109655555_382763542686905_7409354484327315547_nStefano Fregonese

Non esiste immagine più potente per raffigurare l’esito infausto di un progetto, il fallimento di un’impresa, il soccombere a forze soverchianti avverse, di quella del naufragio. Il naufragio comporta la perdita del mezzo e spesso delle vite di coloro che di quel mezzo si servivano ma anche del fine che stavano perseguendo, l’idea che cercavano di proporre, affermare, o verificare, lo scopo e l’obiettivo che si proponevano di ottenere, la meta da raggiungere. Eppure, il naufragio contiene in sé sia gli elementi della fine catastrofica sia quelli dell’inattesa avventura, dell’inizio di una nuova storia. Il naufragio stesso è il pretesto perché la storia inizi a essere raccontata, da Ulisse a Robinson Crusoe.

Il libro di Francisco Coloane l’avevo cercato sullo scaffale sicuro di trovarlo tra Alvaro Mutis e Luis Sepulveda. Passai prima lo sguardo, poi il dito, sulle coste di Capo Horn,GalapagosAntarticoI Balenieri di Quintay, per perdermi infine Sulla scia della balena, ma di Naufragi non trovai traccia. Mi accade spesso con i libri che più ho apprezzato e amato e che, sullo slancio del desiderio di condividere il piacere provato leggendoli, finisco per imprestare senza che poi mi siano mai restituiti. Così, devo ricomprarli. Mi è successo con DanubioMicrocosmi di Magris, I quaderni di Malte Lurid di Rilke, l’Isola del Tesoro di StevensonRosencrantz and Guildenstern are Dead di Tom Stoppard, la Historia Longobardorum di Paolo Diacono, con alcune raccolte di racconti di Carver, Auster, Cormac McCarthy, e ora con Naufragi di Coloane. Non solo romanzi e racconti ma, eventualità ancor più dolorosa, anche saggi e altri testi come Breviario Mediterraneodi Predrag Matve’evic, Studi psicoanalitici sull’arte di Ernest Kris che prestai negli anni ’80 a Mauro Corona, e che solo recentemente sono riuscito a ricomprare; oltre ad altri ora introvabili. Perciò tra la stizza e l’onnipotenza, ammantate da propositi riparativi, avevo subito ordinato online una copia del libro fantasma.

Il fattorino me l’aveva messo in mano mentre passavo in cortile, senza farmi scarabocchiare alcunché sullo schermo di qualsivoglia tablet, senza neppure fermarsi, così come si passa un testimone tra due atleti in corsa durante una staffetta. Avevo subito scartato il pacchetto per accertarmi che la copia fosse integra e avevo ancora in mano il libro poco dopo, quando iniziai l’assemblea dei soci di Spaziopensiero in cui si doveva prendere atto della chiusura di PICCOLI&grandi Nido e Scuola d’Infanzia, votare il bilancio di un anno disastroso e presentare il Piano d’Impresa per sopravvivere ai tempi della pandemia. Altre volte nella mia vita mi era successo di trovarmi a una svolta, esistenziale o professionale, o entrambe insieme, e dover fare i conti con esiti imprevisti e indesiderati dei miei progetti. In quelle circostanze, tra i libri che mi avevano aiutato a elaborare la frustrazione e il timore di non venirne fuori, e che ora mi tornavano in mente non senza una certa ironia, c’erano Perdere è una questione di metodo, di Gamboa, Naufragi di Coloane, e Il Nostro bisogno di Consolazione di Dagermann.

Avere in mano la copia di Naufragi durante quell’assemblea era casuale e non lo era. Passammo in rassegna i punti all’ordine del giorno e votammo quel che c’era da votare con ritrovata unità d’intenti. Anche chi aveva deciso di lasciare la barca ai primi segni di cedimento sembrava avesse rinunciato a rivalse e toni polemici. Feci un resoconto degli eventi accaduti negli ultimi mesi e mi trovai a chiudere la riunione senza avere pronte le parole che l’occasione richiedeva, sufficientemente appassionate e blandamente retoriche. Coloane mi fu d’aiuto. Mentre tutti indugiavano nel silenzio, aspettandosi l’ite missa est aprii a caso il libro e l’occhio mi cadde sulla descrizione di pagina settantotto:

