img771La riflessione su alcuni aspetti critici del lavoro con i bambini e del quotidiano confronto con i genitori ci ha spinto ad affrontare il tema delle responsabilità condivise dagli adulti che si prendono cura del bambino, in generale, e nella comunità Nido, in particolare.

Abbiamo individuato come campo comune di esperienza e di responsabilità l’area delle funzioni che un adulto si trova a svolgere quando entra in relazione con un bambino o più bambini.

Pensiamo che tutti gli adulti presenti al Nido siano chiamati a svolgere in forma diversa le funzioni che chiamiamo genitoriali e che seguendo uno studio di due psicoanalisti inglesi, Marta Harris e Donald Meltzer, possiamo così definire:

  • generare amore
  • diffondere odio
  • sostenere la speranza
  • seminare disperazione
  • contenere la sofferenza depressiva
  • emanare ansia persecutoria
  • pensare
  • produrre menzogne e confusione

Tali funzioni vanno piuttosto considerate da un punto di vista fenomenologico e non morale. Possiamo così raggrupparle in funzioni introiettive (generare amore, sostenere la speranza, contenere la sofferenza depressiva, pensare) e funzioni proiettive (diffondere odio, seminare disperazione, emanare ansia persecutoria, produrre menzogne e confusione)

Sulla base delle indicazioni degli psicoanalisti inglesi, oltre a individuare le funzioni genitoriali, distinguiamo diversi possibili modelli rispetto ai quali qualsiasi gruppo di adulti e bambini tende a organizzarsi:

  • la relazione di dipendenza genitoriale (famiglia)
  • la famiglia mafiosa
  • il gruppo primitivo
  • il gruppo evoluto o gruppo di lavoro

Lo scopo delle diverse organizzazioni è il medesimo: l’evoluzione dei suoi membri per perpetuare il gruppo, sebbene le modalità con cui tale scopo sia perseguito risulti molto diverso da una all’altra: mentre l’organizzazione che privilegia la relazione di dipendenza genitoriale, la famiglia o l’équipe promuove lo sviluppo della relazione di dipendenza del bambino dal genitore (o del membro junior dal senior) fino alla sua evoluzione verso l’autonomia e la progressiva integrazione con la comunità e l’ambiente circostante, la famiglia mafiosa persegue lo sviluppo di una relazione di dipendenza indissolubile e di una collusione distruttiva contro il membro più debole (capro espiatorio) e contro la comunità esterna percepita come fonte di controllo o di attacchi. Anche il cosiddetto gruppo primitivo si basa sullo sviluppo di una relazione di dipendenza tra i suoi membri, ma fondata sul parassitismo reciproco e nei riguardi della comunità e dell’ambiente.

Per esempio, è abbastanza evidente che, per una famiglia mafiosa, emanare ansia persecutoria o diffondere odio tra i suoi membri nei confronti di un nemico esterno abbia una valenza importante per riaffermare la coesione interna.

Va sottolineato che queste organizzazioni hanno valenza sia rispetto al mondo interno, determinando la configurazione degli affetti e degli apprendimenti, sia rispetto al mondo esterno, definendo la configurazione delle identità e dei ruoli sociali dell’individuo. Come ci ricorda Donald Meltzer, “tutti questi vari modi di organizzazione, dal più primitivo al più sofisticato sono usati in una certa misura da ogni individuo che abbia un minimo di intelligenza, ma l’esperienza psicoanalitica dimostra chiaramente che il carattere è fortemente segnato dalle modalità di apprendimento preferite e che tali modalità preferite, a loro volta, sono profondamente influenzate dalle modalità correnti del gruppo educatore famigliare (o educativo, ndr) e dal suo stato di organizzazione.”  (Donald Meltzer)

L’idea esposta da Meltzer e Harris nel loro articolo Configurazioni familiari ed educabilità culturale, che riporta i risultati di una ricerca condotta alla fine degli anni ’70 del secolo scorso, è che i diversi tipi di organizzazione famigliare determinino diversi modi di apprendere:

  • apprendere dall’esperienza
  • apprendere per identificazione profonda (mettendosi nei panni dell’altro)
  • apprendere per raccolta ossessiva
  • apprendere per sottomissione a un persecutore
  • apprendere rubando o raccattando
  • apprendere per identificazione superficiale (imitazione)

La responsabilità che sentiamo fortemente come educatori è offrire ai bambini, attraverso un buon esercizio delle funzioni genitoriali, un’esperienza prevalente di relazione di dipendenza sana, che conduca ciascun bambino verso l’autonomia e, attraverso lo sviluppo delle diverse forme di apprendimento, lo porti ad apprendere dall’esperienza.

Già, ma come si declinano nell’esperienza quotidiana, al nido e a casa, le funzioni genitoriali?

Nel corso di un seminario sulla genitorialità condotto con educatrici e genitori, abbiamo utilizzato alcune immagini visive e metaforiche per sollecitare il dibattito su tali funzioni. Usando per comodità la figura e il ruolo del papà, sottolineando che le funzioni materne e paterne sono ricercate dal bambino, indifferentemente e a seconda delle circostanze, nell’adulto affettivamente rilevante e in quel momento disponibile, abbiamo indagato alcune situazioni tipiche della relazione educativa tra adulto e bambino. Abbiamo abbinato queste situazioni, e le funzioni esplicate dall’adulto, alle accattivanti immagini di Bernardo Carvalho tratte dal libro illustrato di Isabel Minhos Martins intitolato ‘pê de pai’, pi di papà.

Il papà gru entra in azione al momento della nascita, è colui che leva il bambino espulso dall’utero materno impedendo che cada nel vuoto o che possa finire in pasto ai predatori. Assolve la sua funzione posando il neonato sul ventre della madre mentre si occupa della recisione del cordone ombelicale. Al Nido è svolta, per esempio, dall’educatrice che solleva il bambino dalla disperazione e lo conforta.

Papà sofà: negli anni settanta del secolo scorso gli studi sul bonding genitoriale hanno dimostrato che il riconoscimento del figlio e l’assunzione della paternità poteva essere attivato anche su base ‘naturale’, e non solo su base ‘culturale’, attraverso l’esperienza di contatto fisico precoce tra padre e neonato.

Genitori ed educatrici sanno bene che il contenimento emotivo può essere offerto con un abbraccio, con uno sguardo o con una parola.

Il papà materasso entra in azione fin dai primissimi momenti quando il ritmico movimento del suo respiro consente al neonato adagiato sul suo corpo di placare le proprie angosce e addormentarsi. Più tardi, al movimento del respiro e alla sonorità del suo cuore che batte si aggiungerà il fascino suadente delle sue affabulazioni

Papà mantella: la funzione di protezione esplicata dall’adulto si declina su un asse che va dal polo in cui la relazione di dipendenza è finalizzata allo sviluppo dell’autonomia del bambino fino a quello del controllo, in cui la protezione implica la sottomissione. Rilevante è il timing in cui la protezione è provvista: se preventiva e totale può impedire l’apprendimento dall’esperienza.

Papà cioccolatino. Usualmente il terminale delle primitive fantasie di divoramento è individuato nella madre, in connessione alla funzione di nutrice. La mitologia ci ha tramandato l’immagine del padre che divora i figli, mentre la fiaba distribuisce le fantasie di divoramento equamente tra lupi, orchi e streghe; ma l’esperienza quotidiana ci insegna che se il padre contribuisce a contenere l’avidità e l’aggressività orale infantile questa ritorna al bambino sotto forma di paura mitigata, interferendo meno con i processi di apprendimento e di ‘digestione’ delle conoscenze.

L’educatrice alle volte si presta a tale funzione, poi si mette un po’ di pomata sul morso ricevuto!

