocolli di osservazione, ? forse possibile ritrovare tracce, piccoli segni di emozioni della stessa matrice di quelli di Ze?ev. Difficilmente qualcuno di noi avr? il compito di occuparsi del figlio del proprio amore mancato in adolescenza, ma tutti sappiamo cosa pu? significare sentirsi ostaggio di un bambino, delle sue richieste o della sua apparente indifferenza, dell?ansia di riempire il tempo di una giornata o del desiderio evasivo di restare lontani da qualunque coinvolgimento nel gioco e negli affetti. I bambini, soprattutto i bambini molto piccoli, hanno il potere di condurre l?adulto che li osserva nei luoghi pi? nascosti del proprio mondo interno e della propria storia, in un gioco di oscillazioni spesso improvvise fra sentimenti appaganti o di impotenza. L?infant observation, dalla sua proposta originaria fino a tutte le sue applicazioni, testimonia ed evidenzia come sia sufficiente osservare un neonato per venire a contatto con questa esperienza.

Siamo persuasi che sia possibile attraversare l?ambivalenza e l?odio che ogni bambino, in misura diversa, sollecita nella relazione, solo attraverso il passaggio dell?osservazione, dello sguardo attento, del pensiero che sa ritornare sul proprio lavoro, in un momento ?altro?, meno occupato dal fare e dalle urgenze.

Occorre poi che i fatti e i pensieri raccolti trovino un luogo in cui essere depositati, dopo la pagina del protocollo osservativo. ? nell?ambito del lavoro di supervisione dell?equipe educativa che pu? essere completato il percorso di elaborazione dei sentimenti sperimentati nel lavoro educativo. ? facendo esperienza di un luogo in cui le proprie domande trovano ascolto e sono condivise, che pu? essere rinnovata, ancora una volta, la propria capacit? di contenere e pensare, ancora una volta, ai bambini.

Si tratta di un processo aperto, mai concluso, dove occorre deporre l?idealizzazione e l?illusione che sia possibile risolvere e affrontare in poco tempo gli interrogativi e le difficolt?. Assai raramente una supervisione potr? concludersi con semplici indicazioni operative. Pi? spesso ci saluteremo con l?impressione di aver fatto affiorare uno o forse due pensieri che ci avvicinano a quel particolare bambino ma che molto ancora ci sfugge di lui. Quello stesso bambino potrebbe presentarsi di nuovo, dopo qualche tempo, in una nuova osservazione, con sottolineature diverse, con accenti nuovi e, di nuovo, dedicheremo del tempo a lui e alla sua famiglia.

In questa circolarit? di pensare – fare – osservare si costruisce la relazione, allo stesso modo di una madre che si occupa del proprio neonato un giorno dopo l?altro.

La solitudine dei genitori

Un terzo pensiero riguarda i genitori di Yali e la madre di Kolja.

Entrambe queste famiglie restano sullo sfondo del racconto letterario e cinematografico eppure al tempo stesso ne sono la chiave di volta. Senza la separazione forzata dei bambini da questi genitori, tutto l?impianto letterario verrebbe meno.

? facile identificarsi con i figli di queste madri, costretti a un duro e prematuro lavoro di elaborazione di una distanza che probabilmente non sono stati preparati ad affrontare. L?ambivalenza di Ze?ev e Louka trova terreno fertile proprio nella colpa che attribuiscono a un comportamento distaccato, trascurante.

Eppure vi ? forse anche una solitudine profonda che occupa la mente di questi adulti. Non solo una penuria di risorse, di aiuti pratici, di soluzioni organizzative, ma anche una mancanza di condivisione, di sostegno nel difficile compito di cura, nell?arduo e forse impossibile lavoro di integrare e conciliare davvero genitorialit? e lavoro, l?attenzione ai figli e le urgenze imposte dalla realt?, l?amore per il proprio bambino con una certa benevolenza per le proprie personali inclinazioni.

Nelle storie che abbiamo ripercorso compaiono madri e padri che adottano soluzioni improvvisate, eppure le uniche cui possono accedere.

L?occhio giudicante dell?educatore di turno non risparmierebbe loro ammenda per quanto di meglio avrebbero potuto fare ma allo stesso tempo rischierebbe di non cogliere quanto, nella loro misura,? hanno potuto essere per i propri figli.

Se Yali e Kolja possono abbracciare nuovamente la loro mamma ? perch? questa ha saputo insediarsi nel loro mondo interno come immagine buona, non perfetta ma comunque riparabile e perdonabile.

Legittimamente questi bambini hanno un prezzo da aggiungere nel conto dei propri genitori, ma possiamo sperare che questo conto non sar? insanabile. Anzi, sar? proprio il congedo dai loro ?educatori? ad avviare questo processo di riconciliazione. Il ridimensionamento di Ze?ev e lo sguardo non giudicante di Louka che incrocia quello della madre potranno sciogliere genitori e figli dall?empasse rischiosa di non potersi pi? davvero incontrare.

? la capacit? di riprendere ciascuno la propria via, mettendo da parte l?onnipotenza di poter occupare per intero la vita affettiva dell?altro, che attenua i rischi di una relazione totalizzante. ? lo stesso ridimensionamento che sperimentiamo al termine di una giornata al nido o di una seduta.

Quanto pi? i genitori saranno sostenuti nel proprio compito educativo e affettivo, tanto pi? sar? possibile condividere il dolore della separazione e dunque anche ritrovarsi con gioia.


[1] Klein, M. (1969). Amore, Odio e Riparazione. Roma: Astrolabio.

Klein, M. (1957). Invidia e gratitudine. Firenze: Martinelli.

[2] Winnicott, D. W. (1949). L?odio nel controtransfert. In Dalla Pediatria alla psicoanalisi. Firenze: Martinelli (1975).