Stefano Fregonese e le équipe educative di spaziopensiero

lupo riparato

Invidia e riparazione.

Ventinove luglio, i Nidi di Spaziopensiero stanno chiudendo. Mi affaccio alla porta dell’atelier di PICCOLI&grandi. Pinuccia ed Elvira sono alle prese con i libri: disposti in precarie pile che ricordano le Torri celesti di Ansel Kiefer, occupano due tavoli tondi, quelli dove solitamente mangiano i bambini. A ben guardare lo stato di certe copertine diresti che tutto l’anno i bambini abbiano pasteggiato a libri. Cosa ci fa la libraia di via san Vittore al Nido? Con un sorriso d’intesa lascio le due signore al loro certosino lavoro di riparazione e selezione. Non le invidio di certo.

L’ambito di lavoro.

Il lavoro svolto in Spaziopensiero, un’organizzazione di cui fanno parte psicoterapeuti, educatrici, psicologhe, ausiliarie e due cuoche, è piuttosto complesso e si articola in diversi servizi, educativi e di cura psicoterapica. A volte si ha l’impressione di lavorare in una fabbrica talmente complessa da rendere difficile coordinare il tutto, dove si sovrappongono tali e tanti piani di lavoro, tali e tanti livelli di realtà direbbe Calvino, da rendere sfocata una visione d’insieme e dove sfuggendo alla tentazione di creare ambiti specialistici separati d’intervento, l’arte del governare s’intreccia con la capacità di tollerare l’incertezza e l’imperfezione. Di fatto ci occupiamo di bambini e genitori ricorrendo a diversi strumenti da quello educativo a quello terapeutico, dalla convivialità al counselling, dall’intervento sociale a quello sanitario, dall’interpretazione psicoanalitica alla lettura di un libro.

Rapporto tra il soggetto e l’altro da sé.

Naturalmente ogni cosa avviene quanto più possibile nel setting appropriato ma ci sono molte aree intermedie, alcune terre di nessuno, e molte dimensioni trasversali. Tendenzialmente possiamo dire che con modalità diverse, in forme diverse, ci confrontiamo con manifestazioni cangianti di uno stesso fenomeno: il rapporto del soggetto con l’altro da sé, le emozioni e i sentimenti implicati. Quando offriamo a un genitore un posto al nido per suo figlio, quando offriamo una supervisione a una tirocinante o una sessione di formazione a un gruppo di educatrici, un pasto a un bambino, una seduta di psicoterapia o di preparazione psicologica all’intervento chirurgico, un protocollo di osservazione a un gruppo di colleghe, o la lettura di un libro a un bambino, si propone la medesima situazione in cui una persona o un gruppo si confronta con la propria capacità/incapacità di gestire il proprio bisogno e le emozioni che lo svolgimento del processo comporta.  A noi il compito di offrire creativamente un aiuto specialistico.

Invidia, conoscenza e accecamento.

Tra le tante opportunità che offre il nostro lavoro, la lettura dei libri è una di quelle che ci piacciono di più. Parlare di lettura è riduttivo perché in realtà il nostro rapporto con i libri è totale e molteplice, e il libro è uno degli strumenti più versatili per affrontare il problema dell’invidia e del lavoro dell’invidia. L’invidia è il sentimento che porta a ‘vedere dentro’, che più avvicina alla verità intesa come consapevolezza e apprendimento, ma lo fa con un’intensità tale da rendere invalido chi si espone troppo a lungo e senza appropriate difese a questa luce accecante: reso cieco dall’invidia il soggetto cercherà di distruggere la fonte della necessaria ma insopportabile soddisfazione.

Invidia distruttiva.

