fullsizeoutput_271di Stefano Fregonese

Il quotidiano impegno educativo degli adulti che interagiscono con i bambini consiste nel fornire loro gli strumenti necessari per crescere fisicamente e mentalmente, e svolgere i propri compiti in relativa autonomia. In termini psicologici ci riferiamo allo sviluppo delle funzioni dell’Io del bambino, a volte disturbate dalla sotterranea azione di conflitti inconsci capaci di compromettere un sereno procedere della vita psichica e delle relazioni. Gli adulti svolgono un ruolo di sostegno al difficile compito di contenere ed elaborare i conflitti, le angosce e l’aggressività. Altrimenti, optano per la distrazione e l’intrattenimento quali escamotage per evadere le angosce e i conflitti propri del bambino e quelli che insorgono all’interno della relazione educativa.

Un esempio? È ora di pranzo, il bambino ha fame ma rifiuta il cibo. Qualcosa che sembra indipendente dalla sua volontà gli impedisce di soddisfare il proprio bisogno. L’educatrice o il genitore, comprende la situazione e propone al bambino una rappresentazione che crea una distanza tra il bambino e gli elementi del conflitto da cui sembra sopraffatto, senza negarli. In questo spazio, che si crea tra la fame e i broccoli, e tra i broccoli e la bocca chiusa, grazie alla storia si attiva un processo mentale semplice e complesso. Il bambino identificandosi nel lupo della storia mangia tutti i broccoli che sono diventati i tre porcellini.

La capacità del bambino di passare rapidamente da una identificazione all’altra, è ben nota, ed è coerente con la più generale fluidità nel volgere da uno stato mentale all’altro, da un’emozione all’altra, da una difesa psichica all’altra. Descritta come una fragilità dell’Io in formazione, è uno strumento delicato, e una risorsa indispensabile al bambino per entrare in relazione con gli altri, con il mondo esterno in generale e con il proprio mondo interno.

“Parlando di spostamenti dei livelli psichici – dice Ernst Kris in Accostamento all’arte, il saggio introduttivo alla raccolta intitolata Ricerche Psicoanalitiche sull’Arte -, ci riferiamo alle funzioni organizzative dell’Io, alla sua capacità di autoregolazione della regressione, e particolarmente alla sua capacità di controllo del processo primario.”

La lettura del saggio di Kris è particolarmente interessante se focalizziamo l’attenzione sulla descrizione di cosa succede nella mente del bambino impegnato a sviluppare certe funzioni dell’Io, quelle che gli permettono di gestire il rapporto tra sé e il mondo esterno reale, tra le realtà virtuali e il proprio mondo interno; quest’ultimo si struttura su diversi livelli di realtà psichica, disposti lungo un gradiente che va dalla massima concretezza alla massima astrazione.

Una delle prime funzioni dell’Io riguarda la capacità di differire, di prendere controllo sul tempo. Differire la soddisfazione di un bisogno o l’appagamento di un desiderio comporta l’allentamento del controllo sull’oggetto, ripagata dall’estensione del controllo in altre forme e altri ambiti: controllo sul tempo, appunto, ma anche percezione di sé come individuo più integrato.

I bambini imparano presto a esercitare un certo controllo sulla produzione di immagini che occupano lo spazio mentale, spazio creato dal differimento della soddisfazione del bisogno. Immagini che inizialmente hanno il carattere della allucinazione, divengono immagini prodotte consapevolmente e in modo organizzato nella forma di sogni ad occhi aperti. Questa attività evolve nella formazione di fantasie che attingono a materiali raccolti nel mondo esterno (immagini, esperienze, narrazioni) modellati su strutture profonde quali le fantasie inconsce (pre-edipiche ed edipiche) e motivi narrativi universali (fiabe, miti).

Il passaggio dalla produzione di immagini alla loro organizzazione in forme narrative risponde a un’esigenza relazionale, al tempo stesso individuale e sociale. L’aspetto individuale riguarda la necessità del bambino di integrare l’immaginazione visiva con la progressiva acquisizione e sviluppo e controllo del linguaggio a livello intrapsichico, fenomeno grazie al quale il bambino si scopre soggetto parlante ma anche parlato, nel senso di acquisire consapevolezza di quel parlamento interno in cui varie voci al suo interno che gli parlano e parlano per lui, alla pari di immagini che gli compaiono senza che lui le abbia intenzionalmente evocate.

L’aspetto sociale riguarda la necessità di condividere con altri la continua produzione di immagini e parole. “La traduzione intenzionale del sogno ad occhi aperti in forma narrativa presuppone la totale traduzione dell’espressione visiva in espressione verbale; la scorciatoia dell’immaginazione visiva dev’essere sostituita da parole che riescano ad evocare in altri la stessa visione.” [Kris, p. 31]

I vantaggi della condivisione delle proprie fantasie sono molteplici. Se la fantasia proposta agli altri sotto forma di narrazione o gioco è approvata si rafforza l’auto-approvazione e al tempo stesso si allenta la stretta del Super-Io, il conflitto istintuale si attenua fino al punto da concedere che l’illecito diventi lecito.

La partecipazione dei bambini ai giochi di ruolo proposti da uno di loro, spesso il leader del gruppo, implica sempre una condivisione della fantasia che il gioco esprime. Implica anche il riconoscimento da parte dei bambini che da lí in poi – dall’enunciazione della formula magica: “facciamo (finta) che …““giochiamo a…” – “entra in scena l’immaginazione e subito, invece di fare ciò che si desidera, si può giocare a farlo o immaginare di farlo” [Kris, p. 34] .

