Stefano Fregonese

Nei primi giorni di frequenza del Nido PICCOLI&grandi, Giacomo, 2 anni, disegnò due linee e poi un’altra, una sorta di U. Ciascuna linea era sormontata, a una estremità, da un piccolo cerchio. Intitolò questo disegno: ‘a scuola con gli amici’[1].

Nel parlar quotidiano, i bambini e i genitori si riferiscono indifferentemente al servizio per la prima infanzia che li accoglie come Nido o Scuola. Parlare di Scuola invece di Nido tradisce da parte dei genitori l’ansia riguardo la crescita dei loro figli, e da parte dei bambini l’ansia riguardo il compito che li attende, oltre alla legittima aspirazione a diventare grandi. Non so bene quando, ma nel corso dell’anno c’è un momento in cui le educatrici o gli educatori smettono di essere una mamma o un papà e diventano la maestra o il maestro. La Scuola per un bambino sotto i tre anni, deve essere una faccenda estremamente seria e apparire come una realtà complessa in continua evoluzione, intrisa di emozioni e sentimenti forti.

Uno dei primi giorni di Nido/Scuola un padre venne a visitare il servizio in vista della possibile iscrizione della figlia. Venne, mosso da curiosità, ma fin dal primo momento volle esprimere i propri dubbi. Disse che riguardo l’opportunità di mandare il proprio bambino di quasi due anni al Nido aveva raccolto opinioni contrastanti: il pediatra ne sconsigliava la frequentazione essendo notorio che i bambini al Nido si ammalano più spesso; la cognata che aveva svariati figli ne aveva invece caldeggiato l’iscrizione poiché al Nido i bambini socializzano. Riguardo quest’ultimo punto il padre mostrò tutto il proprio scetticismo: “a quest’età, si sa, i bambini sono mossi da un marcato egocentrismo” – disse. Mentre pronunciava queste parole, Pietro, diciotto mesi, trotterellò con evidente eccitazione verso Giada, tredici mesi, che faceva il suo ingresso al Nido, pronunciando due suoni che corrispondevano alle due sillabe di cui si compone il nome della bambina e una volta raggiuntala, la abbracciò in un caloroso benvenuto. Spiegai all’ambivalente papà che Pietro aveva riconosciuto Giada, che pur frequentava da pochi giorni, ne aveva tenuto a mente il volto e il nome e, azzardai, probabilmente nutriva dell’affetto nei suoi confronti. Mentre l’abbraccio di Pietro e Giada si prolungava, aggiunsi, con tono vagamente ironico, che i due bambini avevano socializzato.

Nella vulgata la socializzazione è una delle tappe dello sviluppo della prima infanzia. E la Scuola ? l’ambito principale della socializzazione. Spesso i genitori ne parlano come un compito che implica una profonda ambivalenza e richiede di affrontare conflitti profondi. Ad un certo punto, molto presto in realtà, anzi subito, i genitori sono chiamati a socializzare i loro figli: in modo simbolico iscrivendolo all’anagrafe o attraverso un rito religioso, più tardi, in modo concreto portandolo al Nido/Scuola. Socializzare il proprio figlio, renderlo cioè un soggetto sociale, aiutarlo a raggiungere una identità, un ruolo, uno spazio nella società, non è un atto ma un processo la cui responsabilità non va trattenuta nell’ambito famigliare ma va, appunto, condivisa, socializzata verrebbe da dire. Il processo di socializzazione del bambino si intreccia con il processo educativo diventandone un aspetto portante; non solo: il processo di socializzazione del bambino si intreccia con il processo di ri-socializzazione dei genitori, soprattutto della mamma, dopo il puerperio.

