Alessandra Rampani* Stefano Fregonese** Claudia Maspero*** Gabriella Gilli****

leoneIl lavoro presentato riguarda l’intervento di sostegno e accompagnamento psicologico offerto a bambini e genitori presso il servizio di Endoscopia dell’Ospedale dei Bambini V. Buzzi – Milano dove sono eseguiti ambulatorialmente l’esofago-gastro-duodenoscopia e la rettosisgmoidoscopia.

La consulenza psicologica è parte del Servizio di Accoglienza e Preparazione Psicologica all’Intervento Chirurgico (PPICH) attiva dal 2003. L’equipe impegnata in questo progetto è composta da psicologi e psicoterapeuti soci fondatori di Spaziopensiero cooperativa sociale onlus.

Le rilevazioni dei parametri, il posizionamento dell’agocannula, la somministrazione del farmaco sedativo, in un ambiente che evoca l’immagine di un reparto di degenza, gettano talora i genitori in uno stato di allarme. D’un tratto madri e padri hanno l’impressione di trovarsi prossimi a un intervento chirurgico e si sentono impreparati. Anche i bambini giungono all’esame solo parzialmente pronti a ciò che affronteranno. Occorre prestare attenzione affinché il bambino sia aiutato a comprendere l’intervento che subirà. Il bambino, insieme ai suoi genitori, ha bisogno di dare significato all’insieme delle procedure affinché il tempo della sedazione che non lascia ricordi al risveglio, non rimanga un tempo vuoto, privo di senso.

La terapeuta sostiene bambini e genitori per tutta la durata degli esami endoscopici, collaborando con il personale medico e infermieristico. Accompagna il bambino alla comprensione dell’indagine che sta affrontando facilitando l’espressione delle emozioni, aiuta i genitori a integrare l’esperienza che il bambino sta vivendo nella sua storia e in quella della famiglia. Il tempo che il genitore trascorre accanto al figlio che dorme dopo l’esame è utilizzato per elaborare insieme la solitudine e l’angoscia.

La presenza delle diverse famiglie nella stessa stanza si tramuta da ostacolo in risorsa se i genitori, trovato ascolto e accoglienza, possono sostenersi a vicenda.

Giulio è un bambino di tre anni, dall’aspetto minuto ma dal fare deciso. Arriva per mano al padre, serio e imbronciato. Allontana lo sguardo dalle prime infermiere, che cercano benevolmente di accoglierlo e di fare la sua conoscenza. Giulio non ha alcuna intenzione di presentarsi e non pare gradire nemmeno che il padre risponda in sua vece. Quando un’infermiera, vagamente contrariata, replica che al bambino potrebbe servire anche un controllo alla lingua, forse assente, Giulio risponde con un profondo ruggito. Non mi sono ancora presentata alla famiglia ma commento che forse qui è entrato un leone. Giulio mi scruta perplesso.

Spiego ai genitori che sono la psicologa del servizio e a Giulio dico il mio nome. Il bambino risponde soffiando come un felino.

Più tardi, dopo che è stato possibile stabilire un contatto emotivo con la famiglia, Giulio può descrivere meglio la sua fantasia: “Io sono un leone e mangio tutti! Mangio il dottore!”.

Giulio deve essere sottoposto a una gastroscopia per confermare una diagnosi di sospetta gastrite. La fantasia di un’incorporazione violenta di ogni potenziale aggressore che lo circonda è l’argine precario a un’angoscia di essere invaso, saccheggiato dall’interno.

“Cosa ci sarà nella pancia del leone?”, domando lasciando aperto il mio interrogativo, volendo esplorare il peso dei contenuti distruttivi espressi da Giulio. Scegliendo di rivolgermi al leone e non al bambino reale, cerco di mostrare a Giulio che sono disponibile a condividere con lui fantasie aggressive e paranoidi, tenendo tuttavia in salvo l’altro polo dell’oscillazione più depressiva: so che Giulio adesso si sente un leone, ma immagino che potrebbe essere anche un cucciolo spaventato e mi chiedo come sostenere l’integrazione delle due parti nell’urgenza di un esame clinico invasivo.

“Chili di patatine”, è la risposta di Giulio alla mia domanda. Queste parole tradiscono un desiderio orale di cose buone, ma anche a un bisogno spasmodico di essere riempito, colmato nel proprio bisogno affettivo. Non è un caso che la madre di Giulio abbia da pochi mesi partorito una sorellina. Chissà quante e quali fantasie sul ventre della madre si saranno formate nella sua mente e ora, nuovamente, vi è una pancia da esaminare.

Al tempo stesso, è facile pensare che l’ombra delle rinunce imposte da una dieta attenta a prevenire la gastrite abbia raggiunto Giulio e che le patatine richiamino il timore di una nuova possibile perdita, almeno a livello preconscio.

Prima e dopo l’esame, lavorando con Giulio e i suoi genitori, possiamo arricchire la pancia del leone di significati e valenze, includendo i movimenti aggressivi, regressivi, passando per stati depressivi abitati dallo spettro di una malattia in cui la componente somatica e psichica sono strettamente correlate, percorrendo le vie della curiosità epistemofilica circa il ventre della madre e ciò che il medico potrà scoprire nella pancia del bambino.

