Stefano Fregonese*

L’esitazione dell’interprete coglie tutti alla sprovvista. Siamo alle battute iniziali del primo incontro tra noi, cinque psicologi italiani esperti nei processi di umanizzazione negli ospedali, e una ventina tra medici, infermiere e psicologhe della Clinica Pediatrica di Sarajevo. Selma, l’interprete, è una giovane studentessa della facoltà di lingue dell’Università di Sarajevo. Bimba in Bosnia, adolescente profuga in Italia durante la Guerra, compiuti i diciotto anni ha voluto ritornare a Sarajevo. Neppure lei – come me, psicoanalista friulano di cui sta traducendo le parole di presentazione – ha vissuto uno solo dei mille giorni dell’assedio della città. Nella sua mente è proprio questa parola che ora si fa profuga e non vuole rientrare alla coscienza: assedio.

Questo lapsus ha l’effetto di una granata sull’attenzione del gruppo che si sfalda: due medici si alzano ed escono in corridoio a telefonare, altri a piccoli gruppetti si mettono a parlottare. A una infermiera suona il cellulare. La neonatologa che parla anche inglese suggerisce alla ragazza il termine siege, per aiutarla a rompere l’accerchiamento emotivo che impedisce alla parola assedio di vincere se stessa. Finalmente Selma pronuncia in bosniaco opsada. Il gruppo si ricompone in un misurato silenzio, rientrano le persone ferme sulla soglia, le telefonate vengono sbrigativamente interrotte e i cellulari spenti, ciascuno ritrova il proprio posto nel cerchio. La presentazione riprende. Io, psicoanalista italiano, quarantenne alto e magro, un po’ ingobbito sulla sedia, i gomiti appoggiati alle ginocchia, parlo lentamente scandendo bene le parole, fermandomi alla fine di ogni frase, attendendo la traduzione. Ripeto ancora di non aver mai vissuto sotto assedio, la frase che ha scompigliato le fila e le emozioni; aggiungo che non mi è toccato in sorte di vivere nello stesso Paese e nella stessa comunità con persone che hanno provato, o sono riuscite, a distruggere parti consistenti della mia vita emotiva, relazionale, sociale e culturale. Che titoli posso vantare per venire a Sarajevo a parlare di angoscia, sofferenza e ambivalenza?

Poi, riprendendo dopo una breve pausa, obietto – più a me stesso che a chi mi ascolta – che lavorando quotidianamente in contatto con il disagio fisico e mentale apprendo, ogni giorno, quanto difficile sia, per le parti sane di un individuo, sopportare il costante assedio a cui sono sottoposte dalle parti insane. Cito Sigmund Freud lì dove lo psicoanalista viennese parla delle pulsioni di vita e di morte, di come sia necessaria la loro coabitazione e quanto delicato sia l’equilibrio sul quale si basa; e cito le parole di Melanie Klein riguardo al fatto che quando questo equilibrio collassa, e la scissione e la proiezione delle pulsioni sadiche prevalgono, violenza e angoscia paranoide si diffondono dappertutto.  Egualmente – aggiungo – ciò accade quando la malattia costringe l’individuo sotto l’assedio di pene e angosce soverchianti. Ristabilire l’umana tolleranza del dolore e dell’angoscia è compito difficile in ogni contesto, sociale e mentale.

Cinque psicologi di Spaziopensiero**: siamo venuti a Sarajevo da Milano per promuovere l’Umanizzazione dell’Ospedale Pediatrico, e riflettere sulla necessità di sostenere, in chiunque in ospedale venga a contatto con la sofferenza, la capacità di tollerare il dolore e l’angoscia, al fine di mantenere viva la speranza, la consapevolezza e la conoscenza.

Quali circostanze e motivazioni abbiano portato noi cinque professionisti milanesi a confrontarci con i colleghi bosniaci non è cosa facile da ricostruire. Quale sia l’attesa reciproca è tutto da scoprire. A Milano l’équipe di Spaziopensiero lavora ormai da alcuni anni presso l’Ospedale Buzzi, o l’Ospedale dei Bambini, come è meglio conosciuto in città. Ci occupiamo di accogliere e seguire i genitori e i bambini che affrontano gli esami diagnostici, le visite specialistiche e il prericovero in vista di un intervento chirurgico. La nostra idea è tutto sommato semplice e forse perciò particolarmente efficace: riteniamo che la salute del bambino, la sua guarigione, l’evitamento di traumi psicologici legati alla violenza piccola o grande insita in alcuni processi diagnostici e terapeutici, la qualità dell’esperienza dell’ospedalizzazione, la preservazione della dignità della vita del bambino anche quando si approccia la morte, dipendano dalla capacità dei genitori di essere tali, di non deflettere le loro funzioni genitoriali: promuovere amore, sostenere la speranza, contenere la pena depressiva, continuare a pensare.

