pimpaLa logica della Pimpa. Stefano Fregonese

Qualche anno fa si presentarono al Nido di c.so di P.ta Ticinese, da cui è generata la cooperativa Spaziopensiero e il Nido P&g, e dove svolgevo attività di formazione alle educatrici e di sostegno alla genitorialità, due giovani bocconiani, neopadri, maritati rispettivamente con un’educatrice di nido e con una psicologa. Conti alla mano e una buona dose di arroganza nello sguardo, volevano rilevare la struttura per farne parte di un franchising: alla matura maestra che da un decennio conduceva il nido con professionalità educativa, creatività ‘alla Pimpa’ ed economia domestica, e che mi aveva in tutta fretta chiamato per sostenerla nell’incontro, paventandolo foriero di turbamento, i due pronosticarono “l’uscita dal mercato” in capo a 12 mesi.

Quando facemmo notare loro che “l’oggetto del business” erano bambini e relazioni e non elettrodomestici o bulloni, e che le relazioni con le famiglie del quartiere erano un capitale difficilmente quantificabile, si guardarono imbarazzati cercando reciproco conforto di fronte a una vaga sensazione di straniamento, allo sconvolgimento della loro percezione della realtà. I due se ne andarono, come la volpe che abbandona la vigna a bocca asciutta, lasciandosi alle spalle qualche sprezzante commento sull’inadeguatezza della struttura che, fino a pochi minuti prima di incassare uno sdegnato rifiuto, avevano decantato come ottimale ai fini del loro progetto.

Più recentemente, nel presentare domanda di accreditamento come gestore di Nidi Comunali per conto di Spaziopensiero la cooperativa sociale che presiedo, in consorzio con altre cooperative abbiamo dovuto essere nei conti assai più rigorosi dei due protervi bocconiani. I vincoli imposti dal comune sono davvero stretti e paradossali per chi ritiene che gli standard minimi richiesti non siano sufficienti per svolgere un lavoro di qualità: per esempio, l’obbligo di servirsi della societàdi ristorazione che detiene il monopolio della refezione scolastica a Milano rappresenta un onere economico e un impedimento non solo a offrire una refezione di qualità, ma anche ad avviare una politica di altraeconomia e di promozione di nuovi stili di vita, uno dei punti di innovazione che caratterizza il nostro concetto di Nido.

Predisporre un bilancio in pareggio non è cosa da poco in un ambito dove scarseggiano le risorse. Ma mantenere la posizione no profit, che ha una sua arroganza etica, è più facilmente coniugabile con l’aspettativa del genitore che qualcuno si prenda cura del proprio bambino ma non ne voglia trarre vantaggio. Si tratta di una valenza psicologica e non economica. Assumendo un altro punto di vista, si tratta di tenere insieme il costo psicologico che viene dall’accogliere un bambino nuovo e prendersene cura e il vantaggio economico che ne deriva. Quando, come succede nei Nidi profit, questi due aspetti sono scissi si crea un conflitto tra chi amministra – e considera ogni bambino in più una fonte ulteriore di reddito – e chi educa – e considera ogni bambino in più un costo emotivo difficile da sostenere se si oltrepassa una certa soglia -.

Come dice Musil, non si edifica nulla senza cavar le pietre altrove. Chi edifica network di nidi in franchising cava le pietre dalle fondamenta stesse dell’edificio che vuole innalzare: la relazione tra adulto e bambino. E’ per questo che la logica liberista applicata all’ambito educativo e in particolare a quello dei servizi per l’infanzia non funziona.

Allo stesso modo ogni tentativo di trasporre logiche gestionali mutuate da altri ambiti, a quello dei servizi per l’infanzia, incontra evidenti difficoltà di applicazione. Ciò vale sia per le problematiche relative alla gestione del personale, sia per esempio all’articolazione degli orari dei servizi. Su quest’ultimo aspetto, l’estensione dell’orario di apertura dei servizi per l’infanzia, diffidiamo dalle proposte che derivano da un’interpretazione bottegaia della politica di conciliazione dei tempi per la famiglia e dei tempi per il lavoro. Servizi aperti 12 ore al giorno 6 giorni la settimana 47 o 52 settimane all’anno si possono immaginare solo partendo da un progetto educativo che determina quali sono i tempi che un bambino può sostenere al nido e poi conciliarli con i tempi di lavoro dei genitori. Applicare la logica dell’estensione dell’orario mutuandola dall’esperienza dei supermercati non permette di fare molta strada: se mi cambia la cassiera mentre sto per pagare la spesa è un conto; se al risveglio dal riposo pomeridiano il bambino non trova più l’educatrice che l’ha cullato per addormentarlo, è un altro.

La logica economica liberista funziona poco, in campo sanitario e in campo educativo. Proviamo invece con la logica della Pimpa. Il cagnolino maculato vede le cose da un punto di vista originale per cui esse facilmente si animano per darle una mano. La Pimpa non le sfrutta mai, ma con fiducia tasta la loro disponibilità ad aiutarla. Qualcuno obietta che nel mondo della Pimpa non esista il conflitto e quindi la lotta, ma non è vero: nella situazione tipo, di fronte a un desiderio o a una difficoltà, la Pimpa deve cavarsela da sola, pur mantenendo la fiducia di un re-incontro serale con la figura genitoriale dell’Armando il quale finisce, quasi sempre, per darle ragione.

Mettiamoci nei panni di una Pimpa che vuole gestire un Nido di qualità: vedrà nei genitori non galline dalle uova d’oro da sfruttare, o elettori da blandire, ma una risorsa con cui collaborare; nella convenzione con il Comune, non un escamotage per riempire facilmente il Nido, ma uno strumento per orientare il proprio percorso di elevamento della qualità da un lato, e di compensazione tra rischio d’impresa e continuità del servizio dall’altro; nelle educatrici, non manodopera a basso costo o capitale umano ad alto valore, comunque da sfruttare per produrre utile economico, ma portatrici di saperi e contraddizioni, desideri e conflitti, in grado di aumentare il capitale sociale della comunità; nel Nido stesso non uno strumento aziendale per ridurre il ricorso al part-time o all’aspettativa per maternità, ma un ambiente dove il bambino cresca nel rispetto dei suoi compiti evolutivi, individuali e sociali.

Nell’istituto dell’accreditamento delle agenzie sociali non governative alla gestione di servizi comunali, pimpianamente possiamo vedervi una buona occasione per rilanciare il dibattito riguardo la cura dei bambini sotto i tre anni o più in generale sulle politiche  per l’infanzia. I diversi attori sulla scena vanno valutati per ciò che sono, per le idee che rappresentano e per le prassi che mettono in atto, e non è detto che queste tre cose procedano con coerenza: non solo per l’AA.PP., ma anche per gli altri attori, i Nidie le Scuole d’Infanzia Comunali, le Cooperative Sociali piccole e grandi, le Lavoratrici, i Sindacati, le Coalizioni politiche. E i Genitori, e i Bambini ?