bambini e morte 2 Stefano Fregonese

Qual è il rapporto dei bambini con la morte? Non è una domanda nuova, né così banalmente attuale come si potrebbe pensare ai tempi della pandemia.

I bambini hanno la consapevolezza della morte, non di quella che li aspetta ma di quella da cui sono stati chiamati, unici prescelti dalla schiera infinita dei bambini non nati e neppure concepiti. Più piccoli sono, più in loro alberga la sentienza di ciò che non erano prima di nascere, del nulla da cui sono stati tratti per adempiere alla Necessità della Vita.

Terminato il periodo più drammatico del diffondersi del morbo, quando incontrandosi tra vicini di condominio e di balcone, o sullo schermo maledetto del computer, si sussurravano le notizie della mattanza che, senza il bisogno di ricorrere alle metodiche industriali naziste, si andava compiendo nelle geriatrie lombarde, quando l’inconscio collettivo registrava ciò su cui la coscienza individuale sorvolava, un bambino mi raccontò d’essersi imbattuto, in sogno, nella testa di Medusa ridotta a povere ossa sepolte nella terra di un vaso.

Questa rappresentazione della morte, morta a sé stessa, morta e sepolta, mi sorprese. Il sogno non mostrava nulla di perturbante se non la consapevolezza di ciò che non poteva più celare. Anche la scelta del fantasma era degna di nota. Quel contenitore dove affiorava qualcosa, sembrava avere a che fare con la mente del bambino, da cui sgorgavano fantasmi comunque antichi nonostante la giovane età del sognatore, ma tradiva anche altre configurazioni possibili.

Come Mefistofele, avrei dovuto rispondere al mio piccolo Faust di lasciar andare. Avvertirlo che quella vista non faceva bene né a lui né a nessuno altro, e che imbattersi in essa non era un bene: il suo sguardo fisso agghiaccia il sangue dell’uomo: egli ne è quasi pietrificato; tu hai sentito parlare della Medusa…[1]

Il bambino aveva sentito parlare di Medusa alla scuola d’infanzia, ma forse già da prima nella sua mente aveva preso forma quell’immagine orrendamente affascinate. Ultimo di un lunga schiera, il mio piccolo romantico sognatore seguiva le orme dei poeti: cent’anni dopo ma tanti anni in anticipo sull’età in cui un poeta affronta i temi dell’angoscia e della morte, della voluttà e dell’orrore, del piacere e del dolore, inestricabilmente aggrovigliati come vipere sulla testa della Gorgone! Come ricorda Mario Praz “nessun quadro fece impressione più profonda sull’animo di Shelley della medusa un tempo attribuita a Leonardo, e ora a un ignoto fiammingo, che egli vide agli Uffizi verso la fine del 1819”[2],

Dunque, anche i bambini sanno. E non solo sanno della morte, ma di tutto ciò che è a essa correlato, del corredo funebre che schiude a sentimenti opposti ma indivisibili, e che compone il quadro della vita, con la sua seduttiva e corrotta miscela di fascino e ripugnanza. Vipere, rospi, ramarri e pipistrelli che contornano il volto della bellezza.

Così, deve sembrare la vita ai bambini oggi, con i pipistrelli pandemici che svolazzano, i grovigli di connessioni che si attivano per rimanere in contatto con gli amici, le maestre, i nonni, le pattuglie di polizia come rospi in attesa agli angoli delle strade e nei parchi, e le istituzioni piene di scheletri negli armadi. Al tempo stesso c’è un che di lascivo in queste lunghe giornate passate a casa abbandonati ai propri pensieri, in questa ritrovata intimità con i propri genitori e le ragioni contorte delle proprie origini. Continuare ad abitare queste stanze, anche quando l’isolamento sembra non più stringente e necessario, è una tentazione.

Pochi, a parte i clinici, hanno messo in conto il pericolo dell’assuefazione all’isolamento e alla quasi morte. Perciò, durante l’interminabile quarantena, i genitori più accorti hanno mantenuto vivo nei loro piccoli l’anelito alla libertà. Alla libertà e alla vita, intesa nel senso più generale della vita nella Natura, che per altro, nella contingenza di quel breve periodo storico, dava segni di riprendere il suo sano respiro. Lo hanno fatto a rischio di incorrere nella riprovazione dei menagramo, nella censura dei secondini di quartiere, e nelle sanzioni comminate dagli sbirri.