Il 10 gennaio [1765 ndr] alle due e mezza del mattino, cercando di evitare la massa oscura della terraferma che si delineava nel buio, la nave si incagliò su un fondale con sole quattro braccia d’acqua, senza che i piloti si fossero accorti di dove si trovavano. Alleggerirono il più possibile la nave e tesero degli ancorotti nel tentativo di disincagliarla. Grazie all’alta marea la Purisima Concepcion riprese a galleggiare ma a quel punto ci si rese conto che stava imbarcando acqua e le pompe di sentina non erano sufficienti, mentre un immersore constatò che sul fondo dello scafo si era aperta una grossa falla. Il capitano ordinò di spiegare le vele per raggiungere la costa prima che la nave colasse a picco. Polvere da sparo e provviste vennero portate in coperta per evitare che si bagnassero e una volta arenati in prossimità della riva abbatterono gli alberi per usarli come zattere e cominciarono a sbarcare viveri e generi di prima necessità.

Non fu facile trovare un punto dove approdare ma alla fine toccarono terra in una baia protetta dove si rifugiarono gli uomini dell’equipaggio e i centonovantatre passeggeri. Si avvicinò un folto gruppo di indios con atteggiamento pacifico e i naufraghi fecero il possibile per trattarli con rispetto, visto che sarebbero dovuti rimanere lì per un certo tempo. Eseguita una ricognizione della baia la battezzarono Consolacion stabilendone la posizione a 54° 35’ di latitudine sud e si prodigarono per non perdere neanche un frammento della Purisima Concepcion, usando i resti per costruire un’imbarcazione con cui tentare di tornare al Nord.

Nei giorni seguenti si registrarono atti di insubordinazione tra i marinai che si lasciarono andare a saccheggi rischiando il caos totale ma alla fine l’ordine venne ristabilito facendo prevalere lo scopo supremo della salvezza comune. Installato l’accampamento fu deciso di costruire un brigantino e si misero subito all’opera. Mentre alcuni di loro tagliavano alberi nel bosco vicino, altri allestivano il cantiere. Venne stabilito che la chiglia dell’imbarcazione dovesse essere lunga dodici metri e lo scafo adeguato a tale misura. La costruzione dello scafo andò avanti a ritmo sostenuto, tanto che il 19 Marzo 1765 i lavori erano ormai conclusi e venne varato con il nome di Real Capitana de San José y las Animas, alias El Buen Suceso, secondo nome di buon auspicio visto che avrebbe dovuto portare in salvo centonovantatre uomini.[1]

I termini della metafora sono facilmente intuibili. Il naufragio di Spaziopensiero ha comportato il sacrificio di PICCOLI&grandi, la Purisima Concepcion di un progetto educativo laico (ma, per certi versi, altrettanto ‘ideale’) che per tredici anni ha solcato i mari dell’immaginazione e cabotato lungo le coste di realtà prima sconosciute e inesplorate. Nulla dell’esperienza maturata è stato buttato a mare se non ciò che sarebbe stato inutile recuperare. Contrariamente ai naufraghi del millesettecento non abbiamo indugiato troppo nelle baie della Consolazione, ma con eguale pragmatismo ci siamo dati da fare per ideare e realizzare nuovi progetti che, come dei solidi brigantini, ci permetteranno di riprendere il mare.

Come nel caso descritto da Coloane, anche nel nostro abbiamo dovuto fronteggiare ammutinamenti e defezioni, meschinità contrattuali e tentativi di saccheggio in punta di diritto. Abbiamo cercato di comporre le controversie e di affrontare le separazioni riaffermando lo scopo della salvezza comune. A fine settembre 2020 vareremo il nostro primo brigantino, un nuovo servizio educativo per l’infanzia e per la famiglia in quartiere Redo-Merezzate. E già un secondo scafo è in cantiere: è il nostro progetto che ha vinto il bando comunale per la ristrutturazione, riqualificazione e gestione sociale di Cascina Boldinasco nel nord-ovest di Milano. El Buen Suceso.


[1] Francisco Coloane, La Purisima Concepcion 1765 in Naufragi, 2002