A volte il gioco finisce quando il limite tra palcoscenico e realtà viene meno. O quando, per qualche ragione “l’intensità della partecipazione”“la realtà scenica”, scardina la consapevolezza che si tratta di un gioco, di una finzione, di una rappresentazione. Kris chiama tale consapevolezza illusione estetica.

L’illusione estetica è una funzione dell’Io che costituisce una difesa rispetto alla soverchiante intensità dell’angoscia e dell’aggressività. Agisce come un filtro e si attiva sia quando gli stimoli arrivano dal mondo esterno sia quando provengono dall’interno.

Nel suo saggio Kris riporta diversi esempi in cui l’illusione estetica viene meno: cita i casi di un contadino che assiste per la prima volta a una rappresentazione teatrale, e di un bambino che vede il proprio nonno, attore professionista, morire sulla scena; entrambi, spettatori ingenui, sono indotti a partecipare alla rappresentazione come se si trattasse della realtà, provocandone l’interruzione.

Ai giorni nostri è pandemico il caso contrario: incapaci di sostenere l’angoscia che certe situazioni o accadimenti della realtà provocano le persone trasformano la realtà nella rappresentazione di ciò che sta accadendo. Chiamati a partecipare declinano l’invito, e si trasformano in spettatori di una riproduzione scenica della realtà.

Anche quando la realtà cui l’individuo assiste è costituita da una rappresentazione o da un rito, l’impatto emotivo può essere intollerabile al punto da richiedere un ulteriore distanziamento. Le tecnologie oggi consentono di fare ciò. Perciò di fronte a una donna che si appicca il fuoco chi assiste, al posto di un estintore, prende in mano lo smartphone e filma, invece di salvare la poveretta. Perciò, le migliaia di fedeli convenuti a San Pietro per assistere al rito funebre e alle esequie del Papa invece del rituale segno della croce al passaggio del feretro levano al cielo lo smartphone in funzione video o foto. I casi descritti sono evidenti esempi di uso patologico della funzione dell’illusione estetica.

Quando Coleridge, parla di suspension of disbelief intende che per godere pienamente di un’opera di finzione dobbiamo mettere in pausa l’esame di realtà. Se di fronte alla realtà attiviamo l’illusione estetica, invece dell’esame di realtà, lo facciamo per evadere quegli aspetti emotivi della realtà che non riusciamo a tollerare.

Analogamente confrontandoci con un’opera di finzione possiamo attivare dei meccanismi di difesa che non ci consentono la piena fruizione dell’opera. Le caratteristiche dell’opera di finzione con cui ci confrontiamo facilitano o meno un uso evasivo o depressivo dell’opera stessa.

Umberto Eco ci ha insegnato che anche le opere espressione della cultura bassa, popolare, possono consentire al fruitore una migliore e più profonda comprensione di sé. Al contrario opere d’arte di grande valore possono essere consumate semplicemente allo scopo di evadere il contatto con aspetti sgradevoli di sé o con emozioni ritenute pericolose. Margaret Rustin ha dimostrato che certe opere letterarie consentono al bambino che legge o ascolta una storia di entrare in risonanza emotiva con le vicissitudini emotive dei personaggi e, identificandosi con essi, di raggiungere una migliore comprensione delle esperienze vissute nel proprio mondo interno o in quello esterno.

Nulla assicura che l’opera d’arte non sia utilizzata come mero intrattenimento; l’illusione estetica è attivata, l’opera è correttamente fruita quale prodotto di finzione ma utilizzata a scopo di mero intrattenimento. L’Io del soggetto fruitore non consente la giusta distanza tra i contenuti emotivi dell’opera e i propri. Al contrario la prevalenza dei contenuti inconsci del lettore o spettatore, non filtrati dall’Io, ‘brucia’ i contenuti emotivi dell’opera che è ‘consumata’ da un eccesso di partecipazione. In entrambi, i casi pur essendo attiva l’illusione estetica, non si produce alcun dialogo tra opera e fruitore, non ha luogo alcuna trasformazione – nel senso in cui ne parla Bion – grazie alla quale il fruitore si percepisce da una diversa prospettiva che getta una luce diversa sul proprio Se o ne mette in evidenza aspetti finora negati o rimossi.

Crescendo il bambino sviluppa la capacità di distinguere tra realtà interna e realtà esterna, tra realtà e finzione, tra credenza e conoscenza, e si appropria degli strumenti che gli consentono di muoversi tra questi ambiti senza troppe rigidità ma anche senza perdersi e confondersi. In condizioni ideali gli adulti che si occupano di lui fungono da mediatori e facilitatori. Essi sono consapevoli che alle interferenze interne si aggiungono quelle sempre più insistenti e pressanti del mondo esterno.

Nel mondo esterno è ora più facile reperire strumenti che promettono di essere un sostegno alle carenze dell’Io. Purtroppo, invece di rafforzarlo, finiscono col minare la capacità di trovare la giusta distanza che permette al bambino di apprendere dall’esperienza che sta vivendo. Fin dalla prima infanzia la vita si risolve in un accumulo di esperienze, dalla comprensione delle quali si viene distratti, o ci si distrae.

Molti bambini mangiano i broccoli senza rendersi conto di ciò che stanno mangiando, distratti e assorbiti dallo schermo della televisione, del tablet o dello smartphone. Facilmente, dopo un primo compiacente boccone si nutrono solo della spazzatura televisiva. Altri bambini mangiano i broccoli perché, esercitando l’illusione estetica e svolgendo compiutamente i processi mentali cui ho brevemente accennato in questo articolo, accettano – momentaneamente – di credere che i broccoli sul piatto siano tre succulenti porcellini.