Il lavoro della separazione

In un solo anno di attività del Nido PICCOLI&grandi, noi operatori, ci siamo trovati a fronteggiare richieste importanti su fronti inattesi, per esempio quello del rientro al lavoro delle mamme. Direttamente o indirettamente molte mamme chiedono un aiuto per affrontare questo delicato passaggio che nella fantasia e nei fatti risulta inscindibile dal processo di separazione dal bambino. Ricordiamo che gli Asili Nido nascono, un paio di secoli fa, per far fronte all’esigenza delle madri di andare a lavorare in fabbrica. La prima preoccupazione della madre che deve tornare al lavoro non riguarda la qualità della proposta educativa, la possibilità del bambino di stare con altri bambini, la qualità del cibo offerto dal Nido, ma la compatibilità degli orari di apertura del Nido con quelli del suo lavoro. Spesso la mamma deve trovare lavoro o trovarne uno nuovo rispetto a quello che aveva prima della maternità; e il progetto lavorativo deve risultare compatibile con il progetto di vita che la presenza del bambino ora delinea. Ci sono mamme che devono affrontare il difficile lavoro di trovare lavoro: fare un bilancio delle competenze, stendere il curriculum, approntare la lettera di presentazione, raccogliere le referenze di esperienze passate, organizzare un mailing, o una ricerca di lavoro online, valutare le offerte di lavoro e la loro compatibilità con lo status di mamma, affrontare un periodo di prova o di formazione, acquisire nuove abilità, fare un corretto bilancio economico e un piano di investimenti per attrezzarsi a sostenere la nuova organizzazione della vita mantenendo un livello di qualità della stessa accettabile. Spesso lo scarto tra il reddito garantito dal nuovo lavoro e le spese affrontate per sostenerlo (retta del nido, trasporti, accessori e strumenti di puericultura leggera e pesante, etc.) è minimo o addirittura passivo. Tutto ciò vale sia per la professionista che deve ri-immettersi in un ambiente di lavoro estremamente competitivo e mutevole che richiede un aggiornamento professionale costante (durante i mesi di maternità sono uscite due o tre updating del software che utilizzava, o addirittura un nuovo sistema operativo, la nuova Legge finanziaria, sono stati avviati nuovi protocolli e procedure, etc., etc.), sia per la mamma che viene da una condizione psicosociale fragile ora impegnata in un percorso di autonomia, che non trova nel proprio mileau sociale e culturale gli strumenti di supporto al difficile compito.

Nella mente della mamma le due imprese – separarsi dal bambino e trovare lavoro – sono emotivamente congiunte. Operando un cambiamento di prospettiva, costatiamo che il nuovo lavoro rispetto al quale la madre deve reperire le necessarie risorse è proprio quello di separarsi dal bambino. L’enfasi e l’attenzione posta sul processo di inserimento del bambino al Nido sono motivate dalla consapevolezza che questa esperienza ha un ruolo decisivo per entrambi, mamma e bambino. Ma mentre l’esito della separazione è sufficientemente monitorato nel bambino, non sempre è possibile farlo con la madre. Eppure sappiamo che una buona separazione arricchisce e rinforza il genitore mentre una mancata elaborazione del lutto e della separazione prostra e deprime, sequestrando risorse psichiche che non possono essere spese nella vita affettiva e sociale.

Non sorprende che la domanda di aiuto rispetto a queste aree di bisogno – affettivo e sociale – emerga inizialmente indifferenziata o con intrecci e nodi di non facile soluzione, nello stesso ambito di accoglimento e ascolto: il Nido/Scuola. Se il compito che ci si prefigge è quello di differenziare e districare, separare la mamma (i suoi bisogni, le sue esigenze, le sue richieste, le sue domande) dal bambino, non si può certo iniziare questo lavoro recidendo: rimandando ad altre agenzie o specialisti ciò che si ritiene non pertinente. Ma quale domanda, posta dalla mamma alla Scuola/Nido, è pertinente? e quale non lo è?

Un agenzia ibrida, una terra di mezzo

Il Nido è un ambiente ponte tra quello sociale e quello educativo, è un’agenzia ibrida, una struttura intermedia, una terra di mezzo tra la Famiglia, la Scuola, il Lavoro, e i Servizi Sociali. In un percorso che vede questi ambiti, progressivamente differenziarsi ed estraniarsi, il Nido rappresenta il punto di partenza dove il meticciato dei ruoli può essere tollerato se le professionalità messe in campo sono di alto livello. Quel coinvolgimento e quella partecipazione dei genitori alla vita della Scuola, che man mano che si sale di grado – dalla scuola per l’infanzia all’università – si fa sempre più simbolica e astratta, al Nido è concreta e quotidiana.

Non deve sorprendere allora che il Nido si presti a divenire quella piazza dove la comunità si agglutina, dove i bisogni si fanno domanda e dove confluiscono le risorse per dare risposte. Non deve stupire che gli incontri tra genitori ed educatrici del Nido prendano la forma di laboratori di educazione alla genitorialità a cadenza mensile; o che in un anno i genitori richiedano una ventina di consultazioni psicologiche; che nei locali del Nido si svolgano conferenze sui temi che riguardano aspetti educativi o psicologici, approfondimenti di politica istituzionale, interculturalità, affido famigliare, la rete tra Servizi o le condizione di residenzialità protetta; che si svolgano corsi di formazione per educatrici di altri Nidi; o che si progetti e avvii un servizio di accoglienza per genitori e bambini nati prematuri da 0 a 18 mesi che si chiama Prima del Tempo, co-finanziato dalla Provincia di Milano.

Garantire, nel primo anno di apertura del Nido, il supporto all’inserimento di 8 bambini di mamme domiciliate presso le Comunità madre/bambino e presso gli Appartamenti per l’Autonomia – bambini e mamme provenienti da situazioni psicosociali critiche -, attuando un raccordo con soggetti pubblici e privati, stipulando convenzioni con i Comuni di residenza dei bambini, costituendo una rete di operatori dei servizi coinvolti (Servizi Sociali, Servizi educativi del Comune, Operatori ASL, Responsabili delle Comunità), prevedendo una supervisione periodica alla rete professionale, è stato ed è un lavoro impegnativo.

