_DSC0028Durante un’escursione nella periferia milanese, in cui devo raccogliere immagini fotografiche per un laboratorio da condurre nelle scuole, sono attratto dalle voci e dalle urla che provengono da un centro sportivo.

È domenica mattina e si celebra il pasoliniano rito calcistico ma la liturgia è molto cambiata rispetto a quella di cui sono stato chierichetto nella mia infanzia. Il campo, intanto, non è un prato ma un campetto in erba sintetica chiuso da un’alta rete, con le linee ben segnate e le porte, in ferro e rete, di dimensioni proporzionate a quelle dei giocatori. Questi, sono bambini delle scuole primarie, di sette, otto anni. Sul perimetro di gioco sono assiepati gli adulti urlanti; due, tre, fino a sei adulti per un unico bambino, pronti a esplodere in incitamenti e commenti, apprezzamenti e cori da stadio, appunto. Ci sono, poi, gli allenatori, due per ogni squadra, e il dirigente. In campo un adulto col fischietto, l’arbitro. E infine gli officianti, i chierichetti del pallone, i bambini. Perfettamente attrezzati, scarpette da calcetto e divisa della squadra. Guantini di lana neri perché la notte prima ha gelato. Due tempi di gioco da venti minuti ciascuno, e poi tutti negli spogliatoi.

Durante il tempo del ‘gioco’, i bambini sono chiamati a rispettare le posizioni, a passare la palla al compagno più vicino, a smarcarsi, a penetrare lo spazio, a correre sulla fascia, a difendere o attaccare. Vietato spazzare la difesa con un calcio non indirizzato. Non è contemplato naturalmente fermarsi a guardare un aereo che solca il cielo in quel momento, scambiare due parole con l’amico mentre l’azione di gioco si svolge altrove, andare a bere un goccio d’acqua quando se ne avverte il bisogno, o liberarsi della pipì in fondo al prato dietro la siepe. Vietato seguire con lo sguardo la signora con il cane o il gatto che s’intrufola nella rete della casa dall’altra parte della via, vietato seguire i propri pensieri fino a ricordarsi con un tuffo al cuore di non aver avvisato la mamma che si andava a giocare con gli amici. E, già, preoccupazione inutile perché la mamma ora è là a bordo campo, anche se non sembra affatto la mamma da come urla: “Tira! Tira!”, mentre il Mister non vuole che si tiri se non si sono fatti almeno cinque passaggi. E al goal, per altro di ottima fattura, un’esplosione sonora degna del Meazza, il goleador che mima la crestina con la mano e poi la mezza cabrata da aereoplanino.

Ma, mi chiedo ingenuo, tra tutte queste norme, prescrizioni, convenzioni e condizionamenti, la regola, la regola base di ogni partita tra bambini, perché non è rispettata? Quella per cui al goal si cambia portiere (nessun bambino ama stare in porta più di tanto); e, poi, tutte le altre: tre corner un rigore; e portiere volante che può segnare; e se la palla con cui si gioca è mia bè, allora, il diritto di stare in attacco è sancito, come pure quello di tirare i rigori; e vince chi arriva primo al dieci; il diritto alla rivincita (subito, mica aspettando il girone di ritorno); palla contesa, palla alla difesa e, il non vale segnare da dietro; oppure la regola che si stabilisce prima: se si gioca con o senza fuorigioco; o che se arriva Francesco gioca con noi; che la partita finisce quando è buio (ma proprio buio).

Di una cosa soffre l’infanzia oggi: del mancato rispetto della giusta distanza tra bambini e adulti. Troppo vicini o troppo lontani. E spesso la soffocante vicinanza, quello stare a bordo campo se non all’interno del campo stesso dell’esperienza di vita del bambino, denuncia una distanza siderale tra l’adulto incapace di comprendere ciò di cui ha realmente bisogno il bambino e il bisogno di quest’ultimo di essere emotivamente compreso, contenuto mentalmente nell’ambito di un pensiero rispettoso delle differenze e delle irriducibili caratteristiche dell’infanzia. Si finisce così, con l’essere più una presenza invadente nella realtà esterna del bambino che un fantasma benigno nella sua realtà interna, una voce genitoriale calda e ferma che infonde sicurezza e incita a farcela da solo.