Stefano Fregonese

Ho dedicato un fine settimana di fine gennaio ad un giro esplorativo di alcuni quartieri periferici di Milano. Nello zaino avevo una mappa della città, lo stradario, e un libro inchiesta di Francesca Zajczyk. Milano. Quartieri periferici tra incertezza e trasformazione. Bruno Mondatori, 2005. In mente il progetto Spaziopensiero, l’idea di costituire una cooperativa sociale insieme ad Alessandra, Claudia e Alessia, uno strumento per portare, dove serve, competenze e risorse: applicazioni del pensiero psicoanalitico in periferia; nelle periferie dell’esistenza che, come quelle sociali, a Milano, non sono necessariamente ai confini del mondo ma si rivelano come macchie su una parete comparendo qua e là nel tessuto dell’esperienza, nel mondo interno di ciascuno; aree di fragilità che si palesano dove e quando meno te lo aspetti: nei reparti di patologia neonatale, nell’anticamera delle sale operatorie, nelle famiglie con bambini sotto i tre anni, nei quartieri di Sant’Ambrogio 1e 2 alla Barona, o nel Quadrilatero di San Siro.

Da quindici anni vivo a Milano. Ho fatto un percorso a ritroso, se così si può dire: sono arrivato adulto, con preoccupazioni adulte di trovare casa, lavoro, mettere su famiglia, stringere legami utili, coltivare la vita sociale. Poi, ho scoperto la complessità del legame con il territorio, con una città mai esplorata, sempre attraversata, calpestata, fuggita, odiata. L’ho percorsa in Vespa, come quando adolescente scoprivo il Friuli, e mi è sembrata più piccola. Ora la giro in bicicletta e mi sembra ancora più piccola; ma anche più ricca di particolari. Ho ritrovato la curiosità pre-adolescenziale per i luoghi e i percorsi, per la mappatura del territorio. Pedalando, anche i pensieri hanno tempo di fare massa critica[1].

Dunque, ho preso la bicicletta e ho pedalato verso sud e poi verso ovest. Volevo incontrare la gente del luogo, speravo in un contatto che non c’è stato, però ho potuto osservare volti, ascoltare voci: naturalmente anch’io sono stato osservato; sono entrato in un grande bar di periferia, uno di quei bar che hanno la rivendita di tabacchi e la ricevitoria del lotto e anche una sala da biliardo; c’è anche uno spazio ‘riservato’, un paio di tavoli a cui sono seduti alcuni anziani che giocano a carte; al banco c’è un sessantenne abbronzato appena tornato da qualche posto esotico e assolato mentre alla cassa un quarantenne molto aggressivo tiranneggia un giovane extracomunitario addetto alle pulizie: l’uomo scherza con il ragazzo, ma in modo paternalistico e razzista; alla ricevitoria delle scommesse c’è una trentenne anoressica nel corpo ed emaciata in volto, ancor più pallida a causa dei folti capelli rossi e ricci che le cadono sulle spalle; con il mio cappellaccio verde bosco e lo zaino sulle spalle attiro qualche sguardo un po’ da tutti, a parte da quella strana coppia che discute appollaiata sugli sgabelli al bancone: lui un giovane magrebino sdentato, lei una cinquantenne piccola e tarchiata con i capelli ossigenati e la pelle ancora così soda da farti venire voglia di toccarla per provarne la compattezza.

Il ragazzo parla veloce un italiano stentato, intervallando lunghi silenzi e brevi domande; lei, piuttosto, porta avanti un discorso dal vago sapore interculturale vantando i natali somali; sei-nata-somalia-? Il giovane magrebino è incredulo come se all’improvviso gli abbiano girato il mondo sottosopra; si scopre all’improvviso nordico e occidentale di fronte a questa bionda e soda esule del corno d’Africa. Due compari di lui, appollaiati sugli sgabelli delle slot-machine sghignazzano a intermittenza come se comprendano o seguano solo a tratti il dialogo tra i due.

La mia attenzione si sposta invece su una famiglia che fa il suo ingresso mentre riscaldo le mani intirizzite avvolte alla tazzina ancora calda del caffè: genitori anziani di figli piccoli, lei occupa subito lo spazio alla ricevitoria, facendosi larga nella sua pelliccia di castoro; compila schedine; i figli, 5 e 7 anni, si piazzano, testa in su, sotto lo schermo muto della televisione che trasmette un reality; lui, compra sigarette; indossa una giacca in pelle nera un po’ consunta e lascia intorno odore acido e stantio. Poco dopo, mentre libero la bicicletta dalla catena, li vedo salire su un mercedes di un paio di serie fa.