Ma grazie a questo lavoro un Nido può svilupparsi come un riferimento per il territorio, riconosciuto come luogo di accoglienza di bambini piccoli e di adulti; un contenitore di diversità che si integrano per costruire insieme il futuro dei bambini. L’utilizzo del Nido fatto dai genitori va al di là degli obiettivi che possiamo aver immaginato durante la sua progettazione e riempie di contenuti nuovi il proposito di accogliere bambini provenienti da situazioni svantaggiate e di promuovere l’integrazione sociale.

Per esempio, in modo del tutto informale, nei locali adiacenti a quelli del Nido, prende avvio un servizio di sostegno scolastico milaniano dove studenti delle scuole di ordine superiore aiutano quelli d’ordine immediatamente inferiore, poiché come diceva Lorenzo Milani non c’è miglior modo di imparare che insegnare. Nasce la Biblioteca Primo Libro, per esplorare attraverso lo strumento libro le diversità di cui i bambini e i genitori sono portatori: diversità riguardo la composizione famigliare, l’esperienza di casa, la competenza linguistica, sociale e relazionale. Viene anche allestito uno spazio all’interno del Nido, un guardaroba, per lo scambio di abbigliamento prima infanzia utilizzato da mamme del Nido e del quartiere. Alcune famiglie del nido ricevono quanto altre donano, entrambe favorendo e sostenendo la cultura dello scambio e del riuso.

Inoltre, attraverso la partecipazione a un bando si richiedono alla Regione i fondi per garantire la fornitura di pannolini, biberon e alimenti per la prima infanzia e beni di prima necessità, vestiti e carrozzine, passeggini, seggiolino da bicicletta, lettini, sdraiette etc., alle mamme in difficoltà economica, innescando un dibattito e una ricerca riguardo la selezione dei beni secondo criteri di sicurezza dei materiali, etica industriale, eco-compatibilità, economicità dei prodotti. Nasce una collaborazione con la redazione di Altra Economia che fornisce la consulenza anche per reperire i produttori e i fornitori degli alimenti che sono utilizzati nella Cucina interna del Nido. Al sistema di approvvigionamento della cucina del Nido partecipano anche i genitori e altri membri della comunità: nasce il GAS (gruppo di acquisto solidale) denominato La Zuppa di Sasso.

Scopriamo che la valenza educativa e curativa si diffonde in una serie di attività: la costituzione e il mantenimento del lavoro di rete tra servizi; la progettazione di attività innovative e sperimentali per il sostegno di mamme sole; la richiesta di aiuti per genitori provenienti da situazioni svantaggiate o da Paesi stranieri; la promozione di una rete relazionale di mutuo sostegno per lo sviluppo delle competenze sociali della famiglia; l’attuazione di iniziative per garantire la continuità dell’esperienza tra nido e casa; la promozione di nuovi stili di vita che passano attraverso l’acquisto solidale, il consumo consapevole, la cultura del riuso e dello scambio; lo sviluppo di strategie per il superamento delle difese psicologiche e sociali provocate dall’incontro con mondi e culture nuove, e per favorire invece l’esplorazione, la conoscenza, e il riconoscimento della loro ricchezza.

Durante l’ultimo incontro con i genitori del Nido, un padre (il papà di Pietro!) racconta come uscendo dalla riunione precedente, sulla via di casa, si fosse ritrovato a riflettere sul reale contenuto dell’esperienza appena conclusa. “Apparentemente – dice – veniamo per parlare dei bambini e in parte lo facciamo, ma soprattutto siamo indotti a parlare di noi stessi come genitori, delle nostre emozioni, aspettative, sentimenti, difficoltà e speranze. Ogni volta il bilancio tra dubbi e certezze rimane forse invariato ma i dubbi e le certezze con cui sono arrivato da casa non sono mai gli stessi che mi porto via da qui. Questi incontri mi provocano un sentimento di contaminazione del pensiero, mi fanno percepire un cambiamento nella mia concezione dei rapporti sociali in generale e di quelli tra genitori e Scuola in particolare; un cambiamento della mia idea sulla funzione della Scuola, un tempo ben delineata, nel senso di rigida e limitata, e ora invece più vaga e incerta ma anche più aperta alla possibilità che attraverso la partecipazione alla vita della Scuola si possa trasformare la Società”.


[1] Il presente capitolo si basa, con poche variazioni, sull?articolo di Fregonese S., Maspero C., Giangrasso A., Castelnuovo S., Rampani A., Marinoni P., Gilli G., A Scuola con gli amici, Ippogrifo, inverno 08/09 nuova serie, Libreria il Segno Editrice.