Ponte“In bilico sulle ultime travi, batteva mazza e martello, saltava da una parte all’altra, inchiodava, s’adoperava in ogni modo al poco lume e nebbioso del giorno morto. Veniva fatto di pensare che fosse lui a mandare innanzi l’opera e a tener su l’animo dei compagni, ridendo, esclamando, bestemmiando.Cominciava, andando innanzi al lavoro, a sprofondare e a farsi disuguale il letto del fiume; la corrente faceva impeto e gorgo. Scacerni procedeva più cauto, e adesso silenzioso, nel calare i cavalletti via via che le squadre li portavano.”

(Riccardo Bacchelli, Il mulino del Po)

di Alessandra Rampani. Il compito principale dell’educatore del nido è sostenere il processo di separazione del bambino dalla madre, attraverso la condivisione e il contenimento dell’angoscia di separazione e dei correlati emotivi cui dà luogo (Fregonese, 2012). Anche quando ci avviamo alla fine di un anno, dobbiamo ri-assumere questo compito, sostenendo la separazione del bambino dalle figure educative. Accogliamo un bambino al nido perché possa salutare con consapevolezza e fiducia la sua mamma e ci occupiamo di lui e dei suoi genitori perché essi possano, a loro volta, salutarci con un buon grado di speranza verso il futuro.

Buone esperienze di holding sono le premesse necessarie alla capacità di essere soli e dunque separati. Un bambino che è stato tenuto in braccio sufficientemente bene, che ha ricevuto buone esperienze di contenimento, può salutare la madre e intraprendere i successivi passaggi di crescita che lo attendono.

Ogden (2008), riprendendo il contributo di Winnicott in “La posizione depressiva nello sviluppo emozionale normale” (1954), analizza il concetto di holding su cui ci siamo già soffermati in passato.

“Nell’holding della posizione depressiva, il bambino diventa un soggetto autonomo nel contesto di un senso del tempo che è più pienamente diverso da sé. Il bambino riconosce che non può far muovere le persone più velocemente di quanto vogliano e non può far diminuire il tempo durante il quale deve aspettare ciò che desidera di cui ha bisogno. L’holding della posizione depressiva sostiene l’esperienza da parte dell’individuo di una forma che si trasforma in continuazione – l’esperienza di rimanere se stessi nel tempo e nel flusso emotivo nell’atto di diventare se stessi in una forma precedentemente sconosciuta, ma in qualche modo vagamente percepita”.

Un bambino che è stato tenuto tra le braccia e nei pensieri dei genitori, nei suoi primi giorni e mesi di vita, attraverso l’alternarsi dei suoi stati emotivi, può consolidare un senso di continuità dell’esistenza che gli consente, progressivamente, di essere se stesso – e dunque di separarsi – dai propri genitori. Il bambino impara di essere un punto fermo nel susseguirsi degli eventi, ridimensiona la sua onnipotenza di poter far apparire o sparire magicamente gli oggetti, inizia a tollerare le frustrazioni e le attese per la soddisfazione dei suoi bisogni. Queste acquisizioni sono in parte le premesse di un buon distacco dalla madre, ma sono anche obiettivi che i bambini possono elaborare frequentando il nido. Il bambino è messo alla prova nella sua capacità di aspettare e nella fiducia non solo che la mamma tornerà a prenderlo, ma anche che egli stesso sarà ancora il suo bambino al momento del ri-incontro.

Queste esperienze così fondamentali non si esauriscono in una ripetizione di commiati e ricongiungimenti: esse preludono e aprono al futuro. Vi è qualcosa di nuovo che, progressivamente, accade nel tempo dell’attesa della madre. Sono le trasformazioni e i cambiamenti di cui siamo testimoni nelle nostre giornate e che ci riportano i genitori, ad esempio, dopo un fine settimana in famiglia.

I bambini crescono. Quello che saranno domani è in parte intuibile da quello che sono oggi. I bambini stessi imparano presto che stanno crescendo, che la loro condizione presente presto muterà. Sanno che dovranno abbandonare il ciuccio, si rendono conto che non diventeranno grandi indossando il pannolino. Sanno anche che un giorno saranno grandi come mamma e papà, che andranno al lavoro, che avranno dei bambini che usciranno dalle loro pance (dopo aver meglio compreso come avvenga questo prodigio…).

Preparare i bambini al futuro, immaginarlo con loro, sognarlo, proiettarsi in quello che sarà, è parte del lavoro educativo. Non è un problema limitato alla realizzazione di percorsi di raccordo con la scuola dell’infanzia.

In questo senso ogni giorno affrontiamo piccole esperienze di separazione, perché ogni giorno compiamo un piccolo passo verso un domani nuovo per noi e i bambini.

I grandi cambiamenti richiedono tuttavia un certo tirocinio. Fare in modo che la conclusione dell’esperienza del nido non colga impreparati noi, il bambino e i genitori è importante quanto avviare una buona relazione all’inizio dell’anno.

Maria Luisa Algini ha pubblicato nel 2003 un bel libro sulle sue esperienze di terapeuta con bambini: Il viaggio con i bambini nella psicoterapia.

Uno degli ultimi capitoli è dedicato proprio al tema del commiato e della conclusione della psicoterapia con i bambini, anche in relazione al lavoro parallelo che occorre svolgere con i genitori.

Sebbene gli ambiti d’intervento siano al solito molto differenti, possiamo trovare molte analogie con il lavoro educativo di accompagnamento alla separazione, verso nuove tappe di crescita dei bambini.

Ripropongo perciò alcuni brani del testo che le parole dell’autrice hanno evocato, insieme a una mia personale associazione che attinge alle mie origini.

