giocoClaudia Maspero. Semplice giustificare il motivo che ci ha portati a proporre un seminario di formazione sul gioco: con il gioco i bambini dicono quello che non riescono a esprimere con le parole. Melanie Klein sosteneva che il gioco è la via regia all’inconscio, ciò che per Freud erano i sogni. È necessario allora imparare a parlare il linguaggio dei bambini che è quello del gioco e dei sogni insieme.

Come fare? Giocando!

Munari sosteneva che: “conservare l’infanzia dentro di sé vuol dire conservare la curiosità di conoscere, il piacere di capire, la voglia di comunicare”. A volte per noi adulti sembra complicato conservare l’infanzia dentro di noi, per qualche adulto è perfino difficile giocare. Nel gioco spesso si ritorna in contatto con la propria infanzia.

Secondo Johan Huizinga il gioco impegna in maniera assoluta. È difficile allora trovare un adulto capace di giocare come un bambino, capace di concentrarsi in un gioco fine a se stesso che non produce nulla. Forse si può imparare a giocare facendo spazio alle emozioni, tollerando di non produrre nulla se non fantasie, immagini, emozioni nuove. Nel momento in cui costringo qualcuno a giocare, il gioco perde senso; necessita come dice Huizinga dell’intenzione di giocare.

Dall’esperienza delle supervisioni d’équipe nei Nidi, dalla lettura in gruppo delle osservazioni del gioco bambini, abbiamo imparato a trarre importanti informazioni sulla vita emotiva dei bambini e di noi stesse. E’ attraverso il gioco che il bambino riesce a esprimere le sue emozioni e le sue fantasie.

Le esperienze di gioco che il bambino fa al nido rimarrebbero sommerse se nel lavoro dell’educatrice non ci fosse l’osservazione. Quando il gioco, attività di base del nido, diventa il mezzo principale di comunicazione tra bambino ed educatrice e l’uno ispira l’altra, durante le supervisioni sentiamo che ci stiamo occupando del bambino.

Un bambino per poter pensare deve passare attraverso il gioco che costituisce la base delle sue esperienze maturative. Le possibilità che il gioco libero permette sono diverse.

È spesso faticoso riuscire a vedere il gioco del bambino e appare difficile per le educatrici trovare la propria collocazione rispetto alle opzioni di osservare, intervenire e condurre un gioco. Forse, come dice Anna Bondioli, osservare è un po’ come guidare l’automobile: quando si sta imparando e ogni gesto va pensato, rispetto a quando la guida si è automatizzata e ci si può godere il paesaggio. A volte il gioco del bambino è più completo e ricco di quello che inizialmente riusciamo a vedere. Poi piano, piano il gioco del bambino assume un significato, comincia a essere sentito come qualcosa che nasce proprio in quel momento, nello spazio e nel tempo che le educatrici mettono a disposizione.

L’educatrice ha il compito di facilitare l’accesso del bambino al mondo immaginario ma deve essere disposta a entrarci con lui.

Mimma Noziglia in Giocare e Pensare (1966) descrive le molteplici ragioni che giustificano l’adulto a partecipare al gioco dei bambini, possiamo evidenziarne alcune:

-       “partecipare al gioco dei bambini […] è un modo per instaurare un rapporto positivo”; lo vediamo spesso durante i primi giorni d’inserimento al nido, l’educatrice si avvicina gradualmente al bambino attraverso il gioco, il genitore consente al nuovo adulto di avvicinarsi al suo bambino mediante un gioco.

-       Il gioco ha una valenza educativa, diviene “un luogo potenziale di sviluppo in cui il bambino può sperimentare forme innovative ed evolutive di comunicazione, di pensiero, d’ideazione” (Vygotskij, 1966)

-       Giocando il bambino esprime il suo mondo interno (Klein)

Possiamo anche riflettere su come partecipare:

-       “L’adulto che partecipa al gioco ha il compito di sostenere il bambino senza anticipare temi e modalità di svolgimento”.

-       “L’adulto non deve porsi come il garante della verosimiglianza […] ma accettare le trasformazioni che il reale subisce nel gioco”.

-       “L’adulto non deve porsi come il garante dell’ordine e delle regole del mondo reale. Il piacere del gioco dipende dal fatto che: non si sa dove si andrà a finire”. I bambini possono modificare le regole e così un pezzo di legno si trasforma prima in un cucchiaio e poi in una spada.

-       “L’adulto deve sintonizzarsi con le emozioni circolanti”.

Partecipare al gioco significa condividere il piacere dell’immaginazione e le emozioni suscitate da ciò che nel gioco si viene rappresentando.

Bibliografia

Bondioli, A. (1990) Il bambino, il gioco, gli affetti per una pedagogia del simbolismo ludico, Juvenilia editrice srl Bergamo

Huizinga, J. (1946) Homo Ludens, Einaudi editore, Torino 1973

Noziglia, M. a cura di (1996) Giocare e pensare. L’osservazione del bambino come momento di formazione, Guerino Studio

Romano, R.G. (2000) L’arte di giocare. Storia, epistemologia e pedagogia del gioco, pensa Multimedia editore, Lecce

Winnicott, D.W. (1971) Gioco e realtà, Armando editore, Roma 1974