La difficoltà del lavoro psicologico risiede anzitutto nell’assenza di un setting codificato. Non vi è un luogo deputato al colloquio psicologico, né un tempo che possa essere concordato a priori che aiuti paziente e terapeuta a utilizzare i minuti a disposizione. La mente della psicologa si rivela l’unico contenitore possibile alle proiezioni di sentimenti persecutori e depressivi. Oltre a definire la propria presenza, presentarsi al bambino e ai suoi genitori, far sapere loro in modo chiaro il tipo di lavoro e i tempi a disposizione, la terapeuta alterna momenti di osservazione partecipe a interventi descrittivi, commenti a caute interpretazioni. Lo sguardo è in questi casi il vicario di quella porta che solitamente si apre e si chiude in uno studio, sancendo concretamente l’inizio e la fine di una seduta.

Occorre considerare come l’angoscia d’intrusione sia presente e spesso condivisa nella mente di chi si trova nell’ambulatorio. Intrudere ed essere usurpati sono due correlati che si alternano nella mente del bambino ma anche in quella dei suoi genitori. Madri e padri si trovano a oscillare – inconsciamente – fra la sensazione di essere esposti a un’indagine invasiva al pari dei propri figli e la fantasia di essere essi stessi i mandanti di questo esame impegnativo e forse doloroso. A volte è difficile richiamare alla mente del genitore i fini leciti che determinano questo tipo di esame diagnostico. Esplicitare e descrivere il loro senso d’impotenza permette di riconoscere la paura ma anche la rabbia che inducono a respingere indiscriminatamente ogni tipo di intervento di aiuto.

La conoscenza di numerose famiglie permette di formulare ulteriori considerazioni a partire dalle specifiche ipotesi diagnostiche che l’esame endoscopico intende verificare. Per esempio nei casi di sospetta celiachia spesso il genitore prova il senso di colpa di aver trasmesso una malattia che renderà difficile e impegnativa la crescita relazione e sociale del proprio figlio. Se i genitori sono a conoscenza di una familiarità, può essere più semplice prefigurarsi il futuro. Identificarsi con il bambino, e condividere le attenzioni richieste dalla dieta, appare così un percorso faticoso ma sostenibile.

Molte volte le vicende familiari e la storia del bambino, accennate come rapide pennellate dal racconto dei genitori, permettono alla psicologa di intuire difficoltà, disagio e sofferenza psichica che richiederebbero una presa in carico terapeutica. L’ambulatorio non è la sede in cui raccogliere una domanda di psicoterapia ma può essere il luogo in cui presentare, in modo discreto ma professionalmente responsabile, l’ipotesi che un aiuto specialistico sia necessario. Spesso queste situazioni riguardano bambini o ragazzi affetti da infiammazioni gastro-esofagee, in cui il dolore somatico s’intreccia con la sofferenza psichica e lesioni e lacerazioni sembrano avere i propri correlati emotivi in esperienze relazionali in cui le distanze bambino-adulto sono difficilmente modulate.

In casi meno frequenti, alcune importanti lesioni del tubo digerente attestano un danno profondo che trova origine e conseguenza in gravi disturbi dell’alimentazione.

Il lavoro trasversale con il personale sanitario s’intreccia e procede parallelamente al sostegno prestato ai genitori. Alla terapeuta è chiesto di farsi mediatrice fra le istanze presentate dalla famiglia e quelle urgenti e necessarie per il lavoro del personale. Mediare e attutire l’impatto delle proiezioni reciproche permette di trasformare e rendere più comprensibili le richieste e le ansie che rischiano talora di entrare in collisione. Quando la pressione esercitata sul personale supera una certa soglia, si assiste a ondate di aggressività, che si traducono ad esempio in insuccessi ripetuti al momento di posizionare l’agocannula.

Se il personale non sente preservato il proprio bisogno di essere tutelato, la possibilità di identificarsi con il bambino piccolo e fragile viene meno. In questi casi allora medici e infermieri si difendono facendo appello a regole rigide e ferree: “In questa stanza può restare un solo genitore!” e non è più possibile pensare a mediazioni che tengano conto di volta in volta della situazione presente.

Quando la terapeuta riesce a mettere in parole ciò che accade, riconoscendo la fatica e le difficoltà del personale, spesso il genitore confinato fuori dalla stanza può farvi ritorno, il bambino può ricevere una parola di rassicurazione e il lavoro all’interno dell’ambulatorio riprende ad avere un funzionamento più integrato.

* psicoterapeuta del bambino, dell’adolescente e della famiglia, consulente per il servizio di Endoscopia Pediatrica e il servizio di Accoglienza e Preparazione Psicologica all’Intervento Chirurgico Ospedale Buzzi di Milano; socia fondatrice di Spaziopensiero onlus

** psicoterapeuta del bambino, dell’adolescente e della famiglia, responsabile del servizio di Accoglienza e Preparazione Psicologica all’Intervento Chirurgico Ospedale Buzzi di Milano; presidente di Spaziopensiero onlus

*** psicoterapeuta del bambino, dell’adolescente e della famiglia in training, consulente per il servizio di Accoglienza e Preparazione Psicologica all’Intervento Chirurgico Ospedale Buzzi di Milano; socia fondatrice di Spaziopensiero onlus

**** psicoterapeuta, docente presso la facoltà di Psicologia e di Scienze della Formazione, Università Cattolica di Milano; socia fondatrice di Spaziopensiero onlus