pronidoDomanda individuale e domanda collettiva. Stefano Fregonese

Con ogni evidenza il nido aziendale risponde a una domanda collettiva dell’insieme delle mamme lavoratrici. Ma si tratta di una risposta che non tiene conto delle richieste individuali di ogni singola madre in merito, per esempio, all’indirizzo educativo: la madre non potrà certo scegliere tra diverse offerte all’interno dell’azienda in cui lavora. Storicamente alla domanda collettiva di Nido corrisponde una risposta pluralistica dove lo Stato o il Comune – organismi collettivi di cui si è dotata la comunità per la gestione dei bisogni collettivi – sono garanti degli interessi comuni e condivisi e di valori quali la libertà di scelta dell’orientamento educativo. Invece, gli operatori privati forniscono risposte alle richieste individuali riguardo particolari indirizzi educativi, rispetto le confessioni religiose, l’articolazione dell’accoglienza del bambino su certi orari, l’omogeneità etnica o culturale, etc.

A volte si ha l’impressione che la tensione tra le posizioni espresse dai diversi soggetti origini – più che dalla classica (e obsoleta) contrapposizione tra chi vuole un servizio educativo pubblico statale (o comunale) forte, che garantisce al suo interno il pluralismo, e chi invece vede come unica garanzia del pluralismo il mercato formato da soli operatori privati – dall’attesa di un nuovo che già si manifesta come attuale. Una tensione diversa, alla quale forse finora non si è fatto neppure un distratto accenno, generata dal fatto che la domanda collettiva di Nido è, e sempre più sarà, avanzata da soggetti che faticano a riconoscersi nella medesima comunità, non più sostenuta da un’unica identità nazionale.

È vero che la domanda collettiva di Nido richiederà sempre più una risposta individualizzata ma è anche vero che non si può trasformare d’ufficio, a priori, in domanda individuale. Il fatto è che quando un genitore chiede l’accesso a un servizio per il proprio bambino 0-3 esprime sia una domanda collettiva, sia una domanda individuale. La dispersione delle risorse per rispondere a uno solo dei due aspetti della domanda – quello individuale, attraverso bonus bebè, voucher, tate comunali – a scapito dell’altro, quello collettivo, è un problema reale. È anche vero che la risposta collettiva (il Nido comunale) fa sempre più fatica a includere non solo le domande individuali ma le diverse domande collettive che provengono dalle minoranze identitarie di cui la società multiculturale si compone, e/o da non esigui gruppi socialmente marginali.

Inseguire la chimera di fornire risposte individuali a domande individuali di accudimento ed educazione del bambino 0-3 anni, è doppiamente sbagliato quando s’ignora la dimensione collettiva del fenomeno e quando non si esprime una capacità di leggere i bisogni e trasformarli in domanda: ma quali bisogni, quelli degli adulti o quelli dei bambini? Facciamo qualche esempio.

Il servizio di baby parking risponde al bisogno di un genitore ’solo’, che vive in un contesto urbano, di lasciare occasionalmente il bambino a qualcuno, a costi contenuti; il micronido e il nido condominiale rispondono alla fantasia condivisa tra adulti che nel ‘piccolo’ ci sia maggiore attenzione al bambino che nel ‘grande’, ignorando o svalutando tutte le condizioni strutturali che permettono invece la cura di qualità di cui il bambino ha bisogno; il nido aziendale – come abbiamo visto – risponde alle esigenze dell’adulto di conciliare tempi di lavoro e tempi di accudimento; i nidi privati confessionali rispondono più a orientamenti ideologico-religiosi dei genitori che al bisogno spirituale del bambino; le catene commerciali di nidi in franchising infine rispondono a logiche di business, dove il bisogno del bambino è sottomesso al margine di profitto.

A Milano nel 2011 la garanzia di una politica dei servizi per l’infanzia che adotti il parametro bambino e muova dalla lettura della dialettica tra i bisogni del bambino e quelli del genitore, individuali e collettivi, sembrerebbe affidata al servizio pubblico inteso sia nella forma in cui l’ente ‘governativo’ (comunale o statale) gestisce direttamente il Nido, sia nella forma in cui il Nido comunale è dato in gestione a enti non governativi accreditati e non profit, sia nella forma in cui l’ente non profit accreditato gestisce una propria struttura, convenzionata o meno con l’ente comunale.

Su quest’ultima proposizione non mi sembra che ci sia da parte delle operatrici dei servizi comunali e di parte dei genitori un sereno accordo. Alcuni esprimono una posizione pregiudiziale che non è tanto campata in aria ma che ha il torto della inattualità: se i fondi destinati a sostenere il ‘privato sociale’ (o, come noi preferiamo definirlo, il ‘pubblico non governativo’) fossero stati investiti nel servizio pubblico quest’ultimo non soffrirebbe il degrado in cui versa (vero), potrebbe fornire un servizio di qualità (vero), sarebbe espressione della comunità (dubbio), avrebbe mantenuto la capacità di includere le minoranze sociali, etniche e culturali che la compongono (dubbio).

La realtà è che espressione della cultura dominante, numericamente minoritaria ma politicamente maggioritaria, sono i governi locali e statali, che certo non brillano per politiche d’inclusione delle minoranze; essendo la scuola governativa di ogni livello strumento privilegiato dell’ideologia dominante (Althusser), in determinati momenti storici essa può non essere in grado di garantire valori che la metterebbero in contraddizione con se stessa. Ne consegue che la garanzia di democraticità, di pluralismo, di laicità, di capacità di includere l’altro, il diverso e il marginale, di risposta ad un tempo collettiva e individualizzata al bisogno di Nido, di rispetto della diversità culturale, non risiede in modo esclusivo nei servizi governativi ma, piuttosto, in quei servizi per l’infanzia e scuole pubbliche non governative, espressione del sociale non profit e non confessionale, capaci di un approccio pedagogico centrato sulla lettura del bisogno del bambino, sull’analisi della dialettica tra bisogni non coincidenti e tra le diversità.