020820111928Stefano Fregonese. Cerco sulle mappe digitali la complicata strada che conduce, per chi percorre la tangenziale est da Rogoredo verso nord, alla Ricicleria di via Corelli. Oltrepassato lo Scarioni, in prossimità della Sidreria, fermo a un semaforo lungo come la pausa estiva, domando conferma di essere sulla giusta strada: – Ricicleria? Ah, la discarica… Traduce svelto l’anziano dell’Ortica.

Abbiamo dovuto affittare un cassonato per liberare gli ambienti del Nido di via Rogoredo che la cooperativa ha preso in affitto per i prossimi dodici anni. Un Nido nuovo, chiuso da un anno, davanti alla cui porta, colpevolmente sbarrata, stazione un gruppo di madri giustamente arrabbiate; in un quartiere che cresce sulle macerie velenose del recente passato e la cui sinistra fama si espande sulle pagine nazionali dei quotidiani: Santa Giulia.

Lì, dove avanza la sede di SKY, simile a una portaerei sul cui ponte non aeroplani ma cento paraboliche orientate verso i punti più remoti fanno prendere il volo all’immaginario popolare, c’erano le acciaierie Redaelli: prima e durante la guerra dai cancelli uscivano cannoni finiti e lucidati, mentre le scorie metalliche erano interrate tutt’intorno. Laggiù – vedi – i nuovi condomini delle cooperative: quelli bianchi, non così bianchi, sono di Confcooperative, quelli rossi, di un rosso sbiadito, di Legacoop. Il Nido Comunale è in fondo dall’altra parte; lì era tutta Montedison, anzi Montecity: fusti di scorie chimiche interrati, un metro e mezzo sottoterra come buoni cadaveri quelli meno pericolosi, anche decine di metri quelli innominabili. Chi ha preso l’appalto della bonifica faceva smuovere la terra in superficie, poi portava in elicottero architetti e funzionari delle Pubbliche Amministrazioni e mentre quelli sentivano sotto il culo scricchiolare le buste piene di contanti su cui erano seduti, nel frastuono della turbina lui indicava: – Lì bonificato, là anche, laggiù stiamo finendo, qua sotto si può iniziare a costruire……  -.

Invece non era vero. I veleni erano e sono ancora tutti sotto; i fabbricati delle cooperative edilizie e le scuole sono solo stati appoggiati sopra in fretta e furia nella truffaldina illusione che una volta steso il tappeto urbano e sociale nessuno andasse a guardare cosa c’era sotto, cosa c’era stato prima, la storia del luogo.

Costruire e ricostruire legami affettivi e sociali è la vera missione dei servizi per la prima infanzia. Il concepimento e la nascita di un bambino operano una cesura psicologica nell’individuo che diventa madre e padre, e un terremoto sociale nell’ambiente relazionale e nella rete di legami in cui i neo-genitori sono cresciuti. Al terremoto, segue uno sciame sismico emotivo e relazionale che progressivamente muta il paesaggio interno ed esterno del genitore. I processi che si attivano dopo il concepimento sono studiati dalla psicoanalisi e rappresentano il campo d’azione di operatori specializzati nell’infant observation, nell’applicazione dei principi psicoanalitici al lavoro con i genitori, nella psicoterapia del bambino e della famiglia, nella conduzione psicoanalitica di gruppi, nella psicoanalisi sociale delle organizzazioni e delle comunità.

Il rapporto tra la prospettiva sociale e la prospettiva individuale della psicoanalisi, entrambe inaugurate da Freud, è tale per cui l’una possa funzionare come metafora dell’altra e viceversa, nel classico e irresolubile paradosso dell’uovo e della gallina. A queste due prospettive si aggiungono la prospettiva storica e la prospettiva dinamica, che vanno a completare la strumentazione dell’analista.

Concepire un nido d’infanzia, portarlo alla nascita, è impensabile se non iscrivendo l’intero processo nella prospettiva storica di sviluppo della comunità verso la quale si metterà ‘a servizio’. Altrettanto impensabile è trascurare la prospettiva dinamica che aiuta a comprendere e influenzare lo svolgersi delle relazioni nella micro comunità educativa, la quale si va formando in seno a quella più ampia e complessa del quartiere o della città.

