Giancarlo_De_Carlo_1950sOggi, cento anni fa, nasceva a Genova Giancarlo De Carlo. Sarà partigiano e architetto, costruttore di università, scuole e partecipazione sociale. Oggi, nel pomeriggio, i rappresentanti dei Consigli delle Ragazze e dei Ragazzi dei Municipi di Milano, accompagnati da Alessandra Rampani di Spaziopensiero, incontreranno il Presidente della Repubblica Italiana per testimoniare che i bambini – come classe debole di questa nostra società – possono assumere “un ruolo autentico e determinante nel decidere l’uso e la configurazione della res publica.”

Stefano Fregonese

Paghiamo subito il debito nei confronti del saggio di Giancarlo De Carlo su L’Architettura della partecipazione del 1972[1], debito contratto rispetto ad alcuni concetti e anche allo svolgimento del ragionamento che a distanza di quarantasette anni rimane valido nonostante siano cambiate molte delle condizioni ambientali, sociali, politiche e urbanistiche che hanno ispirato l’architetto e pensatore genovese. È anche vero che ad alcune conclusioni del De Carlo siamo arrivati, in Spaziopensiero[2], attraverso l’esperienza sul campo guadagnata grazie alla conduzione dei progetti ConsigliaMI [3]Idee Bambine, Pensieri Bambini[4]; altre, le avevamo assunte come presupposti basandoci sulle nostre esperienze e competenze maturate nel lavoro con i bambini in ambito educativo e clinico.

L’Architettura della partecipazione è il manifesto teorico e politico di De Carlo sulla partecipazione delle classi deboli ai processi progettuali e decisionali in ambito urbanistico. Il titolo ha una doppia valenza semantica, volendo il saggio da un lato fissare i canoni di un nuovo movimento in architettura che tiene conto non solo del pensiero dei progettisti ma anche di quello dei fruitori, dall’altro descrivere la struttura dei processi partecipativi. È questa seconda funzione dello scritto che richiama il nostro interesse e giustifica la licenza di estendere a un ambito non così specifico, come quello cui fa riferimento De Carlo, alcune delle sue osservazioni. In ogni caso non è contestabile che i bambini e i ragazzi rappresentino un gruppo sociale debole e che la loro partecipazione ai processi decisionali e di progettazione ponga i medesimi problemi osservati e descritti da De Carlo.

Per De Carlo, la partecipazione dei soggetti socialmente più deboli ai processi progettuali e decisionali è esposta all’ambivalenza di prestarsi ad astuzie e corruzione, da un lato, e alla scoperta e alla speranza dall’altro. Come sappiamo da Hart[5], il passaggio tra i due poli si articola lungo una scala al cui livello più basso è evidente l’intento manipolatorio in chi sollecita la partecipazione. De Carlo si rifà ai precedenti storici di Adenauer e De Gaulle, i cui richiami alla partecipazione delle classi deboli ai processi e agli utili della produzione erano venati da astuzia e paternalismo tali da rendere la partecipazione stessa mero retorico ornamento a più radicati e occulti intenti di sfruttamento capitalistico del lavoro e di repressione burocratica. [De Carlo, 1972]

Già in altre occasioni ci siamo chiesti a quali intenti si presti la sollecitata partecipazione dei bambini alla vita sociale, ipotizzandone alcuni: la captazione del consenso e della benevolenza; l’incanalamento di istanze aggressive e distruttive, ma anche di quelle creative divergenti; il controllo sociale di una ‘classe’ di cittadini che tende a sfuggire alle logiche del potere politico; la colonizzazione culturale finalizzata a far fluire entro l’alveo di una rassicurante identità di consumatori precoci dei soggetti altrimenti ineffabili; e, soprattutto, il sempre più precoce controllo di quella fisiologica carica libidica e distruttiva dell’ordine sociale stabilito che è prerogativa delle nuove generazioni.

Fin dall’inizio del nostro lavoro nei nove municipi milanesi in cui, in epoche diverse, sono stati istituiti i Consigli di Municipio dei Ragazzi e delle Ragazze, abbiamo avvertito la confusione tra impostazioni assai diverse, quella della partecipazione addomesticata dal potere, e quella che si manifesta attraverso la partecipazione diretta [De Carlo, 1972 p.82]. Innestandoci in un processo già avviato, in alcuni casi da molti anni, ci siamo confrontati con situazioni eterogenee. La partecipazione dei bambini e dei ragazzi alla gestione della res publica era stata promossa da amministratori e politici, qui con intenti paternalistici, là con cinico calcolo di un ricercato ritorno di pubblico consenso. A supporto degli uni e degli altri, quelle schiere di nuovi tecnici del sociale che avevano messo la loro competenza al servizio della comunità anch’essi divisi tra coloro che avevano finito per essere coptati dal potere, e quelli che erano stati tentati dal paternalismo. Sapendo che avremmo finito per correre lo stesso rischio, dichiarammo fin dall’inizio che il nostro proposito era di lavorare con i bambini e non per i bambini. I laboratori creativi e progettuali sarebbero diventati il nostro strumento operativo.