Papà spugna: non è il nostromo di Capitan Uncino né un padre alcolizzato. La funzione esplicata dal padre spugna è assorbire le angosce e le paure, l’avidità e l’aggressività, che  interferiscono con la capacità dei membri della famiglia di pensare. In ogni nido ci vuole, a turno, almeno un’educatrice spugna.

Papà méta: una delle principali funzioni paterne è costituirsi come meta o capolinea delle angosce e delle paure che circolano in famiglia e convogliarle lungo una direttrice che va dal bambino alla madre e dalla madre al padre. Un deficit in questa funzione può costringere il bambino nella posizione di ricettacolo delle angosce o delle aggressività famigliari, di cui diviene facilmente sintomo sviluppando disagio o patologia a livello delle funzionalità primarie (alimentazione, sonno, controllo motorio e sfinterico, linguaggio) o relazionali.

Al Nido, la supervisione, il lavoro in equipe, le riunioni con i genitori aiutano a fare in modo che le angosce o le aggressività, i conflitti e le difficoltà non ricadano sui bambini.

Papà tunnel: questa funzione rimanda ai riti di passaggio e alla loro valenza simbolica nel segnare i nodi di crescita del bambino. Il farsi soglia, da parte del padre, lo investe del compito di avvertire se il movimento del bambino è verso l’esterno o verso l’interno, verso lo sviluppo o la regressione, verso la dipendenza o l’onnipotenza, il capriccio o la richiesta, l’apprendimento per identificazione o per esperienza.

A volte il papà blocca il passaggio e il bambino si deve fermare perché il papà è diventato un papà limite o un papà freccia che indica una direzione obbligata.

Il papà freccia indica la direzione della crescita e dello sviluppo del bambino. Svolgere questa funzione significa confrontarsi con la dolorosa cognizione che la crescita del bambino comporta una perdita per entrambi seppur compensata e retribuita dalla possibilità di nuove esperienze. Il papà freccia collabora con il papà sveglia e il papà motore a volte assumendosi il compito e la responsabilità di indicare al bambino la dolorosa via della realtà.

Il papà sveglia è un modello di attivazione affettiva del pensiero. Può e deve intervenire quando s’instaura uno stato di sicurezza e certezza tale da non essere più abbandonato a scapito della curiosità e della sete di conoscenza. L’esercizio di questa funzione, che può essere rappresentata anche con la metafora del colpo di becco con cui la mamma invita il pulcino ormai formato a lasciare il nido, implica la capacità di gestire l’ambivalenza e di sostenere la speranza.

Papà motore: questa funzione può essere descritta come l’avviamento del principio motivazionale. Il bambino è istintivamente curioso e alla ricerca di esperienze di apprendimento. La funzione paterna di motore di avviamento può essere necessaria nei casi in cui per ragioni costituzionali del neonato o di difetto nella relazione primaria (per trauma p.e.) l’istinto sia precocemente inibito.

L’educatrice svolge questa funzione con delicatezza, senza confondere il bambino con quantità eccessive di stimoli.

La funzione di papà freno è correlata a quella indicata come papà motore. Il papà freno sovrintende al momento in cui il bambino si stacca dalla mano della mamma (oggetto esterno) e incomincia a muovere i primi passi in autonomia facendo affidamento sull’idea di potercela fare (oggetto interno), rischiando anche la caduta. Interviene quando il bambino inizia perdere l’equilibrio o comunque prima che batta a terra.

Papà boa. Boa nautica naturalmente. Il padre costituisce un punto di repere, un seamark, un riferimento, un vertice del triangolo che vede agli altri poli la madre e il Sé.  All’interno di questo spazio triangolare si svolge la vita edipica del bambino. Il papà boa si offre innumerevoli volte a essere raggiunto per consentire al bambino il ritorno verso forme di comportamento più infantili o inadeguate. Fino a quando il bambino diventa pronto per andare oltre e prendere il largo. Per funzionare il papà boa deve essere ancorato a una qualche base. Una boa troppo fluttuante può essere una buona immagine per rappresentare quegli adulti incapaci di fissare un limite attendibile alle oscillazioni del bambino tra il pretendere di essere grande e la paura di diventarlo.