Comunità che incominciamo a conoscere i primi di agosto mentre prendiamo possesso dei locali di via Rogoredo 21 destinati a ospitare l’Asilo Bianco[1]. Dobbiamo accordarci con l’Associazione Sri Lanka onlus che negli ultimi mesi ha occupato parte degli spazi destinati al Nido. Benché parli correttamente italiano, la presidente dell’Associazione chiede di usare l’inglese come lingua franca. Sorridente ci spiega che l’Associazione garantisce ai genitori dello Sri Lanka un servizio nido e scuola d’infanzia bilingue: singalese e inglese. Una volta in età scolare i bambini affrontano il grande viaggio di ritorno nell’oceano indiano: a casa nonni, zii, altri parenti accolgono i bambini e li aiutano a re-inserirsi nell’ambiente linguistico e culturale di origine. A Milano ci sono la scuola Americana, la scuola Inglese, la scuola Francese, il collegio Ebraico e la scuola Tedesca; ecco questa è la loro Scuola, la Scuola d’Infanzia dello Sri Lanka.

Il melting pot, l’integrazione culturale, le culture parallele, non sono visti da questa sorridente grand mama indiana, come concetti prioritari. Come se, l’avvenuta assimilazione tra l’orgoglio linguistico Sri Lankese e quello Britannico, l’avesse resa meno disponibile alle successive contaminazioni culturali. Italiano, per il momento, no grazie.

Al Nido Bianco, al cui interno fervono i lavori di riordino, si affacciano curiosi i vicini. Alcuni si dicono contenti che il Nido riapra ma questo favore contiene la sua dose di veleno sociale: il timore che la presenza degli stranieri divenisse stabile e prevalente rispetto alla comunità autoctona. Anche al bar, mentre ci concediamo una pausa, i discorsi sulla natura educativa dell’accoglienza dei bambini, di cui si sente gran bisogno nel quartiere, si aggrovigliano a grezzi ed espliciti sentimenti razzisti, ma soprattutto alla denuncia di limiti culturali, alla mancanza di strumenti necessari a gestire un’esperienza ormai non più nuova ma non ancora metabolizzata: – abbiamo capito che prendete anche bambini stranieri; certo i bambini sono bambini, ma con i genitori come fate?

Mentre riecheggia la leniniana domanda Che fare? proseguiamo nello sgombero delle masserizie di cui i locali destinati ad accogliere i bambini sono stati bizzarramente riempiti. Alla fine ci vorranno quattro camion da una tonnellata ciascuno per liberarsi del superfluo. Una tonnellata sarà di inutilizzabili giocattoli di plastica e peluche! Anche queste sono macerie e scorie di una storia recente e ancora in corso. Sono macerie culturali, scarti di una cultura fatta di scarti culturali, confezionati e venduti a caro prezzo attraverso quella televendita che continua da trent’anni e che coincide con l’avvento del berlusconismo inteso come fenomeno sociale e commerciale prima ancora che politico.

I giochi di plastica per lattanti e bambini sotto i tre anni sono espressione di una grande ignoranza riguardo il fenomeno bambino. I cosiddetti giochi stimolanti, fatti di suoni e luci incoerenti e abbaglianti, sono espressione di un equivoco di base nel rapporto tra adulto e bambino, equivoco grazie al quale il bambino diventa ricettacolo delle angosce dell’adulto. In generale, e non mi riferisco solo ai giochi di plastica, la pretesa di stimolare il bambino ottiene il solo scopo di interferire con il naturale sviluppo delle sue competenze, alterando fragili equilibri, distorcendone i significati, impedendo all’adulto di comprenderli.

La preoccupazione che il bambino non sia stimolato abbastanza tradisce l’angoscia dell’adulto di non essere in grado di comprendere gli stimoli emotivi che il bambino manda come un’emittente aliena che utilizza codici dimenticati dall’adulto. Codici depressivi, per esempio, irricevibili da un genitore giovane sintonizzato sulle frequenze eccitatorie dell’efficacia e dell’efficienza, della movida perenne, della curva sud, della curva a 180km/h, o di quelle della velina, del rimbalzo della borsa e del bungee jumping, dello sballo chimico, del fideismo religioso e superstizioso, del gioco erotico, del corpo palestrato e tatuato e della bulimia percettiva.

