in due meglioAlessandra Rampani.     “All’origine del gioco c’è una libertà prima, originaria che è esigenza di distensione e insieme distrazione e fantasia”. Così Caillois, nel suo libro I giochi e gli uomini introduce la sua analisi sui diversi tipi di gioco e sui diversi livelli d’intensità nel gioco.

Il gioco può essere definito come un’attività libera, separata (circoscritto entro limiti di tempo e di spazio), incerta (il suo risultato non può essere determinato a priori), improduttiva, regolata, fittizia.

Da un punto di vista qualitativo, possiamo distinguere fra giochi di competizione (che si esprimono nella maniera più strutturata negli sport), giochi di fortuna o azzardo (dal testa o croce ai giochi da casinò), giochi di simulacro o finzione (dai travestimenti dei bambini alle rappresentazioni teatrali), giochi di vertigine (come girare su se stessi, fino ai giochi da luna park e le acrobazie).

Caillois definisce paidia, termine greco che ha la stessa radice della parola bambino, l’insieme potente di caos, improvvisazione, spensieratezza che caratterizza le prime attività dei bambini. Le forme di paidia non hanno nome, né potrebbero averne uno. Possiamo facilmente richiamare alla mente i momenti di chiasso, di agitazione dei bambini, quando il gruppo si muove da una parte all’altra del Nido senza apparente intenzione di giocare, senza scopo, creando trambusto e spesso inducendo gli adulti a intervenire per sedare, contenere, bloccare il moto di grida e corse spericolate.

Eppure è da questo movimento, del corpo e delle emozioni, che prende le sue forme il ludus, ossia il gioco che fa proprie le convenzioni, le tecniche, i primi strumenti.

Possiamo pensare a un aquilone che si muove portato dal vento, sbattuto da raffiche improvvise e d’un tratto fatto precipitare che, lentamente, viene assicurato a un filo, capace di accompagnarlo nel suo volteggiare.

D’altra parte, se il filo fosse troppo corto o se le manovre di chi tiene la cima fossero rapide e brusche, con buona probabilità l’aquilone finirebbe per perdere quota, cadendo, se non addirittura precipitando al suolo. E cosa resterebbe dunque del fascino e della meraviglia del volo dell’aquilone?

In questo senso la paidia è complemento, ricchezza, sostanza stessa del ludus, il gioco governato da regole. “Il ludus propone al desiderio primitivo di giocare ostacoli arbitrari continuamente rinnovati, inventa occasioni e strutture in cui trovano appagamento sia il desiderio di distensione sia il bisogno di utilizzare in pura perdita il sapere, l’abilità, l’intelligenza di cui dispone (…)”.

Cosa accade all’agitazione apparentemente informe del gruppo i bambini? Come si modifica? Quali conseguenze porta l’intervento dell’adulto?

In altre occasioni ci siamo fermati a pensare all’ansia che il movimento incontrollato dei bambini suscita nell’educatore, il bisogno di fermare, contenere, evitare incidenti. D’altra parte sappiamo come sia necessario contenere i divieti, come sia importante, avvicinando l’immaginario del bambino, intuire le sue fantasie e aiutarlo a transitare da una zona all’altra del gioco, prestandogli parole, idee per arricchirlo senza interromperlo.

L’incertezza del gioco, la sua insaturità è l’elemento che consente al bambino di non rimanere vittima di un gioco già previsto dal gioco stesso (Ferro, 1992).

Ma, per giocare è di fondamentale importanza la presenza dell’altro: qualcuno con cui giocare. Un giocattolo da solo può aiutare il bambino a rappresentare un gioco ma è solo la presenza mentale di qualcuno accanto a lui – come il narratore delle favole – che consente al gioco di essere momento di trasformazione di pensieri e fantasie (Ferro, 1992).

Pensiamo a un gruppo di bambini apparentemente intento in nessuna attività, in cui d’un tratto si leva la voce di qualcuno che annuncia di voler andare al mare. Altri bambini sono attratti dalla proposta, qualcuno si mette in movimento. Si va alla ricerca di un’imbarcazione e, in poco tempo, l’educatrice appronta un tappeto-barca che può essere trainato avendo a bordo molti bambini, mosso dalle onde, spinto dal vento. E poi un altro bambino arricchisce il gioco correndo a procurarsi dei libri, libri sull’acqua, libri sul mare…

Seguendo le tue parole

come tracce sul sentiero

sono entrato nella tua testa,

ho visto ogni tuo pensiero,

ho visto che passavano

le cose che tu dici.

Segno che sei sincero,

leale con gli amici.

I miei pensieri e i tuoi

si sono stretti la mano:

in due si pensa meglio

e si va più lontano.

G. Rodari[1]


[1] da Gianni Rodari, 1984. Il libro dei perché. Ed. Riuniti