spiradi Stefano Fregonese

Andate a vedere Spira Mirabilis di Massimo D’Anolfi e Martina Parenti, il film più discusso della 73ma Mostra di Venezia, da oggi in sala a Milano e in altre città italiane. Non fatevi fuorviare da ciò che leggerete qui di seguito poiché si tratta di considerazioni che prendono spunto da soli pochi fotogrammi del film. Tenete invece in conto che ogni altro singolo fotogramma di Spira Mirabilis vi solleciterà almeno un’emozione, una domanda e un pensiero.

Partirò dalla sequenza, che interviene verso la fine della proiezione, in cui una donna suona lo strumento musicale di Felix Rohner e Sabina Schärer di cui abbiamo sin qui seguito la storia, l’ideazione e la fattura, accanto all’incubatrice di una Terapia Intensiva Neonatale. Scegliere in modo arbitrario un punto d’inizio che non coincide con quello proposto dagli autori può essere consentito nel contesto di un progetto cinematografico che si configura come una ricerca aperta sull’immortalità, sulla rigenerazione e sull’eterno rinnovarsi della vita. La meraviglia della spirale eterna è di attorcigliare il tempo lineare attorno a sé e trasformarlo in segmenti che si possono riordinare in infinite combinazioni. Parto da un punto che potrebbe essere l’inizio di qualcosa ma anche la sua conclusione. Così, è per il parto prematuro dei bambini elbw (extremely low birth weight infant), la cui nascita non è un compimento ma un’interruzione, non è un inizio ma un faticoso procedere verso l’inizio o verso la fine, verso la vita o verso la morte. In questo, il film Spira Mirabilis di Massimo D’Anolfi e Martina Parenti è metafora di se stesso.

Nella TIN della Patologia Neonatale dell’Ospedale di Berna, presumibilmente, i registi riprendono un fenomeno altrimenti invisibile, qualcosa di simile alla ‘scoperta’ dell’esistenza del bosone di Higgs. Il pubblico in Sala Grande a Venezia, si commuove, muove emotivamente verso l’esperienza primaria pur non comprendendo esattamente cosa accade, cosa voglia significare l’immagine dell’occhio del neonato prematuro intubato che si apre al suono dell’hang e del canto materno.

Questo fotogramma nel mio immaginario cinematografico è montato subito dopo quello del feto di Kubrik, si connette ad esso senza soluzione di continuità sebbene nel mezzo ci siano un certo numero di circonvoluzioni del tempo, durante le quali ho più volte esplorato lo spazio infinito della paternità e per un certo periodo ho lavorato in una Terapia Intensiva Neonatale accompagnando neonati e genitori al loro incerto destino.

Durante quell’esperienza, altrettanto mirabile, ho affinato le mie capacità di osservare e di utilizzare la mente come un idiofono, idealmente in grado di entrare in risonanza con l’attività mentale in statu nascenti del neonato.

Quindi, mentre sullo schermo scorrevano, neppure così lentamente, le immagini della TIN di Berna io mi ritrovavo a ripensare ad alcune questioni mai risolte sulla dignità umana e sul ribaltamento del rapporto tra vita e morte provocato dalla scienza e dalla tecnologia, che ci porta al paradosso di dover accettare l’ineluttabilità della vita anche quando sembra non ne esistano le condizioni.  E, sollecitato da quel canto suadente e omerico, pensavo al rapporto tra le pulsioni libidiche e le pulsioni dell’Io, questione – va detto – superata dallo stesso Freud che da un certo punto in poi prese a pensare nei termini di pulsioni di vita e pulsioni di morte. Poiché il film pone sì la questione dell’immortalità ma, anche quella della vita, di ciò che la genera e ciò che la sostiene, la mia associazione, pur oscura e irrisolta, non mi sembrò lì per lì peregrina. In fondo, se Shin Kubota cerca di descrivere il processo di generazione e rigenerazione della vita biologica, è lecito domandarsi quale sia il processo di generazione della vita mentale; al di là della strizzatina d’occhio che dall’incubatrice il neonato fa alla propensione mai sopita nel pubblico a lasciarsi affascinare più dalle sovrastrutture del pensiero magico che da quelle del pensiero analitico.

In Introduzione al narcisismo, Freud dice che “le pulsioni sessuali si appoggiano all’inizio al soddisfacimento delle pulsioni dell’Io, e solo in seguito si rendono da esse indipendenti” [Sigmund Freud, (1914) Introduzione al Narcisismo, p.457-8 O.C. Boringhieri]. A livelli molto precoci dello sviluppo della mente come nel caso di bambini fortemente prematuri abbiamo avuto modo di osservare e di descrivere come possa accadere il fenomeno inverso: che le funzioni vitali – pulsioni dell’Io volte all’autoconservazione dell’individuo – si appoggino alla pulsione libidica, e come grazie a tale appoggio si possano attivare i processi d’integrazione delle funzioni neurologiche e di quelle mentali.

Il suono dell’hang risveglia la vita del neonato, e l’emotività dello spettatore di Spira Mirabilis, nel senso testimoniato dalle immagini del film: il suono costituisce uno stimolo per la nascente attività mentale del bambino, stimolo che induce un’integrazione delle funzioni uditivo/visive. Il neonato di Spira Mirabilis non scompensa mentre entra in relazione con l’oggetto sonoro. Tutt’altro. La pulsione libidica orienta il neonato verso l’oggetto sonoro e su di essa si appoggiano le pulsioni dell’Io volte all’autoconservazione della vita. Il mistico dirà che le qualità sonore dell’hang sono alla base di questo ‘miracolo’, il neonatologo dirà che ciò è possibile perché le funzioni vitali sono assicurate da respirazione e nutrizione assistite, e questo e solo questo crea le condizioni necessarie (ma non sufficienti) perché le pulsioni libidiche si attivino. Io ho visto sopravvivere o morire neonati le cui funzioni dell’Io erano tecnologicamente assistite, e ho visto attivarsi o meno le funzioni dell’Io in neonati stimolati a livello di pulsione libidica.

Spira Mirabilis agisce più o meno nello stesso modo, costruendo attorno a un nucleo di senso oscuro spirali meravigliose di possibili significati. Induce una pulsione libidica cui si appoggia la pulsione dell’Io a integrare funzioni vitali per la nostra sopravvivenza mentale: osservare, associare, analizzare, scindere e connettere, orientarsi, identificarsi, proiettare e introiettare, pensare.

Spira Mirabilis si può, forse si deve, usare in questo modo: è un treno che procede lentamente su cui bisogna saltare al volo, non importa su quale vagone, perché non ci sono poltrone prenotate; un posto per le proprie operazioni mentali si trova in ogni caso. Per esempio, casualmente, proprio un treno passa, riflesso con precisione grafica sul vetro del soggiorno di Felix Rohner e Sabina Schärer, mentre Felix suggerisce che la vita è un gioco; un trenino svizzero, sembra dirci l’immagine, formato da un certo numero di segmenti che si possono combinare e ricombinare in molteplici soluzioni e far procedere linearmente come sul viadotto dietro casa oppure, meraviglia ingegneristica ludicamente proto-freudiana, far salire a spirale all’interno della Giovane Signora (Jungfrau) che sovrasta Berna.