img076Sabato 15 gennaio si è tenuto il secondo incontro di formazione dell’anno educativo in corso, per le educatrici di Sistema Nidi di Spaziopensiero. Un seminario, in cui si è parlato di ombre, di luci, marginalmente di lupi, più estesamente di realtà e d’immaginario. Abbiamo parlato di proiezioni dal mondo esterno verso il mondo interno e viceversa, e abbiamo proiettato alcune immagini. Tra luci e ombre del nostro agire abbiamo cercato, come sempre, di definire confini e limiti della funzione educativa all?interno della relazione con il bambino.

Stefano Fregonese

Vorrei richiamare alla vostra mente il ricordo di un mito, che forse avete studiato a scuola e che sta a fondamento della filosofia e delle teorie sul funzionamento della mente, anche attuali. Il mito platonico della caverna narrato dal filosofo ateniese all?inizio del settimo libro della Repubblica:

Dentro una dimora sotterranea a forma di caverna, con l?entrata aperta alla luce e ampia quanto tutta la larghezza della caverna, pensate di vedere degli uomini che vi stiano dentro fin da fanciulli, incatenati gambe e collo, s? da dover restare fermi e da [b] poter vedere soltanto in avanti, incapaci, a causa della catena, di volgere attorno il capo. Alta e lontana brilli alle loro spalle la luce d?un fuoco e tra il fuoco e i prigionieri corra rialzata una strada. Lungo questa, pensate di vedere costruito un muricciolo, come quegli schermi che i burattinai pongono davanti alle persone per mostrare al di sopra di essi i burattini. Immaginate di vedere uomini che portano lungo il muricciolo oggetti [c] di ogni sorta sporgenti dal margine, e statue e altre [515 a] figure di pietra e di legno, in qualunque modo lavorate; e, come è naturale, alcuni portatori parlano, altri tacciono. Strana immagine e strani sono quei prigionieri. Credete che tali persone possano vedere, anzitutto di sé e dei compagni, altro se non le ombre proiettate dal fuoco sulla parete della caverna che sta loro di fronte?

Duemila anni dopo George Berkeley, irlandese di Kilkenny, utilizzò questo mito per descrivere la natura del rapporto tra la mente umana e la realtà esterna evidenziando come, oggetto della conoscenza non siano gli oggetti reali ma le percezioni che di essi si formano nella nostra mente e che equivalgono alle ombre proiettate sul muro della caverna.

Altri quattrocento anni dopo, Melanie Klein spiegò come la nostra percezione del mondo esterno sia influenzata dalla proiezione di ombre generate internamente alla nostra mente e proiettate sugli oggetti esterni. Come dire che anche all’interno della caverna di Platone esiste una fonte, o meglio più fonti di luce, che proiettano le ombre degli oggetti interni sugli oggetti esterni modificandone non solo la percezione ma la natura stessa. Quest’ultima idea fu sviluppata da un allievo della Klein, W.R. Bion, il quale attraverso la riflessione sul suo lavoro clinico con pazienti psicotici meglio descrisse i fenomeni mentali che intercorrono nelle relazioni tra persone, ampliando i concetti di transfert e controtransfert e gettando una luce sui primi momenti dello sviluppo della mente nel bambino.

Per ritornare alla metafora della caverna, le fonti di luce interna, che Melanie Klein individuò come fattori costituzionali, presenti fin dalla nascita, furono descritti come angoscia, aggressività e libido. L’osservazione dei neonati prematuri ci permette di capire qualcosa dei primi momenti nei quali questa fonte di luce interna opera in relazione all’attività percettiva e allo sviluppo della relazione primaria tra il neonato e la mamma.

Per Freud angoscia è la risposta dell’Io all’assenza della madre che espone il neonato alla minaccia di una situazione pericolosa. L’essenza della situazione pericolosa è “uno stato d’impotenza di fronte ad una eccessiva tensione dovuta al bisogno”.

Freud individua due tipi di angoscia, angoscia traumatica e angoscia segnalel’angoscia traumatica è generata in modo automatico se il neonato è sopraffatto dai bisogni istintuali in assenza della madre. Per il neonato rimane memorizzata come un’esperienza “d’impotenza dolorosa e stimola il neonato a piangere per la madre; l’angoscia segnale, è l’attivazione intenzionale della angoscia da parte dell’Io quando si sta per verificare una situazione di abbandono. L’Io vede che una situazione simile a un trauma subito si sta per verificare e manda un segnale d’angoscia.

Riguardo le fonti d’angoscia, Melanie Klein porta un contributo interessante alla teoria freudiana:”una fonte d’angoscia è la totale dipendenza del neonato dalla madre per la soddisfazione dei propri bisogni e per il sollievo dalla tensione. L’angoscia che sorge da questa fonte potrebbe essere chiamata angoscia oggettiva. L’altra fonte principale di angoscia deriva dalla apprensione del neonato riguardo la madre amata distrutta da suoi attacchi aggressivi, o in pericolo di essere distrutta, e questa paura riguarda la madre sentita come un indispensabile oggetto buono interno ed esterno e contribuisce al sentimento del neonato che ella non ritornerà più o che è irreparabilmente danneggiata dalla sua rabbia.”

Melanie Klein mette in stretta relazione angoscia e aggressività. Il Lupo e la sua ombra pian piano diventano nella mente del bambino la rappresentazione simbolica di tale stretta relazione. Possiamo ben dire che la materia di cui si compone la relazione primaria è un impasto di angoscia e aggressività. La trasformazione dell’angoscia e dell’aggressività è la funzione principale della relazione tra madre e bambino ma anche di quella tra educatrice e bambino; più in generale tra il bambino e l’adulto capace di accettare, contenere e trasformare la sua angoscia e la sua aggressività.