Soprattutto, ponemmo, come chiara condizione per il nostro coinvolgimento, la legittimità di fare una scelta di parte. Non tanto nel senso che avremmo operato con la buona intenzione di proteggere e difendere la parte scelta (nel nostro caso i bambini e i ragazzi), e tanto meno di mirare al suo consenso, quanto nel senso di attribuire alla parte - ai bambini e alle bambine, ai ragazzi e alle ragazze - il ruolo di protagonista [De Carlo, 1972 p.87] e così facendo proponendoci di cambiare profondamente la funzione dell’adulto loro interlocutore e, conseguentemente, i rapporti di potere tra adulti e bambini.

A questo scopo, il background clinico di stampo psicoanalitico della maggior parte di noi ha favorito la necessaria sensibilità e abilità nel farsi da parte una volta che i ragazzi avevano compreso i termini della possibilità che si apriva in fronte a loro: possibilità di esprimere il proprio pensiero secondo modalità e linguaggi che gli appartengono. Sempre grazie all’attitudine a mantenere una posizione analitica, ci siamo dimostrati alquanto refrattari sia a ricevere dal potere la descrizione del problema per risolverlo secondo le istruzioni ricevute, sia a identificare, descrivere e fornire la soluzione del problema, qualunque esso fosse; tantomeno trattando in segreto con amministratori e politici per risolvere i conflitti tra gli interessi di costoro e quelli dei ragazzi [ibidem]. Se abbiamo evitato i rischi del ruolo descritti da De Carlo, ci siamo ritrovati, invece, nel profilo ideale che lo stesso autore tratteggia per definire il tecnico del processo partecipato, e che possiamo così parafrasare riferendolo al nostro ruolo di facilitatori: colui che stimola e coordina un processo di partecipazione attraverso il quale la classe debole (bambini e ragazzi) assume un ruolo autentico e determinante nel decidere l’uso e la configurazione della res publica.[Ibidem p.88]

Uno dei problemi che ci siamo trovati a fronteggiare riguarda proprio la delicatezza del compito di trovare la giusta distanza tra l’accettazione acritica di richieste o soluzioni ingenue avanzate dai bambini e dai ragazzi da un lato, e la tentazione di fornire loro risposte preconfezionate e presentate con il packaging seduttivo della soluzione tecnica innovativa. Per evitare simili scorciatoie ci siamo imposti il lavoro necessario affinché la partecipazione si dispieghi interamente, e diventi possibile aiutarla a dipanarsi dalle sue interne contraddizioni [ibidem]. Al riparo da spericolate demagogie, possiamo dire che il facilitatore della partecipazione sociale dei bambini di Spaziopensiero presenta quelle qualità auspicate da De Carlo: il suo compito è di stimolare la presa di coscienza di uno stato di fatto iniquo (la subordinazione dei diritti e dei bisogni dei bambini a quelli di alcuni adulti); di far emergere la percezione collettiva delle motivazioni che stanno dietro quello stato di fatto e delle conseguenze che produce (per esempio la limitazione della mobilità urbana dei bambini e dei ragazzi); di delineare un nuovo modo di usare e di configurare il territorio coerente con i bisogni reali dei bambini; di proporre sistemi organizzativi e morfologici – in termini di immagini fisiche, tridimensionali – espressivi dei valori sottesi ai bisogni reali e alle aspettative dei bambini e dei ragazzi (i laboratori); di contribuire alla definizione di un processo di attuazione e di gestione degli interventi concordati fondato sul decentramento e sul controllo da parte dei gruppi sociali (bambine e bambini, ragazze e ragazzi) che ne sono investiti direttamente o per via indiretta. La complessità di questo compito - continua De Carlo - richiede capacità progettuale e attitudine al confronto che non possono derivare se non da una rigorosa preparazione scientifica, politica e umana. Solo se si possiede questa preparazione si può acquisire la capacità di dirimere le contraddizioni e le ambiguità che inevitabilmente emergono nel corso del processo partecipativo.

Questa lunga citazione ci sarà perdonata una volta compreso il motivo che ci ha spinto a usare le parole di De Carlo formulate quarantasette anni fa: anni che sarebbero passati invano se ci ritrovassimo oggi a formulare i medesimi concetti senza avere memoria storica di quanto osservato, teorizzato e praticato in passato.

Rimane, infine, il nocciolo della questione, l’essenza stessa del concetto di partecipazione che consiste nel riconoscimento dell’altro da sé e della dignità dei suoi bisogni, aspirazioni, esperienze, progetti, pensieri; dei suoi valori culturali di riferimento.

