bisogniLa dialettica dei bisogni del bambino e dell’adulto. Stefano Fregonese

La visione mercantile applicata alla gestione dei servizi per la prima infanzia, che sembra guidare l’orientamento di tante scelte legislative degli ultimi anni, si è dimostrata greve d’ideologia, un tentativo maldestro di ridurre una realtà complessa ai meccanismi semplici delle leggi di mercato di domanda e offerta. Questo particolare ‘mercato’ ha dimostrato di funzionare secondo leggi proprie: se sul breve periodo la domanda genera un’offerta di servizi occasionali e scadenti (nidi aziendali, micronidi di condominio, parrocchiali, spazio giochi, baby parking, etc.), sul medio periodo ci si accorge che è piuttosto l’offerta di servizi di qualità a generare una domanda stabile.

Mentre non mi dilungo sul fenomeno delle mille effimere iniziative promosse da una normativa ‘creativa’ ma contraddittoria, per cui gli indici d’igiene, di sicurezza, di professionalità, etc. sono scandalosamente diseguali per diverse tipologie di servizi che in realtà dovrebbero assolvere i medesimi compiti di educazione e cura del bambino 0 – 3, varrebbe la pena spendere due parole sui Nidi aziendali del nuovo millennio, fiore all’occhiello ideologico del berlusconismo ma, anche, soluzione cara a certo sindacalismo e a certo neo-femminismo patinato.

Diciamo innanzitutto che il Nido Aziendale non è un’invenzione recente ma l’origine di tutto: la storia dell’assistenza alla “prima infanzia” risale alla metà del sec. XIX, con le prime iniziative di assistenza ai bambini da 0 a 3 anni in forme che, in qualche modo, preludono agli asili nido contemporanei. “Nell’ottava riunione degli scienziati italiani (Genova settembre 1846) è data la notizia del “presepio”, organizzato dall’industriale Michele Bravo per i figli delle 300 operaie addette al suo filatoio ubicato presso Pinerolo, di quello in funzione dal 1842 per le mogli degli operai nelle cartiere Cini a san Marcello in Toscana, e dell’ospizio per lattanti aperto in una azienda agraria della Lomellina.” (F. Della Peruta “Asilo nido in Italia. Il bambino da 0 a 3 anni”, Milano, Marzorati, 1980, vol. I, pp.13-38).

A differenza della odierna concezione dei servizi per l’infanzia, l’idea dell’”ospizio per lattanti” muove dal bisogno dell’adulto di conciliare lavoro e famiglia e non da quello del bambino di vedere riconosciuto il primato della sua vita relazionale interna ed esterna. Oggi come allora l’idea del Nido aziendale – che pur tra tanti obbrobri ha generato e genera qualche servizio di eccellenza riguardo soluzioni architettoniche, materiali utilizzati e, anche, proposte pedagogiche – poggia sulla concezione del bambino come appendice della madre lavoratrice, dipendente da lei sotto ogni punto di vista.

La dialettica dei bisogni non coincidenti di genitore e bambino, quella ‘lotta’ che è alla base della crescita creativa di entrambi, è appiattita sugli indici di produttività della madre e non sviluppata sui bisogni relazionali di entrambi, che in questo particolare periodo della vita della famiglia si avvantaggiano quando sono rispettati i fattori di prossimità alla comunità di appartenenza territoriale. I primi nodi della rete di relazioni che accompagnerà genitori e bambino lungo tutto l’arco dell’infanzia, non si possono allacciare se nei primi due o tre anni mamma e bambino vivono un pendolarismo relazionale – per altro limitato all’orario di lavoro – in un quartiere, o più spesso in un non-quartiere, lontano chilometri da quello di residenza, dove in seguito il bambino frequenterà le scuole, i giardini, le famiglie dei coetanei, i centri sociali, gli impianti sportivi, etc.

Invece, sappiamo che un corretto e dinamico rapporto tra autonomia e dipendenza relazionale è alla base dello sviluppo armonico e critico del bambino. Il bambino che vede riconosciuti come propri certi ambiti di autonomia relazionale realizza una dipendenza più sana nei confronti dell’adulto e della comunità.