Alla presenza di un adulto con tali caratteristiche angoscia e aggressività sono ridimensionate e possono essere ulteriormente trasformate e utilizzate come elementi che danno luogo a esperienze creative, narrazioni, giochi, drammatizzazioni, esplorazioni, scoperte, apprendimenti, condivisioni. Libere dal giogo dell’aggressività e dell’angoscia le funzioni vitali del bambino si appoggiano alla pulsione libidica, e grazie a tale appoggio si attivano i processi d’integrazione e, in seguito, quelli introiettivi.

Aggressività, angoscia e sessualità sono questioni con le quali ci confrontiamo ogni giorno al Nido. Alla luce di quanto abbiamo detto dobbiamo essere consapevoli che l’aggressività, l’angoscia e la sessualità che si accendono all’interno della mente del bambino ci investono come luci che possono cambiare il nostro profilo – così come il bambino lo vede – ma anche il nostro stato emotivo: per un attimo, per il corso della relazione con quel bambino, per il resto della giornata.

Di alcune alterazioni diventiamo immediatamente consapevoli, di altre no. [Mi fa arrabbiare! Oggi non lo sopporto. Con me non vuole stare. Non ce la faccio.. Mi fa tenerezza. Oggi siamo inseparabili. Mi ha dato grande soddisfazione. Siamo innamorati.]. Alcune ci riguardano direttamente, e sono quelle che pur costandoci non poca fatica riusciamo a gestire meglio, altre riguardano l’ambiente, il gruppo, l’intera comunità nido, e seppur percepite chiaramente non sono riconducibili a cause esterne. [Oggi sono ingestibili! Sarà il tempo, ma piangono tutti! Oggi i morsi non si contano. Alle volte lavorare in queste condizioni rigenera. Non so c'è un'atmosfera come non c'era da tempo. ]. Di altre alterazioni emotive che derivano dal contatto con gli stati emotivi del bambino non siamo consapevoli. A volte ce ne accorgiamo dopo qualche tempo, magari mentre scriviamo il protocollo dell’osservazione da portare in supervisione.

Cosa significa tutto quel che abbiamo detto fin qui nei riguardi dell’esperienza quotidiana? Significa poter individuare un punto del processo relazionale dove esercitare la funzione educativa. Significa poter stabilire un modello di percorso educativo attuabile in diverse circostanze, ambienti, contesti e situazioni. Un percorso educativo che parte dal riconoscimento di angoscia e aggressività come elementi costitutivi del bambino e della relazione tra adulto e bambino.

Un percorso che si snoda lungo le frontiere tra mondo interno e mondo esterno, tra reale e immaginario, tra conscio e inconscio, tra corporeo e mentale. Dove i confini della realtà, per esempio, non ricalcano quelli del mondo esterno, né i confini dell’immaginario ricalcano quelli del mondo interno, ma li travalicano dando luogo a dimensioni che partecipano di elementi di ciascuna delle diverse entità.

Tutto ciò è abbastanza evidente poiché abbiamo assunto che angoscia, aggressività e sessualità siano elementi capaci di fluttuare dall’interno all’esterno, di pervadere menti e ambienti, di modificare la percezione della realtà o contribuire alla costruzione d’immagini o fantasie, proprio come la luce e l’ombra sono in grado di definire il mondo, la sua estensione e i suoi confini, la sua natura maligna o benigna.

Il compito educativo si fa dunque complesso ma anche affascinante se accettiamo la responsabilità di accompagnare il bambino nel difficile processo di costruzione del mondo in cui abita e si muove. Accompagnare, precedere, seguire o attendere. In ogni caso, sforzandoci di capire e condividere, di comprendere. Se, da un lato, il bambino è impegnato a costruire il suo mondo, dall’altro noi dobbiamo assolvere il compito di costruire la nostra professionalità, giorno per giorno. Ogni giorno entriamo al nido non sapendo nulla di ciò che ci aspetta e di ciò che sapremo realizzare. Qualcosa in verità sappiamo: che per affiancare il bambino nello svolgimento dei suoi compiti evolutivi e sociali, dobbiamo essere consapevoli che, allo stesso tempo, egli è impegnato a costruire legami e connessioni tra gli elementi emotivamente investiti che compongono la sua realtà interna, le loro rappresentazioni fantastiche di cui ci fa partecipi attraverso il gioco e le narrazioni immaginarie, e la realtà esterna; dobbiamo essere consapevoli che per espletare il nostro compito educativo dobbiamo essere rispettosi di questo percorso lungo il quale il bambino si muove, senza pensare di poter tralasciare alcuno dei tre elementi: realtà interna, mondo immaginario, realtà esterna.

Sappiamo anche quali sono le aspettative dei bambini nei nostri confronti: a loro non interessa la parzialità specialistica del nostro ruolo o della posizione che andiamo ad assumere in base alla nostra formazione, o dell’atteggiamento professionale che abbiamo sviluppato in base a qualche modello; ai bambini importa di incontrare un adulto che sia buono e paziente, allegro e divertente che sorrida e non sgridi, che faccia giocare e giochi lui stesso, che sappia cantare e non si spaventi di mettersi a quattro zampe per diventare quel lupo che abita la mente del bambino, i suoi sogni e le storie che va inventando o leggendo, ma che abita anche il mondo esterno, magari sotto le vesti di un educatore severo e rispettabile che lo fa tremare. Quel lupo la cui ombra si può fissare su un foglio gettando macchie di colore nero oppure dissolvere accendendo la luce.