Ciò significa che non ci può essere processo di partecipazione sociale dei bambini se non ci si pone il problema di cosa sia la cultura dell’infanzia e in che cosa differisca dalla cultura adulta; se non ci si pone il problema di comprendere quali sono i meccanismi che sottostanno al processo di formazione della specifica cultura infantile e in quali contenuti esiti tale processo; ancora, se non si denuncia tutti i modi in cui certa cultura adulta cerchi di influenzare, contaminare, colonizzare la cultura dell’infanzia e in che modo i bambini ne siano sopraffatti; se non si analizza, quali meccanismi difensivi questi ultimi mettano in atto individualmente e collettivamente per fronteggiare tali interferenze. Per esempio, tipicamente i bambini si ritrovano inizialmente a sostenere valori che non sono loro propri, ma derivano dal conculcamento di miraggi fatti balenare per suoi propri fini dalla parte loro avversa [De Carlo, 1972, p. 93]

Gestire i processi identificativi difensivi, significa analizzare, portare alla luce della consapevolezza e smantellare i falsi sé sociali che sono elevati e opposti a difesa di quel nucleo di autenticità che può essere messo in gioco dal bambino a fronte di un patto di reciprocità. Se l’adulto è disposto ad affrontare la trasformazione che la relazione con il bambino implica, allora vi sarà autentica partecipazione. Partecipare è innanzitutto partecipare alle trasformazioni che la relazione richiede a entrambe le parti coinvolte. Ancora, la lezione psicoanalitica è paradigmatica essendo l’unica prassi relazionale fondata sull’analisi del transfert e controtransfert, ovvero sulle trasformazioni indotte nei soggetti coinvolti dal processo partecipativo.

A questo proposito duole rilevare che proprio nello scritto preso in considerazione, De Carlo faccia riferimento alla psicoanalisi in un modo che, a nostro avviso, riflette piuttosto quella critica allo psicanalismo diffusa negli anni ’70. Ciò ci sorprende, ancor di più considerando che alcune teorizzazioni che egli avanza nascono dall’applicazione ai processi sociali di concetti derivati dalla pratica psicoanalitica. De Carlo sembra ignorare che proprio la psicoanalisi è quel sistema aperto e quel processo partecipativo che deriva e richiede una teoria della mente relazionale. Lungi dall’essere un processo monodirezionale che tende alla guarigione dell’individuo malato al fine di reintegrarlo nella società, la psicoanalisi sollecita il soggetto ad acquisire maggiore consapevolezza delle ragioni del conflitto che condiziona la qualità del suo mondo interno ed esterno.

Sollecitare la partecipazione sociale dei bambini e dei ragazzi significa avviare un processo di presa di coscienza di uno stato di fatto iniquo, a causa del quale una categoria di cittadini si trova disarmata nel fronteggiare un conflitto che la parte avversa – costituita dagli adulti – si premura di negare in tutti i modi. Per contro, gli adulti non si fanno scrupoli di coinvolgere surrettiziamente i bambini nei loro conflitti, sfruttandone l’immagine di fragilità, e sventolando la bandiera dei loro diritti. Ma, quando si tratta di riconoscere gli stessi diritti, come propri di una categoria sociale con interessi divergenti da quelli degli adulti, improvvisamente insorgono difficoltà e complicazioni di ogni tipo.  Questi comportamenti, di cui siamo testimoni quotidianamente, denunciano un’incompetenza profonda nel gestire la relazione adulto-bambino, quand’anche una manifesta malafede.

Parafrasando ancora De Carlo, se si vuole che la partecipazione sociale dei bambini non sia né rapina di consenso,né condiscendenza neutralistica, se si vuole davvero introdurre questo particolare gruppo sociale, che da sempre ne è stato escluso, nel processo di decisione di trasformazione del territorio, dei rapporti sociali e della qualità della vita in generale, bisogna attuare una rivoluzione copernicana nei processi di rappresentazione della realtà, facendo in modo di privilegiare la rappresentazione di chi vive tale realtà rispetto alla rappresentazione di chi la progetta e basta. In questo senso, un’appropriata e delicata esplorazione dell’immaginario infantile condotta da specialisti competenti è il presupposto indispensabile alla riuscita di questa non facile impresa.


[1] Giancarlo De Carlo, L’Architettura della partecipazione,

[2] Spaziopensiero è un’organizzazione professionale che opera in ambito educativo, clinico, sociale dal 2006

[3] ConsigliaMI è un progetto che Spaziopensiero conduce per il Comune di Milano finalizzato alla istituzione e facilitazione dei nove Consigli di Municipio dei Ragazzi e delle Ragazze che coinvolge circa 7000 bambini e ragazzi di età tra 8 a 13 anni.

[4] Si tratta di un progetto di Spaziopensiero per Fondazione Cariplo di partecipazione sociale di bambini e bambine tra 8 e 11 anni alla progettazione e alla rigenerazione urbana delle periferie milanesi. A oggi ha coinvolto circa 1000 alunni di Scuola primaria dei quartieri Adriano, Padova, Corvetto.

[5] Roger A. Hart, Children and Partecipation (1997)