tuttincodaStefano Fregonese

Siamo giunti alla fine di quest’anno educativo e, come i pazienti e inconsapevoli animali di Tomoko Ohmura, piccoli e grandi, ci accorgiamo di aver messo in coda un giorno dopo l’altro, un’emozione dopo l’altra, un’esperienza dopo l’altra.

Quando abbiamo avviato la ricognizione dei percorsi educativi collettivi e di quelli di crescita di ciascun bambino, abbiamo percepito qualcosa muoversi sotto di noi, pur non sapendo ancora bene la profondità o la vastità del lavoro svolto, che come ogni anno stava emergendo con la sua dose d’incognita e di sorpresa.

Come sempre i bambini ci hanno guidato e suggerito la cifra o la metafora che avrebbe indirizzato il tentativo di trovare un senso al complesso intreccio di relazioni, emozioni, apprendimenti e trasformazioni che a un certo punto dell’anno ci appare sempre inenarrabile e inestricabile.

Tutti in coda è uno dei libri che ha avuto maggior popolarità tra i bambini di PICCOLI&grandi, quest’anno, ispirando innumerevoli giochi, dando forma simbolica a un’istanza ordinatrice del mondo così importante nella mente dei bambini di quest’età.

Quando mettono in fila o in riga o in pila o in coda gli animali, le automobiline, i cubetti di legno o gli omini del duplo, le ciotoline di latta e i fusi di plastica, le bricioline del pane, le pentole di Mahjouba, le foglie d’autunno, i sassolini del cortile, i ritagli di carta, le bambole da un lato e i vestitini di stoffa dall’altro, i bambini mettono in fila i loro pensieri, le parole di cui dispongono, i numeri che ordinano il mondo in piccole o immense quantità.

Quando si mettono in fila, i bambini creano nella loro mente una cognizione dello spazio e del tempo. Mettersi in fila stabilisce un inizio e una fine (o un infinito), divide il mondo in due parti, un di qua e un di là, ma definisce anche il tempo in un prima e in un dopo, crea la dimensione dell’attesa e la scansione dei turni.  C’è un’emozione nel mettersi in fila, trovare il proprio posto e la propria identità tra due altri da sé, uno che ci precede e uno che ci succede, o tra due parti del Sé, tra ciò che siamo stati e ciò che saremo domani.

Il senso d’identità, a volte fragile, le relazioni con gli altri e con se stessi, a volte instabili, il nostro stare al mondo, a volte precario, poggia sulla base immensamente grande ma pur sempre in movimento del tempo e dello spazio, della natura e della cultura, della Storia e della Società. Pensiamo di avere i piedi per terra, di aver raggiunto una certa qual fondata e sensata visione del mondo e della realtà, e invece ci ritroviamo in groppa alla balena: “All’improvviso un grido: «La balena!»”

“Di botto, l’acqua intorno si gonfiò lenta in larghi circoli; poi salì fulminea, come sfuggendo lateralmente da un masso di ghiaccio sommerso che rapidamente venga a galla. Un basso suono di terremoto si fece udire, un rombo sotterraneo; e poi tutti tennero il fiato, mentre […] una grande forma balzava per il lungo, ma obliquamente, sul mare. Sfumata da un sottile velo cadente di nebbia, si librò un istante nell’aria iridata e poi piombò sprofondando nell’abisso. Schizzate trenta piedi in alto, le acque splendettero un istante come un fascio di fontane, poi rompendosi scesero in pioggia di fiocchi, lasciando la superficie all’ingiro schiumante come latte fresco intorno al tronco marmoreo del mostro.” (Hermann Melville, Moby Dick, CXXXV La caccia. Terza giornata, tr. it. Cesare Pavese)

La balena è tante cose, è anche il lavoro sommerso, paziente e costante, silente e scontato, che regge la quotidianità del Nido. Un insieme di gesti, atteggiamenti, parole, azioni che si susseguono apparentemente sempre uguali, secondo un ordine e una routine che nella sua armoniosa monotonia e ripetitività lascia libera una parte della mente dell’educatrice che allora può raccogliere il frutto di un’attenzione diversa, più profonda nei confronti di ciò che accade veramente. Come la balena, questo lavoro carico di senso, riemerge a intervalli regolari, dispensando improvvise rivelazioni e significati raccolti negli abissi più abissali dell’inconscio individuale e collettivo, di adulti e bambini.