Consapevoli o meno, i genitori accorti hanno avvertito il bisogno romantico di ristabilire l’equilibrio tra l’orrida rappresentazione di un fuori infido e mortifero e la realtà di un mondo la cui beltà la primavera andava schiudendo in anticipo. L’insistenza, su questo schema così banale - fuori morte, dentro sicurezza -, inevitabilmente e puntualmente smentito, era ed è malsana; i luoghi dei contagi si sono rivelati quelli chiusi. La casa, l’ospedale, la residenza sono divenuti i luoghi della fobia come avrebbe detto Sergio Finzi, intendendo quel luogo dove la pulsione libidica e la pulsione di morte vanno in corto circuito, pietrificandosi nel sintomo claustrofobico o claustrofilico. E così è stato.

La comprensibile fantasia di tenere la morte lontana, fuori di sé, mal si accorda con l’inconscia certezza di averla già dentro di sé. Da sempre. Lo scheletro è al tempo stesso la struttura del corpo vivo e tonico, e il simbolo dell’assenza di vita, la pietra morta che sostiene la carne e la sua voluttuosa e volubile bellezza.

Nel sogno del bambino, la morte riaffiora svestita da ogni beltà dall’urna che ne contiene le ossa: urna di tutti i mali,/ profondità di dolore/ e di colpa, remota/ cagione di lutti infiniti, funesto silenzio… come dice D’Annunzio (citato da Praz).

Poiché Medusa è ovunque lì fuori, bisogna contenerla in uno spazio ristretto, compiuto. Al tempo stesso, la rinuncia alla perturbante visione dell’orrida bellezza medusea, la rinuncia alla sfida a quello sguardo un tempo fatale e ormai spento, sguardo che ha abbandonato le orbite del cranio semisepolto dalla terra nell’urna, tradisce un esito malinconico.

È il mattino del disinganno, l’attesa che aveva mobilitato l’immaginazione è finita; e l’immaginazione che ha sostenuto l’attesa lascia il posto a un indefinito senso di perdita e di debolezza. L’alba che preannuncia un giorno grigio e cupo, getta la sua scialba luce sulla realtà, sul mondo fisico, sulla natura umana, sugli strumenti fabbricati dall’uomo che lasciano poco spazio, se non mentale, malinconico o superstizioso, per i grandi Avversari sperati o temuti durante la notte[3].

Il confronto con il Morbo le cui piccole protuberanze, i temuti uncini, si sono sviluppati fino a divenire lunghi e sinuosi aspidi velenosi, si risolve nell’uso di un pezzo di stoffa che copre o meno il naso e la bocca. Una pezza sulla inconsistenza umana, un vano filtro al respiro della vita e all’esalazione della morte; una foglia di fico che non copre l’impotenza e la meschinità in cui ci siamo mostrati ai nostri bambini, svergognandoci da noi stessi sulle molte nostre colpe nei loro confronti: l’inconsistenza delle nostre conoscenze scientifiche, l’incapacità a governare la realtà nella crisi, lo scempio che quotidianamente facciamo dell’ambiente, l’incuria con cui abbandoniamo i bambini a loro stessi appena l’angoscia supera la soglia delle nostre inefficaci difese. Li abbiamo privati dell’istruzione, della socialità, della libertà, del gioco, dell’aria aperta, della speranza, dell’immaginazione, soffocandoli non tanto con paure legittime ma con oscene rappresentazioni di esse.

Mario Praz, La carne, la morte e il diavolo nella letteratura romantica, 1930

Donald Meltzer, Claustrum, 1990

Jean Starobinski, L’inchiostro della malinconia, 2012

Sergio Finzi, Il luogo della fobia, 1989

Goethe, Faust, 1808


[1] Johan Wolfang Goethe, Faust,

[2] Mario Praz, La carne, la morte e il diavolo nella letteratura romantica, 1930

[3] Jean Starobinski, L’inchiostro della malinconia, 2012