Papà trattore. Questo particolare tipo di papà interviene per trarre d’impaccio quando il processo di apprendimento si è arenato e per qualche motivo si limita agli aspetti superficiali. Il papà trattore aiuta a superare le vischiosità di una relazione tra mamma e bambino condizionata dalla scarsa disponibilità emotiva della mamma (mamma depressa).

Il papà svolge diverse funzioni ausiliarie dell’Io del bambino in attesa della sua piena formazione.  Il papà attaccapanni raccoglie e conserva momentaneamente parti del sé del bambino di cui questi debba per qualche ragione temporaneamente liberarsi.

Quando il bambino è elevato o si eleva al livello dello sguardo del papà la sua visione del mondo cambia. Il papà scala è un padre capace di piegarsi al livello del bambino e poi elevarsi, portandolo con sé in un osservatorio da cui è possibile nominare tutte le cose del mondo.

La mancanza di questa funzione spesso costringe il bambino alla fantasia di installarsi all’interno della mente del padre per poter vedere le cose con il suo sguardo, creando, alla lunga, al bambino, problemi di identificazione. L’abuso di questa funzione induce il bambino a non voler più scendere al proprio livello infantile.

Similmente, il papà aereo è fondamentale per consentire al bambino di vedere l’orizzonte del proprio futuro oltre quello visibile dai suoi genitori. Alle volte, al Nido, l’educatrice gru prende in braccio il bambino e dopo averlo confortato lo porta alla finestra dove ‘per mezzo delle proprie parole’ si trasforma in un’educatrice aereo a bordo del quale il bambino affronta un viaggio struggente alla ricerca dell’immagine della sua mamma o meraviglioso alla scoperta del mondo.

A volte il volo diventa un espediente finalizzato alla sola eccitazione. L’eccitazione è una difesa psichica utilizzata per contrastare l’angoscia depressiva. Il papà giostra collude con la propensione del bambino a utilizzare questa difesa per non essere sopraffatto dalla disperazione.

In certi momenti, le educatrici tendono a organizzare giostre collettive, magari sotto forma di balli tribali.

L’eccitazione del bambino, prima ancora di essere uno stato emotivo è una condizione del corpo investito da pulsioni sessuali. A cento e più anni dalla pubblicazione dei Tre saggi sulle teorie sessuali infantili di Sigmund Freud, l’argomento trova ancora spesso impreparati i genitori. Il problema è alternativamente relegato a una dimensione meramente fisiologica o nell’area dei giochi tra bambini. Il papà cavallino, il papa che presta il suo corpo per un gioco eccitante, è chiamato a gestire consapevolmente il problema della erotizzazione della relazione con il figlio e con la figlia.

Il papà è spesso deputato a gestire le emergenze. Al contrario del papà dottore il papà ambulanza fa dell’emergenza e dell’urgenza del soccorso una modalità prevalente, con il possibile risultato di diffondere un livello di ansia catastrofica che non permette l’apprendimento dall’esperienza. Inoltre rafforza l’idea della riparazione maniacale e onnipotente in luogo di quella depressiva e induce la dipendenza patologica da una presenza esterna onnipotente.

Il papà che ama non impedisce che il bambino provi la sofferenza mentale conseguente alla consapevolezza della propria inferiorità e del proprio stato di bisogno. Il papà dottore sa calibrare con accortezza l’intervallo di spazio e di tempo che si frappone all’intervento di aiuto e all’avvio del processo riparatorio.

Al nido si presentano quotidianamente situazioni in cui si deve decidere se intervenire come ambulanze o attendere come buoni dottori che il bambino trovi le risorse interne per cavarsela da solo.