La genitorialità spesso è la prima vittima dell’accerchiamento operato dall’angoscia e dal dolore. Il bambino rimasto solo è poi facilmente esposto al trauma. Nell’urgenza e nella complessità della cura spesso è difficile trovare un posto per il genitore. Un posto fisico adeguato, una poltrona accanto al letto del figlio, un letto dove permettergli di passare la notte, un luogo dove trovare ristoro nelle lunghe ore dell’assistenza, uno spazio dove rigenerare la mente, acquisire informazioni, accedere a conoscenze specifiche e necessarie sulla malattia e la cura. Ma spesso, nella mente di chi opera nell’urgenza, viene meno anche quel posto mentale dove dovrebbero trovare spazio le istanze proprie dei genitori sufficientemente buoni, la loro funzione di raccordo e di integrazione, di garanti del legame sociale e della dipendenza affettiva, di contenitori dell’angoscia e dell’aggressività e delle pulsioni di vita e di morte.

Profughi dal loro ruolo, i genitori faticano a mantenere la loro funzione. Che è una funzione di soglia e di confine, che li rende responsabili di introdurre il bambino nei territori inesplorati della vita e dell’esperienza, che nel nostro caso si declina sulla malattia e sulla lenta guarigione, a volte sulla morte; oppure li impegna a varcare essi stessi, in virtù della loro funzione di tramite, le soglie dell’intricato immaginario infantile, per affiancare il bambino nel difficile lavoro di delineare il senso della propria vita interna ed esterna e, alle volte, dopo averlo preso per mano nei fitti boschi della paura, o nei minati campi dell’incertezza, o nei cieli tempestosi dell’onnipotenza, ricondurlo a casa, con i piedi per terra nel rassicurante e un po’ banale reame del quotidiano o nella faticosa e a tratti dolorosa landa della realtà.

Genitori doganieri, genitori interpreti. Vanno aiutati. Se no diventano essi stessi un problema, un intralcio, scomodi e impotenti testimoni dell’angoscia che si diffonde nei reparti ospedalieri quando un bambino piange e soffre, quando rischia di morire o di portare con sé i segni del danno inferto dalla malattia, dalla violenza fisica o dal trauma psichico.

Sono passate alcune ore, un coffee break e molte emozioni. Nel gruppo si è parlato di difficoltà materiali e di risorse psicologiche e culturali. Sono risuonate parole come collettivo, lavoro di gruppo, professionalità, umanità. Si sono fatte anche le cifre di quanto guadagna un medico a Sarajevo e un’infermiera che lavora al Kosevo[1]. Il tema della relazione con i genitori risulta il primo, accanto al problema dell’accompagnamento alla morte e del lutto per il bambino che muore in ospedale, al problema della dipendenza affettiva tra sanitari e bambino e, infine, al tema delle scarsezza delle risorse materiali, dell’esiguità dello spazio – in attesa che venga completata la nuova Clinica -, e del tempo. Il tempo scade anche per questo primo seminario. L’appuntamento tra noi professionisti italiani di Spaziopensiero e quelli bosniaci della Sarajevo Pedijatrijska Klinika è per il 26 aprile, e poi ancora a luglio se si troveranno altri fondi, oltre a quelli offerti da Banca Leonardo e dalla Fondazione Mangart.


* Stefano Fregonese, presidente di Spaziopensiero Onlus, psicoterapeuta e psicoanalista del bambino e della famiglia ha insegnato Psicopatologia e Psicologia della Relazione Educativa all’Università di Piacenza.

** Spaziopensiero Onlus, esplora microcosmi geografici, sociali, culturali e relazionali per sviluppare spazi transizionali di conoscenza e competenza psicologica, individuare aree di disagio emergente, ideare e realizzare nuovi progetti di cura e prevenzione per bambini e genitori. Oltre all’autore dello scritto fanno parte dell’équipe che opera a Sarajevo: Gabriella Gilli, Alessandra Rampani, Claudia Maspero e Sara Castelnuovo.

[1] Nome del quartiere in cui sorge l’Ospedale di Sarajevo.