I giochi di plastica, tutti luci e campanelli, sono i tamagotchi propinati da un’industria culturale che si preoccupa di fornire a ogni passaggio di età nuove scatole colorate e musicate, via, via più sofisticate nel funzionamento ma più elementari nei contenuti. Un’industria culturale che si è guardata bene dal fornire gli strumenti concettuali ed esperenziali necessari a metabolizzare i cambiamenti della società italiana, trasformandosi sempre più in industria dell’intrattenimento culturale o dell’intrattenimento tout court. Da trent’anni, una gran parte della società italiana s’intrattiene. S’intrattiene dal crescere, dal maturare, dall’elaborare le esperienze e metabolizzare i cambiamenti.

Cambiamenti drammatici, sentenzia l’amico Luca, commentando la pressione speculativa che incombe sul sistema finanziario italiano, i cui effetti si profilano a suo dire devastanti come e peggio di quelli del 1929. Effetti in grado di acuire un fenomeno già attuale di migrazioni incrociate, in cui giovani studenti, ricercatori e professionisti migrano e sempre più migreranno dall’Italia verso paesi in grado di garantire stimoli culturali, investimenti nella ricerca, stabilità economica e mobilità professionale; mentre in Italia continueranno a sbarcare, dai paesi dell’emisfero sud, lavoratori generici a basso costo disposti a sopportare l’inospitalità sociale del Bel Paese. Cambiamenti, per fronteggiare i quali si rendono necessarie capacità immaginative straordinarie. L’immaginario, l’immaginario collettivo, è il terreno di coltura del mondo che sarà.

C’è da chiedersi se il nuovo quartiere Montecity, nelle sue articolazioni del complesso residenziale sociale di Santa Giulia, del vecchio oblungo borgo di Rogoredo, e della visionaria concezione di Sir Norman Foster e Renzo Piano, sia stato abortito a causa dell’atrofia che segue l’esercizio onnipotente e ipertrofico della funzione immaginativa slegato dai sentimenti depressivi necessari a creare un ponte tra passato e futuro, tra l’immaginario di ciò che è stato e quello di ciò che sarà. Sotto il tappeto dell’oblio negazionista sembrano essere finiti i drammi causati dai cannoni della Redaelli, e dai lasciti cancerogeni della Montedison; lasciti degli anni luccicanti del boom economico, plasticati dalle innovazioni chimiche e coibentati dalle coperture velenose di eternit destinate a durare per sempre; danni prodotti dalle migrazioni forzate di manodopera borbonica a basso costo e a bassa consapevolezza nelle trappole industriali del nord Italia e dalla grande persuasione mediatica degli ultimi trent’anni. Ridurre i lasciti di questo passato a mere scorie da interrare nei recessi profondi della memoria collettiva e pretendere di costruire nuove comunità su queste discariche abusive della storia, produce alterazioni genetiche nel tessuto sociale che si sta generando.

Insieme alla bonifica delle scorie della siderurgia bellica si dovrebbe procedere anche alla bonifica delle scorie di una cultura fascista mai estirpata e in grado di ricomparire sotto nuove e più seducenti forme. Insieme alle scorie chimiche interrate in capienti ma percolanti fusti, si dovrebbero bonificare le scorie dell’ideologia del progresso e della crescita economica a tutti i costi. Infine, dalle scorie ideologiche leghiste che inquinano la falda della dialettica collettiva dovrebbero essere bonificato l’ambiente politico e sociale, pervaso dal risentimento e dall’invidia di un’intera generazione. Generazione di vittime, a ben guardare, che ha abbracciato acriticamente il patinato modello sociale di chi li ha culturalmente sodomizzati.

