RylovStefano Fregonese

Durante la sua prima spedizione nell’America australe, al timone del Pelican, ribattezzato in quelle acque Golden Hind (Cerva d’Oro), dopo un intero mese di tempesta che lo spinge oltre il 57° di latitudine sud, Francis Drake perde il contatto con l’altra nave superstite della piccola flotta, l’Elisabeth, che dirige la prua a nord-est e ritorna in Inghilterra. Drake, invece, prosegue verso il Pacifico. Non prima di aver gettato l’ancora in una insenatura, in cerca di riparo. Al momento di riprendere il mare – siamo alla fine del 1578 -, Drake battezza quella rada, dove si è consumata la vana attesa di veder ricomparire le vele della Elisabeth, governate dal capitano John Winter, Baia della Separazione dagli Amici. Così racconta Francisco Coloane in Naufragi.

Benché non sia facilmente rintracciabile sulle mappe, a tutti succede nel corso della vita, di gettare l’ancora in quella baia.

L’amicizia, come tutte le formazioni mentali, è un sentimento che per la maggior parte del tempo naviga in solitudine. Ciò che ci accompagna è la relazione intrattenuta con un oggetto mentale frutto della interazione con certe persone verso le quali nutriamo particolari sentimenti e di cui abbiamo introiettato alcuni aspetti. La frequentazione è importante ma, in molti casi, le grandi amicizie si nutrono dell’assenza e della distanza.

Di tanto in tanto facciamo rotta per il Golfo dell’Esame di Realtà e attendiamo l’incontro con l’Amico. Ciò che noi crediamo che sia, ciò che noi speriamo e ci aspettiamo che sia, si sovrappone a ciò che l’Altro, l’amico, è divenuto nel tempo o che in quell’occasione mostra di sé. Se l’incontro è soddisfacente il patto si rinnova. Alle volte l’incontro non si realizza, uno dei due manca l’appuntamento. Oppure, si prende atto che pur incrociandosi per un’ultima volta le rotte intraprese sono destinate a non incontrarsi più: l’Elisabeth, forse tradendo l’impegno preso, fa vela verso la madre patria mentre la Golden Hind prosegue nella sua avventurosa missione di esplorazione di nuovi mari e nuove terre.

Prima, però, Drake indugia nella Baia della Separazione. Drake è un pirata, anzi un corsaro. Un uomo che per avventurarsi nell’ignoto deve avere una più che buona consapevolezza di sé. Una capacità introspettiva eccellente, oltre alla capacità di esercitare in modo efficiente l’esame di realtà, facoltà che gli consente di tenere in buon equilibrio le proprie credenze da un lato, e la realtà dall’altro, così come va realizzandosi. Partito a capo di una flotta di cinque navi, Drake si ritrova solo.

Quando finisce una relazione d’amore o d’amicizia, o professionale, non è facile mantenere l’equilibrio tra le aspettative che si nutrivano nei confronti dell’altro e la realtà della fine più o meno improvvisa della relazione. Chi ha la capacità di gettare l’ancora nella Baia della Separazione si concede un tempo di elaborazione necessario a far maturare il dolore e a superarlo, il tempo del lutto. Chi ha fretta di andarsene solitamente se ne va in compagnia dei propri fantasmi, con il sospetto e il timore di subire torti e vendette, se ne va coltivando paure e rancore. Incapace di trovare dentro di sé gli oggetti di valore o di preservarli dalla rabbia distruttiva, spesso costui o costei avanza infondate pretese di risarcimenti e di indennità economiche in luogo di quelle affettive a cui non riesce ad accedere. Chi accetta la separazione come un evento doloroso e faticoso ma non disastroso, ha maggiori possibilità di portare a termine il processo di ricostituzione della propria identità, e di revisione del proprio progetto, adattandolo alle mutate circostanze.

Prima di risalire verso nord, Drake si spinse o fu spinto nelle regioni più meridionali dell’Oceano Antartico. I limiti della sua navigazione pur attestati dai suoi compagni di avventura non furono confermati successivamente. A quelle latitudini estreme Drake trova un’isola, e la  battezza Elisabeth Isle; tale è il nome della nave capitanata da John Wynter da cui si è separato, ma è anche il nome della propria giovane moglie che lo attende in Inghilterra; infine, è il nome della Regina sotto la cui benevola protezione naviga, esplora e combatte. Il fatto che quest’isola in seguito scompaia proietta le vicende del navigatore inglese dal reame della geografia del globo terrestre a quello della psicologia del suo mondo interno.

A quanto pare a Port Francis Drake non attracco più nessuno. Dell’isola Elisabeth, dalla quale il corsaro mosse per portare a compimento le proprie imprese e completare la circumnavigazione del globo, si dice che sia sprofondata nelle insondabili profondità dell’oceano.

“Drake proseguì la navigazione deviando in varie occasioni dalla rotta prestabilita per far fronte di volta in volta alle acque turbolente del Pacifico e, secondo i dati riferiti da Riesemberg, si spinse fino a 74° 30’ di longitudine ovest, cioè dove si troverebbe Port Francis Drake, nome poi cancellato dalle carte perché i navigatori passati da lí successivamente non lo trovarono mai. Comunque, l’isola Elisabeth doveva essere nei pressi di quel porto usato dal corsaro inglese: sicuramente piccola, non più di trenta miglia di superficie, fu probabilmente inghiottita da un’eruzione vulcanica. Resta il fatto che Drake la conservò per sempre nella memoria.….” [Francisco Coloane, L’isola perduta di Drake in Naufragi, 2002]

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare l’isola che sprofonda tra i flutti marini non rappresenta il processo della rimozione, quanto quello dell’introiezione, in cui l’oggetto esterno che scompare dal registro del Reale lascia il posto all’oggetto interno che si iscrive nel registro del Simbolico. Se i cartografi avessero una formazione psicoanalitica sarebbero meno inclini alle cancellature e riporterebbero sulle mappe anche le Isole che non ci sono.

Ciascuno ha memoria della propria Isola che non c’è. Un luogo della propria infanzia può dar forma a questo particolare paesaggio interno in cui si distinguono il porto sicuro della propria identità (Port Francis Drake), la baia della separazione, lo stretto, un periglioso passaggio che conduce verso una nuova dimensione di sé, più matura, autonoma e consapevole

Le separazioni hanno il duplice effetto di minare e rafforzare la propria identità. Possono spingere verso la melanconia e la distruttività ma anche rilanciare verso la vita con rinnovato spirito di riscatto e amore per essa. Certo, da lì in poi per i tempi a venire, sulla linea dell’orizzonte, all’alba e al tramonto, si addenseranno le foschie del rimpianto e del disincanto.