Ripenso a quei due bambini ipnotizzati davanti ad uno schermo qualunque mentre riprendo a pedalare a testa in su, lo sguardo che sale lungo muri più annuvolati del cielo. Parabole sui terrazzini di abitazioni fatiscenti, automobili costose nei quartieri poveri; lo constaterò anche al villaggio dei fiori, un’isola di casette quadrate fatte di quattro locali al pian terreno; di quelle che trovi nella putsza ungherese, volate qui tra Lorenteggio e Inganni: davanti a molte di queste villette monofamigliari, alcune delle quali peraltro molto degradate, c’è più di un’auto e spesso una di queste auto è sportiva e accessoriata. Ma, penso, questo rovesciamento dei valori, per cui si investe più sull’auto che sulla abitazione, non è figlio di una cultura nomade che prevale su una cultura stanziale; queste sono le auto che popolano la città di notte, che partecipano al carosello notturno lungo la cerchia dei navigli e quella del dazio; è il nomadismo psicotizzato del disagio che spinge a girare intorno senza meta ma anche senza curiosità: all’alba dopo averne spremuto fegato e portafoglio, la centrifuga del divertimento espelle questa gioventù periferica dal centro della città di giorno che, risvegliandosi, reclama spazi al fare e al lavorare.

Il giorno successivo, domenica 22 gennaio, un’amica mi raggiunge. L’aspetto con le biciclette. Utilizziamo la pista ciclabile da De Amicis fino a Lotto; da lì ci inoltriamo verso il Quadrilatero di San Siro[2]. Ne percorriamo le vie e anche i vialetti interni dei complessi Aler. P.le Selinunte è animato da gruppi di uomini, per lo più giovani: sentiamo parlare slavo, arabo e spagnolo. Ci sono anche alcune coppie di anziani che passeggiano.

Il quartiere appare degradato, gli esterni degli edifici non hanno goduto di quella manutenzione che negli ultimi dieci anni, grazie a una politica di sgravi fiscali, ha permesso di rinnovare gran parte delle facciate dei palazzi dei quartieri residenziali borghesi. Diversamente dal centro, i negozi concentrati nelle piazze osservano il riposo domenicale e sono chiusi. Così gran parte degli esercizi pubblici.

Ci fermiamo a bere un caffè al bar all’angolo tra via Ricciarelli e via Altamura di fronte al grande edificio occupato dalla Recordati[3], di cui fa contrasto con il resto del paesaggio urbano, la pulizia delle forme e quella, intuita, degli ambienti. Un anziano che si approccia al bar approva a voce alta la precauzione di incatenare le biciclette ad un palo della luce. Poco dopo arrivano padre madre e due figli, una famiglia ciclista. Mentre sistemano le biciclette lungo il muro, la madre promette cioccolate calde, premio dovuto in questo pomeriggio di freddo sole invernale. Vedendo entrare i bambini con i caschetti ancora in testa la padrona del bar si accerta che le biciclette siano lucchettate: non lo sono, genitori e bambini non hanno pensato a portare le catene; tra gli avventori del bar, che a parte noi sono solo persone anziane intente a giocare a carte, si accende una discussione sull’insicurezza del quartiere, sulla lestezza dei ladri e sul destino delle biciclette senza lucchetto. La famiglia, che vive nel quartiere residenziale contiguo al Quadrilatero, rinuncia a fermarsi. Decidono di portare le biciclette a casa, al sicuro, e di ritornare a piedi. Fossero andati in corso Magenta, o in corso Genova oltre delle biciclette sarebbero stati derubati del portafoglio: per la merenda non se la sarebbero cavata con meno di 20 euro, e nessuno li avrebbe avvisati del pericolo di veder sparire i loro mezzi.

Ma in questo bar di periferia, situato al centro di due zone residenziali borghesi, Fiera e San Siro, la discussione che sembra partire da una preoccupazione altruistica e solidale assume presto un accento paranoide e discriminatorio: non è più come una volta, è pieno di delinquenti, spacciano rubano e ti insultano per strada, lamentano questi anziani, gente che si ferma ancora a leggere l’Unità sulla bacheca attaccata al muro della sezione.

Uno dei problemi rilevato dalla Zajczyk riguarda la mancanza di ricambio generazionale tra gli abitanti dei quartieri Aler: figli e nipoti non abitano più qui e gli alloggi che si liberano vengono assegnati ai nuovi ceti deboli, i migranti; i quali, inizialmente, si costituiscono in comunità di uomini o donne che hanno lasciato le famiglie nei paesi di origine. La promiscuità tra anziani italiani e giovani migranti sembra difficile. Alle differenze culturali si sommano quelle generazionali; l’insicurezza proiettata si fa pregiudizio, il pregiudizio diffidenza, rifiuto, ritiro; da entrambe le parti si scavano fossati e ciascuno vede dall’altra i propri fantasmi prendere forma.