Oggi, vorremmo raccontarvi gli esiti di questo lavoro cercando di mostrarvi i contenuti manifesti e quelli occulti o latenti, insieme: gli eventi educativi disposti in una o più file di senso compiuto, sequenze coerenti di esperienze osservate, brani di relazioni educative; ma, anche la balena, quel qualcosa così difficile da definire che è l’essenza del lavoro con i bambini, l’essere che sottende il fare, il sentire che precede e dà luogo al pensiero, oppure che lo ribalta nel suo contrario.

Questa parte del nostro lavoro è la più difficile da rappresentare perché, come ricorda Ismaele in Moby Dick, «il Leviatan da vivo non si è finora mai presentato intero perché lo disegnassero […] E così non c’è modo umano di assodare quale aspetto abbia veramente la balena». Come mettere in parole tutto quel che passa nella relazione con bambini che in buona parte non parlano ancora?

E poi, perché tra le tante forme del reale i bambini scelgono la balena, un animale così difficile da vedere e da rappresentare? Possiamo fare qualche utile ipotesi sul perché, come forma simbolica, la balena si spinga tanto in profondità nella mente dei bambini per poi emergere suscitando il loro interesse. Due miti ricorrono nelle cultura infantile e hanno salda presa nell’immaginario dei bambini: il lupo e la balena. Miti, i cui rappresentanti reali sono stati nel corso degli ultimi centocinquant’anni perseguitati fino alla quasi estinzione. I processi di mitizzazione e di sterminio si sono svolti in parallelo quasi specularmente: man mano che l’esistenza del lupo e della balena diveniva sempre più diafana nel mondo reale, si affermava nell’immaginario collettivo in modo nitido la loro vivida presenza.

Lupo e balena danno forma a fantasie inconsce legate all’oralità, al divoramento e all’incorporazione, la balena, soprattutto, è un corpo enorme che ne può contenere altri: Giona, Pinocchio o “James Bartley, imbarcato sulla Star of the East, al largo delle isole Falkland nel 1771, che fu sbalzato in mare da un colpo di coda di un capodoglio e dato per disperso. Qualche ora dopo i suoi compagni uccisero l’animale e iniziarono a smembrarlo. Aperto lo stomaco vi trovarono il compagno raggomitolato dentro, privo di sensi ma ancora vivo” [Philip Hoare, Il leviatano ovvero la balena, Einaudi 2013 p. 151]

Uscirne vivo, ogni volta che la balena lo inghiotte è un compito primario del bambino. La balena/madre è al tempo stesso origine della paura di essere risucchiato e intrappolato nell’inanimato e, naturalmente, possibilità di salvezza, colei lo trae non solo alla vita ma alla vita umana. Nel primo caso, la Cosa materna “assume la consistenza di una realtà muta e non rappresentabile.” [Francesco Stoppa, La costola perduta. Le risorse del femminile e la costruzione dell’umano. Vita e Pensiero, 2017]. “Non la conosco e mai la conoscerò” dice Melville per bocca di Ismaele [Moby Dick, LXXXVI]. Nel secondo, la madre introduce il bambino alla vita e gli fornisce gli strumenti per scandagliarne le forme e i significati facendo risuonare in lui il senso della conoscenza: “Non riuscivo a capacitarmi che qualcosa di così grande fosse così silenzioso. […] E a quel punto cominciai a sentirlo. Una rapida sequenza di stridii. Più che udirli con le orecchie li sentivo dentro al petto; la mia cassa toracica era diventata una cassa di risonanza. […] Scansionato dalla carica elettrica del suo sesto senso, mi sentivo insignificante, e tuttavia non del tutto. Ricreato a misura sua e a misura del mare, ero stato assimilato alla sua alterità, nella sua mente c’era una mia immagine.” [Philip Hoare, op.cit. p. 393]