Papà nascondiglio. Questa funzione è attivata in riferimento a particolari difficoltà di relazione con il mondo esterno o di confronto con una mamma percepita come ostile, o ancora in relazione a modalità di apprendimento furtivo o di rapina a causa del quale il bambino si aspetta di essere poi punito.  La modalità con cui il papà nascondiglio esercita la complicità può aiutare il bambino a ridimensionare il pericolo esterno o  l’inaccessibilità della mamma o a riconoscere che ciò che ‘ruba’ può essere invece chiesto; oppure, costituendosi come un rifugio (un’isola dei pirati) può confermare che quella è l’unica strada.  Gli oggetti appresi per furto e rapina possono tornare a essere utilizzabili oppure sepolti in una cassa del tesoro, secondo le qualità trasformative del “nascondiglio”.

Il papà cassaforte è depositario di segreti che spesso sono credenze non sottoposte all’esame di realtà o che rivelerebbero un apprendimento truffaldino. Perciò sono depositate in un posto sicuro in attesa di tempi migliori.  Anche l’educatrice è spesso depositaria di racconti e fantasie i cui legami con la realtà non sono necessari o scontati.  Queste fantasie sono affidate all’adulto non per essere divulgate ma perché siano internamente processate. L’educatrice è chiamata a esercitare questa funzione con grande equilibrio e saggezza.

Papà piccolino: più che una funzione si tratta di una qualità che il papà deve avere, non solo per poter essere introiettato come funzione nella mente del bambino ma per poter abitare stabilmente nella mente della mamma, il primo ambiente dove inizialmente il bambino lo può incontrare. Un papà troppo ingombrante nella sua onnipotenza tende a essere espulso dalla mente della mamma (e spesso anche da casa).

Anche al Nido, l’educatrice modula con sensibilità la propria presenza e disponibilità, consapevole di doversi dividere tra tanti bambini ma anche di doversi confrontare con l’ambivalenza della mamma che le affida il bambino vincendo la gelosia e a volte l’invidia.  L’educatrice è consapevole di dover gestire un sentimento che sorge nel bambino ogni mattina: il conflitto di lealtà tra la mamma che lo lascia e l’educatrice che lo accoglie.

Conclusioni

L’esercizio condotto insieme a educatrici e genitori ha dimostrato che ogni adulto può assumere deliberatamente, o perché indotto dagli altri, le funzioni di base ed esplicarle secondo le proprie attitudini e inclinazioni, la propria cultura ed esperienza, il proprio assetto emotivo. Naturalmente, come notano Meltzer e Harris, “le funzioni possono essere tenute in sospeso, non svolte da nessuno, costituendo allora un focolaio di caos con implicita angoscia catastrofica”.

Ma, nel momento in cui l’organizzazione sia presieduta da una coppia – sebbene non necessariamente costituita da due genitori veri o neppure da due persone – vale a dire dall’idea di una coppia genitoriale attiva, in cui la funzione materna consista nel concentrare l’ansia catastrofica di tutti i membri (l’assalto delle proiezioni), rispetto alla quale la funzione paterna costituisca il terminale in cui angoscia, aggressività e libido siano metabolizzati, i processi introiettivi che presiedono all’apprendimento dall’esperienza sono garantiti; e il pensiero che si sviluppa attorno a ciascun singolo membro consente di promanare un senso di sicurezza intrinseco all’organizzazione stessa. L’indebolimento della funzione paterna è indice e causa di un sovraccarico di odio e persecuzione proiettiva che incoraggia la polarizzazione dei membri dipendenti con una tendenza alla ricerca del capro espiatorio, mentre lo sviluppo fisico, sociale, intellettuale ed emotivo di ciascun membro diventa un indice attendibile del buon funzionamento dell’organizzazione.

Bibliografia

- Donald Meltzer, Martha Harris, Il ruolo educativo della famiglia. Un modello psicoanalitico di processi di apprendimento, Centro Scientifico ed. Torino, 1990

- Isabel Minhos Martins, Bernardo Carvalho, ‘pê de pai’, Planeta Tangerina, 2006