il mondo sara nsCosa è pubblico e cosa è privato. Stefano Fregonese

Nell’attuale dibattito sulle politiche governative nazionali e locali riguardanti la scuola e i servizi alla prima infanzia assistiamo a qualcosa di nuovo e di vecchio insieme, banale ed eccezionale al tempo stesso: nel rito di riesumazione dei vecchi armamentari ideologici siamo testimoni del profondo cambiamento semantico che subiscono certe antinomie concettuali se applicate a una realtà a sua volta mutata.

In ambito prettamente cittadino, a Milano, l’introduzione dell’istituto dell’Accreditamento delle strutture educative per la prima infanzia, ha costretto a ripensare il rapporto tra ciò che è pubblico e ciò che è privato nel campo dell’offerta educativa e formativa rivolta all’infanzia. Forse questa volta ci troviamo effettivamente di fronte a un qualche cambiamento di paradigma.

La realtà è composita e complessa a ogni livello ma, spesso, muovendosi dalle macrorealtà ai microcosmi alcune categorie concettuali apparentemente ben distinte, se non antinomiche, finiscono col sovrapporsi; un po’ come quando si rimpiccioliscono le proporzioni di una pagina web e certi campi ‘irriducibili’ si affastellano uno sull’altro. Così succede che parlando di Scuola o d’Istruzione in senso lato, si possano enunciare principi generali, ma cercando di applicare questi stessi principi alla realtà cittadina o del quartiere o della singola scuola, essi risultino ingombranti.

Se, durante un corteo contro la riforma Gelmini, scandiamo con convinzione facili slogan in favore della Scuola pubblica e contro la privatizzazione dell’Istruzione, una volta chiamati a riflettere sui rapporti tra pubblico e privato nell’ambito dell’educazione della prima infanzia, ci troviamo un po’ in difficoltà e la distinzione tra queste due categorie si fa più nebulosa e problematica: perciò, chiamati a prendere posizione di fronte a un eterogeneo fronte di interlocutori che va da un insieme di pattuglie militanti armate di solidi ma datati archibugi concettuali, fino alla maggioranza di governo, passando per minoranza silenziosa di cittadini senza diritto di cittadinanza che vengono da tutto il mondo, ci sentiamo costretti a elaborare nuovi termini e nuove prospettive.

Così, definire un servizio Nido d’Infanzia gestito da una cooperativa sociale onlus, per esempio quella che presiedo, come un servizio pubblico erogato da un ente non governativo, può suonare come una stimolante provocazione: sia per chi ritiene che l’unica garanzia di qualità dei servizi risieda nel carattere pubblico=statale (o comunale), ovvero che la Pubblica Amministrazione (AAPP) sia l’unico garante credibile di valori difficilmente riducibili ai criteri di valutazione delle prassi, propri delle certificazioni di qualità; sia per chi pensa che la qualità di un servizio coincida con la sua redditività; sia per chi sostiene che la AAPP debba svolgere ruolo di mero indirizzo e vigilanza, e infine, anche per chi pensa invece che la diretta gestione dei servizi da parte della AAPP non sia l’unica garanzia di pluralismo e laicità, anzi.

Nel rapporto con la AAPP, nella fase di passaggio da una maggioranza politica a un’altra e in attesa che si definisca un indirizzo politico chiaro, non possiamo esimerci dal mantenere un atteggiamento vigile e critico. Critici, per esempio, verso tutte quelle forme d’irrigidimento delle procedure, di astensione dalla responsabilità e di eccessivo ricorso alla norma e al precetto come unica possibilità di affrontare le contraddizioni della realtà.

All’opposto, riteniamo dovere di una buona agenzia sociale cavalcare criticamente le contraddizioni del sistema, cercando di coniugare il massimo livello etico possibile con il minimo livello di compromesso necessario, per trovare nuove e più efficaci soluzioni.

I servizi comunali per la prima infanzia a Milano sono stati negli anni passati motivo di orgoglio per i cittadini che ne fruivano e per la AAPP che li gestiva. Caggio, Gardino, Noziglia e Mantovani, ancor oggi si nominano con rispetto; pedagogisti ma anche funzionari di un’amministrazione che, nel succedersi delle legislature e nell’avvicendarsi dei rappresentanti politici, ha mantenuto una direzione costante verso cui orientare le scelte a favore della cura dei bambini. Per un certo tempo, pur essendo iniziato il lento ma inesorabile processo di ristrutturazione dei servizi nei termini di un aziendalismo pervasivo e annichilente, nei Nidi milanesi rimase presente l’eco della politica di valorizzazione delle persone attraverso la formazione continua, la supervisione costante del lavoro educativo, l’applicazione di metodologie pedagogiche sofisticate e attente alla multiforme fenomenologia del bambino e della famiglia.

Poi, piano, piano, quella sorta di rivoluzione educativa permanente andò esaurendosi. Iniziò un periodo di transizione che non si può dire ancora concluso. Poiché ogni periodo storico racchiude in sé i germi delle tendenze future, possiamo immaginarci che questi tempi di transizione, con tutta l’incertezza e l’ansia che essa comporta, contengano già segni inequivocabili di ciò che sarà nel prossimo futuro. E se è vero che – come diceva Mao Tze Dong – una tendenza politica ne nasconde un’altra, allora dobbiamo augurarci che le attuali politiche di mortificazione della Scuola Pubblica finiscano per dare alimento alle forze che porteranno al suo rinnovamento.