Nel senso kleiniano l’invidia è l’attacco distruttivo legato alla pulsione di morte contro l’oggetto buono. Il problema sta nel fatto che l’oggetto buono è mal visto, invidiato, appunto. Klein però, come sappiamo, e torna sempre utile ricordarlo, vede nell’impulso a penetrare l’oggetto buono che veicola la distruttività invidiosa anche il motore dell’epistemofilia. In tanti anni di pratica psicoanalitica non sono venuto a capo del paradosso secondo il quale conoscenza e distruttività costantemente si accompagnano pur cercando di tenersi separati.

Grazie alle buone maestre che mi hanno introdotto al lavoro con i bambini ho imparato che per contenere in senso bioniano la carica distruttiva dell’invidia l’unico efficace strumento è la capacità di pensare e di elaborare nuove conoscenze in un contesto di tolleranza affettiva se non proprio di amore. Gianna Polacco Williams era solita proporre efficaci categorie in cui dividere i bambini o le mamme di cui trattavamo nel seminario di infant observation per farci meglio comprendere certi processi di relazione oggettuale: i baby spitter contrapposti ai baby dribler, il seno introflesso e il seno estroflesso, etc. Durante i primi anni di attività clinica mi abituai a distinguere i bambini che attaccano il contenitore e i bambini che attaccano il contenuto. Spesso una cosa comporta la distruzione anche dell’altra ma non necessariamente. Lina Generali Clemens invece m’insegnò a distinguere la riparazione depressiva dalla più appariscente ma inefficace riparazione maniacale o onnipotente. Entrambe mi aiutarono a guardare con più tolleranza al sentimento dell’invidia offrendomi strumenti per riconoscerne la fenomenologia, permettendomi di sviluppare una visione processuale del problema, non fermarmi a stigmatizzarne gli effetti distruttivi, e mantenere un sentimento di positiva speranza e di umano affetto anche di fronte agli attacchi più duri. A sopravvivere.

Ho imparato, infine, che non è primario insegnare il rispetto per l’oggetto buono ma piuttosto lasciare che si manifesti l’impulso a ripararlo.

Distruttività e simbolizzazione.

Alle volte osserviamo un bambino scegliere un libro, iniziare a sfogliarlo con interesse, concentrarsi su alcune immagini, immergersi in esse, penetrarle potremmo dire, e poi attaccarle distruggendo materialmente la pagina che le supporta. A volte pensiamo che il bambino intenda appropriarsi dell’oggetto non discernendo tra l’immagine e l’oggetto stesso. A volte sembra che il suo gesto sia l’atto concreto di trarre qualcosa dall’oggetto rappresentato, strappare la pagina dove è raffigurato il lupo dicendo ‘lupo’; quasi a svolgere in parallelo due compiti l’uno concreto l’altro simbolico, il trarre materia da materia e il trarre rilkianamente il nome dall’oggetto.

Riparazione.

Dalla distruzione del libro, emblema dell’incontenibile azione dell’invidia, scaturisce un paziente lavoro di riparazione che si svolge sul piano a) della realtà esterna, attraverso il recupero delle pagine strappate; b) della realtà interna del bambino e dell’educatrice, attraverso la lettura degli assetti emotivi e la riparazione del legame affettivo; c) della realtà gruppale, attraverso supervisione e discussione dei protocolli di osservazione del bambino secondo il metodo Tavistock.

Formazione del simbolo.

Il lavoro quotidiano con i bambini sotto i tre anni ci propone costantemente la possibilità di assistere al naturale fenomeno della formazione del simbolo. Il processo di formazione del simbolo e il legame tra le forme simboliche individuali e collettive, rappresenta l’ambito in cui si misura la creatività di ciascuno. È il momento di sintesi di un lavoro comune di osservazione, analisi e metabolizzazione delle istanze primarie – angoscia, aggressività e sessualità – che circolano nella comunità di accoglienza e di lavoro. Un’educatrice o una psicoterapeuta creativa non è colei che esterna alcuni aspetti del proprio mondo interno (magari riempiendo gli ambienti di orpelli decorativi, o la seduta d’interpretazioni creative) ma colei che fa legame, che connette le istanze grezze del mondo emotivo del bambino con le infinite possibilità delle forme simboliche individuali e con quelle più strutturate della/e cultura/e di riferimento, senza costringerle in stucchevoli stereotipi.