L’Asilo Bianco si presta a essere una grande pagina intonsa in cui raccogliere le storie dei bambini, dei loro genitori e della generazione precedente ancora; su cui scrivere le ragioni storiche per cui si trovano oggi a giocare insieme il figlio di migranti singalesi e quello di un leghista padano che ha iscritte nella propria mappa cromosomica le sofferenze patite dai bisnonni o dai nonni calabresi saliti al nord in cerca di lavoro; le ragioni storiche che rendono le arrembanti giovani coppie di genitori professional inconsapevoli complici di un sistema sociale ormai sconnesso dalla funzione storica di riequilibrare sperequazioni economiche e culturali, di garantire mobilità lavorativa e sociale non sulla base della disperazione ma su quella del libero accesso alle opportunità; le ragioni storiche che portano un imprenditore bianco, di nome, di fede e di cultura politica a temere i contratti stipulati con inadempienti società vicine a potenti congregazioni religiose come il diavolo l’acqua santa.

Tutto ciò potrebbe sembrare impertinente nei confronti di un progetto che è e deve essere un progetto educativo. Noi pensiamo, invece, che un progetto educativo sia il terreno su cui costruire la comunità di domani. Pensiamo che l’attività educativa, svolta da professionisti specializzati e appassionati, debba essere condotta a tutto tondo, iniziando a farsi carico delle scorie culturali e ideologiche che potrebbero nel prossimo futuro vanificare il delicato lavoro di accoglienza, accudimento, cura e sostegno ai compiti evolutivi del bambino. Sono proprio queste scorie culturali, insieme ai vuoti di consapevolezza, alle rimozioni collettive e all’ignoranza programmata, alle false credenze e false coscienze, agli ideologismi pedagogici e ai sistemi di difesa sociale, alle invasioni di campo e alle trasposizioni illecite di paradigmi teorici alieni, che interferiscono con il compito evolutivo dei nuovi genitori e impediscono lo sviluppo di appropriate funzioni genitoriali.

Invece, sarà pertinente raccogliere le storie dei bambini e dei loro genitori, valorizzarne i percorsi esperenziali, segnalare i nodi di crescita e di sviluppo, trasformare i bisogni latenti in domanda di aiuto. Sarà pertinente mettere a disposizione di operatori e genitori, metodi di osservazione e ricerca necessari per comprendere i processi relazionali tra adulto e bambino, e tra aspetti diversi di uno stesso individuo. Sarà pertinente contestualizzare le diversità e coltivare l’immaginario individuale e collettivo senza la tentazione di manipolarlo e controllarlo, ma con la responsabile consapevolezza di avere il potere di influenzarlo. Sarà pertinente co-costruire le regole relazionali e di comportamento in comunità, e offrire un paradigma sano e dialettico di condivisione dell’esperienza che possa in futuro essere utilizzato in ambiti meno protetti rispetto a quello del Nido d’Infanzia.


[1] Asilo Bianco è il nome del nuovo Nido d’Infanzia aperto in via Rogoredo 21 a Milano da Spaziopensiero. Asilo Bianco è il nome che nel 1923 fu attribuito al Nido Psicoanalitico di Mosca fondato da Vera Fedorovna Schmidt e in cui lavorò anche Sabine Spielrein. Nido sulla cui storia controversa furono scritte molte pagine, alcune anche giudiziarie, ma che costituì, pur nella brevità della sua vita un punto di rimando di tante successive esperienze tra le quali, nel ristretto ambito milanese vogliamo ricordare il Nido di p.le Aquileia di Loris Rosenholz, maestro ed educatore e di sua moglie Masal Pas Bagdadi, degli anni ’70, e i due Nidi di C.so di P.ta Ticinese 87, quello autogestito di Elvio Fachinelli sempre nei primi anni ’70 e quello più recente, la cui attività nel periodo dal ’96 al 2006, ha generato la successiva più strutturata esperienza di Spaziopensiero.

L’Asilo Bianco si chiama così, anche per ragioni del tutto incidentali poiché dovendo procedere alla richiesta delle necessarie autorizzazioni presso il Comune di Milano e l’ASL, è stato utilizzato il nome con cui sin lì si era fatto informalmente riferimento al progetto, utilizzando il nome del proprietario dell’immobile, il dr Bianco, controparte nella trattativa di locazione ma anche partner nella co-progettazione del servizio.