Per certi aspetti, possiamo immaginarci l’incontro del neonato con la propria madre come l’esperienza estrema e misteriosa dell’incontro ravvicinato con un grande capodoglio così come ce lo descrive Philip Hoare nella sua essenza: l’iscrizione dell’altro nella propria mente. Questo processo di reciproco riconoscimento avviene gradualmente, essendo la forma e la natura dell’altro costruita nel tempo e passibile di successive trasformazioni. L’animalizzazione prelude al compito evolutivo del bambino di umanizzare, a sua volta, i genitori, traendoli dall’accecante luce dell’idealizzazione o dalle oscurità dell’angoscia paranoide, come figure rappresentabili e benigne. Ecco che il passaggio successivo consiste nel “deanimalizzare la figura paterna e depotenziare quella della madre convocandoli nel luogo dell’angoscia – negli oscuri recessi della Cosa – in guisa di esseri umani anziché di entità informi o mostruose, ridimensionandone il tasso di estraneità e già facendone dei compagni di strada.” [Francesco Stoppa, op. cit.]

La balena di Tomoko Ohmura è una balena quasi umana, servizievole, giocherellona e dispettosa. Il suo soffio non acceca né brucia la pelle ai marinai, ma ribalta i suoi passeggeri in un tuffo che li sorprende e li diverte. La balena che hanno disegnato i bambini è sì gigantesca e un po’ paurosa ma il suo azzurro è chiaro e lieve come un’onda che sostiene e insegna a nuotare.

Così, vorremmo rappresentarci il tempo speso al Nido, come un’esperienza in cui all’attesa succede la sorpresa, in cui all’incognita segue il piacere, in cui alla paura si alterna la sicurezza, in cui lo spaesamento lascia il posto al rafforzamento della propria identità. Ma perché ciò avvenga dobbiamo essere consapevoli di come avviene questo processo, dobbiamo essere consapevoli della vera natura del processo di crescita e trasformazione; a volte, il Nido appare, senza o con poco preavviso, innanzi al bambino e alla sua mamma come una necessità angosciante, un incontro che si vorrebbe evitare; il Nido è l’angoscia di separazione che emerge dal profondo ma anche l’occasione e lo strumento per affrontarla.  Dobbiamo essere consapevoli che per un bambino a volte l’esperienza del Nido ha a che fare col sentirsi sfiorato dalla Cosa, con il ripetersi di un’esperienza primaria e primigenia che sta lì alla base della vita mentale, della consapevolezza di sé: sostare sulla soglia tra il nulla e l’incontro con lo sconosciuto altro da sé: “Passai dal puro terrore a qualcosa di diverso. Capii che era una femmina. Una grande madre che fluttuava davanti a me, intensamente viva. Malgrado il suo disinteresse, un invisibile cordone ombelicale sembrava unirci. Da mammifero a mammifero; la sua grigezza senza fine, il mio pallore senza madre. […] Mentre la balena mi sfilava davanti, vidi il suo occhio: grigio velato, senziente, disposto lateralmente, centro della sua coscienza. […] Quel momento durò per sempre.” [P. Hoare, op. cit. p.393]

A questa prima perturbante esperienza ne seguono altre fino a quando, la mamma, il papà, il Nido, le sue educatrici, prendono la forma, via, via più comprensibile a un unico sguardo, di una giovane megattera che nuota al fianco del bambino, “senza un rumore, occhi negli occhi, pinna con pinna, coda con coda, in parallelo, i movimenti dell’uno specchio fedele dell’altro, l’umano pelle e ossa e la balena tutta muscoli. E la paura se ne andò per sempre”. [P. Hoare, op. cit. p. 403]

“Per oggi è tutto. Tornate presto.” [Tomoko Ohmura, Tutti in coda, Babalibri]