Creatività e stabilità dell’oggetto buono.

Klein dice che la creatività cresce in proporzione alla capacità di instaurare un oggetto buono in modo stabile, e che ciò è possibile solo quando invidia e distruttività sono state analizzate e metabolizzate. Quando un’organizzazione si fa comunità di lavoro, mette in conto che invidia e distruttività dovranno circolare in quantità sufficiente affinché l’organizzazione non soffra maggiori danni a causa delle difese che sono elevate contro di esse. I danni provocati da invidia e distruttività riguarderanno sia il contenitore sia i contenuti: l’organizzazione stessa e i suoi membri. Anche la riparazione potrà rivolgersi maggiormente al contenitore o ai contenuti. Il problema è mantenere il giusto equilibrio.  Mano, mano che ci si rende conto che la riparazione è possibile ed efficace, cresce la fiducia nella persistenza dell’oggetto buono, nella sua stabilità e nella libertà ad accedervi.

La ricognizione educativa.

Spesso, nel lavoro educativo questa maturazione coincide con il periodo di ricognizione dell’attività educativa svolta. È il momento in cui un elemento culturale assurge a simbolo del percorso evolutivo svolto da un bambino o da un gruppo di bambini, e del percorso educativo svolto dall’équipe. Il momento in cui per esempio costatando che la pagina centrale di Cappuccetto Verde di Bruno Munari è sparita, strappata e chissà dove finita, ci si mette alla ricerca del Lupo per tutto il Nido. Pian piano la caccia diventa una ricerca collettiva delle infinite tracce lasciate dal Lupo scappato dalle pagine del libro: una tenda strappata, un buco nel muro, un giocattolo rotto, il segno del morso sul braccio di Leo, i libri rovinati, i segni di pittura sulle pareti, un pezzo di zoccolino divelto, ma anche il pc impallato e le lampadine bruciate e mai sostituite, l’educatrice che ha lasciato a metà anno ed è scomparsa, o il bambino che è stato ritirato con vaghe e risentite motivazioni, il diniego da parte della proprietà dei locali in più che permetterebbero di trasformare il Nido in Servizio zerosei anni, il seminario di supervisione andato deserto, la quantità di piatti andata in cocci rendendo immangiabile il cibo contenuto.

Danno, colpa e riparazione.

L’accertamento del danno e la valutazione della riparabilità preludono alla sua accettazione, la quale consente anche l’assunzione della colpa e la sua equa distribuzione. Sappiamo che la colpa è un farmaco che va assunto in modiche quantità. Se si eccede si finisce nel sacrificio e nel martirio, se si rifiuta, si spiana la strada alla riparazione onnipotente e ai suoi disastrosi effetti. Gli strumenti culturali, come i giochi e i libri, sono il tappo dosatore che regola il giusto flusso di distruttività in un senso, e di colpa nel senso opposto. La distruttività legata all’invidia è sempre destinata a tornare verso il suo punto di origine, più o meno carica di angoscia persecutoria. Nei nostri nidi cerchiamo di usare le pagine dei libri, le loro belle immagini, le storie che ne scaturiscono, come membrane che avvolgono l’angoscia persecutoria e ne attenuano e modificano la forza, la trasformano in moderato e digeribile senso di colpa. Il Lupo che è uscito dalle pagine del libro carico della forza devastante dell’invidia distruttiva proiettata dal bambino, vi ritorna addomesticato e un po’ ingobbito dal peso della colpa, forse un po’ sdentato ma molto più simpatico. Sulla pagina del libro, sulla zampa del lupo, sull’oggetto interno del bambino, a ben guardare, si nota un pezzo di scotch.

* lavoro presentato al Simposio Internazionale ‘L’invidia al lavoro’, Torino 22-24 settembre 2011