I quartieri che attraversiamo per scendere a sud verso Giambellino e Lorenteggio, e oltre fino a Inganni, sono altrettanti quartieri dormitorio: solo, l’edilizia privata è di qualità superiore e la sicurezza o l’illusione di sicurezza è garantita da cancellate, telecamere e porte blindate. I negozi continuano ad essere concentrati sulle vie principali che delimitano i quartieri e costituiscono le arterie di flusso del traffico da e per il centro città. Ci fermiamo nell’epicentro di un’onda edilizia che nel volgere di pochi cerchi concentra almeno 20.000 famiglie: gli edifici sono alti una decina di piani e rossi di mattoni a vista. L’epicentro, l.go Cavalieri di Malta, è apparentemente un grazioso giardino, in realtà una collinetta che nasconde la centrale termica che probabilmente serve tutto il complesso. I bambini devono fare svariate centinaia di metri per poter andare a giocare in una area verde. Il complesso ha tutta l’aria di essere frutto di edilizia cooperativa del primo dopo guerra. E’ abitato da una popolazione di ceto medio che, a giudicare dal numero di tapparelle abbassate, si può permettere il fine settimana o la domenica fuori città.

La zona 7, nel triangolo compreso tra Lotto, Bisceglie e Conciliazione, non è una zona priva di servizi: si contano circa 32 tra nidi, micronidi e altri servizi per la fascia zero-tre anni, di gran lunga la zona più dotata; oltre ai consultori, ai servizi di psicologia per l’infanzia, ai servizi sociali e ai centri di mediazione familiare.

Ne conta appena la metà la zona 6, guarda caso, Lorenteggio, Barona Santambrogio 1 e 2, che non sembra meno densamente popolata. Ciò di cui sembra carente tutta la zona sud-ovest è di centri specialistici di psicoterapia infantile e della famiglia, se si esclude il Centro di Terapia della Famiglia di via san Vigilio, e il C.A.F[4]. tra Chiesa Rossa e Gratosoglio, entrambi dislocati sul margine orientale dell’area.

La distribuzione dei servizi specialistici di psicologia dell’età evolutiva nell’area milanese è piuttosto curiosa e risponde a ragioni storiche; sebbene il servizio pubblico abbia cercato di garantire un’equa distribuzione dei C.P.B.A (centri di psicologia bambino e adolescente) nelle nove aree del comune, di fatto questi servizi si sono concentrati nei vertici degli otto spicchi in cui è divisa la città, finendo per servire gli abitanti del centro invece che radicarsi nelle aree del bisogno.

Ci sono tre zone in cui si concentrano la maggioranza delle sedi di associazioni o centri di psicoterapia privati: la prima è compresa tra XXII marzo e corso Indipendenza; i centri sono sorti attorno alla sede della Società Psicoanalitica Italiana per effetto alveare. La seconda è l’area di piazza Sant’Agostino; la terza è Buenos Aires, attorno alla sede dell’Ordine degli Psicologi. Le ragioni di queste concentrazioni sono diverse ma appaiono tutte piuttosto lontane dall’idea di portare competenze e servizi dove si manifesta il bisogno.

D’altra parte, si è sempre sostenuto che, per trovare una giusta soddisfazione, il bisogno deve farsi domanda e la domanda deve essere sostenuta da una motivazione; così la motivazione, si sa, potrà portarti ovunque alla ricerca di un aiuto. Ma oggi non possiamo non sapere che deve esistere un movimento etico in grado di spingere chi ha, a fare un passo incontro verso chi chiede, di muovere l’adulto verso il bambino, di catalizzare il pensiero del genitore verso il pianto del neonato; un movimento che deve essere concomitante affinché il bisogno divenga il contenuto di una relazione in grado di arricchire entrambe le parti impegnate nello scambio; perché, lo si voglia o no, di scambio si tratta, e l’umanitàà che ne scaturisce non è esclusiva di chi elargisce l’aiuto né di chi lo riceve, ma si manifesta là in quello spazio intermedio, periferico per entrambi, lo spaziopensiero.


[1] Il riferimento è al movimento di critical mass così descritto nel manifesto reperibile in http://www3.autistici.org/criticalmass/wiki/doku.php?id=manifesto:

[critical mass] è una coincidenza un improvviso incontro di ciclisti in/micro/polverati nel mezzo delle masse automobilistiche cittadine. è una casualità nel pieno rispetto dell’entropia, della natura caotica del nostro universo che non può essere rinchiusa in corsie o in scatole di metallo. [?]perché non è una manifestazione standard, non ha bisogno né di percorsi bollati né di celerini manganellati di guardia, è un semplice appuntamento di ciclisti che casualmente si ritrovano a percorrere tutti la stessa strada, magari lentamente… magari al centro della carreggiata… in una via solitamente trafficata… all’ora di punta… perché più di una manifestazione è la dimostrazione pratica e reale di come un’altra città sia possibile, bella e divertente.

[2] Il più grande insediamento di case popolari Aler a Milano. Costruito nel ventennio ‘31-’51 su progetto di Franco Albini. I due complessi più imponenti si chiamavano “Baracca” e “Milite ignoto”. Una cosa enorme. Sono 370 mila metri quadri, 124 edifici, 6.092 alloggi. Una città. (Da F. Ravelli, San Siro, il quadrilatero del degrado, Repubblica 18 novembre 2005)

[3] Recordati è un gruppo farmaceutico europeo impegnato nella ricerca, produzione e vendita di prodotti farmaceutici.

[4] Centro di Aiuto al Bambino Maltrattato e alla Famiglia in crisi – ONLUS