Quando ci si appresta a concludere una terapia – dice Algini -, “i genitori devono assumersi la responsabilità di nuove scelte impegnative nei confronti del proprio bambino. […]

Avviarsi a terminare non è un processo facile. È un tempo in cui, anche se il bilancio è globalmente positivo, fatalmente cadono le idealizzazioni di partenza. L’andare verso il finire e la caduta delle idealizzazioni fa emergere intensi sentimenti di perdita, pur nella convinzione che è arrivato il momento di farlo. […]

Come ci si può dunque rappresentare la fine, intesa come il limite che si mette all’esperienza analitica? […] Limite è il sentimento del non poter andare più in là, quale si può provare arrivando sulla vetta  di una montagna: c’è la gioia, la soddisfazione, anche l’ebbrezza di essere saliti e di poter contemplare orizzonti mai visti, ma anche il sentimento che l’impresa è compiuta e non resta che scendere, da un altro versante, verso un nuovo territorio.

Limite è una pelle, un tessuto vivo che permette il contenimento, la separazione e la comunicazione tra interno ed esterno del corpo, pelle che si nutre e vive lei stessa di interno ed esterno. […]

Limite è una frontiera mobile, tipo quei grandi fiumi che possono dividere due stati. Fiumi pieni di una vita fluttuante, visibile e invisibile, che a tutti e due i territori appartiene ed è fruibile da entrambe le rive, che dal fiume sono separate e distinte. Certo, non è lo stesso essere su una riva o sull’altra, e il tempo del traghettare è sempre delicato e talvolta pericoloso. Esige preparazioni, cautele, la messa a punto di bagagli, di mezzi di trasporto adeguati e un insieme di “riti” che consentano il passaggio. […]

Traghettare, attraversare il limite, è trasferire, trasferirsi. […]

Un senso dell’analisi con i bambini è anche quello di poter liberare energie e risorse che, per motivi da scoprire nel lavoro analitico, sono rimaste imprigionate da qualche parte, non più disponibili per il processo di crescita. Il percorso “labirintico” della psicoterapia porta via via a poterle ritrovare, liberare, riutilizzare, reinvestire altrove. Trasferire, appunto.

Il “limite” di cui parliamo, nella psicoterapia, si precisa quindi sempre di più non come “chiusura” di possibilità trasformative, bensì come un evento di separazione perché il bambino e i suoi genitori mettano in moto altre aperture e nuove trasformazioni. […]

Nella maggior parte dei casi, non ci è dato sapere quale donna, quale uomo, diventeranno i bambini con cui abbiamo vissuto l’esperienza analitica.

La si è intrapresa in un tempo di difficoltà per preparare un futuro diverso. Non appena tale futuro si prefigura, il Viaggio analitico torna a confluire nel Viaggio della vita”.

Mi viene in mente, a questo proposito, una tipologia particolare di ponti che ha caratterizzato l’attraversamento del fiume Po dai tempi della seconda guerra mondiale e che poi sono sopravvissuti qua e là, lungo il corso del fiume.

I ponti di barche servivano, in tempo di guerra, per raggiungere la riva opposta senza che il nemico potesse sfruttare la medesima via. Erano quindi ponti dotati di una certa flessibilità e praticità, fatto salvo che occorreva conoscere i punti giusti di aggancio per la partenza e l’arrivo.

I ponti di barche avevano soprattutto il pregio di poter consentire l’attraversamento del fiume in qualsiasi stagione di magra o di piena. Chi ha mai visto una golena di fiume allagata, con le cime dei pioppi che escono dall’acqua per solo pochi metri quando il Po è a livelli di allarme, o ha ammirato lo svelarsi delle spiagge di sabbia grigia di fiume nei tempi di arsura, può apprezzare l’ingegno di questo tipo di ponte, capace di sfidare le correnti che portano al mare.

Così credo sia anche il nostro lavoro educativo, quando ci apprestiamo al commiato dei nostri bambini assieme ai loro genitori. Dobbiamo per tempo intraprendere il percorso che conduce dalla riva del nido a quella del futuro della famiglia, rappresentata non sono dalla scuola ma da tutte le scelte che attendono mamma e papà.

Bisogna muoversi oltre la riva in tempi e stagioni diverse, modulando e adattando tempi e rituali di saluto. Occorre saper fare una buona ricognizione dei percorsi svolti da ogni bambino, per poter predisporre il bagaglio giusto da portare al di là della riva.

Bisogna poter pensare alla separazione anche quando il confine da attraversare pare poco significativo, secco e tutto sembra essere scontato, immediato.

Penso a quando i genitori non vedono alcuna necessità di pensare al cambiamento e si volgono con sicurezza e un poco di spavalderia verso le novità.

Un papà alla riunione genitori Cos’è Nido e Cos’è Scuola ha replicato lapidario che la scuola che sceglieranno per Paolo sarà semplicemente quella di fronte a casa e null’altro vi è da aggiungere a una scelta così logica e sensata. Ciò che ci lascia perplessi in questo caso non è tanto l’esigenza di godere di un servizio di prossimità, quanto che il genitore, risolto il problema organizzativo, rischia forse di perdere di vista il problema emotivo che ogni cambiamento può comportare per sé e per il suo bambino. Cosa diranno a Paolo della sua scuola futura? Sapranno raccogliere le sue domande e i suoi timori? Sapranno infondergli fiducia? Sapranno porre le domande giuste alle nuove insegnanti? Potranno entrare in contatto con le loro preoccupazioni e la loro storia personale di bambini diventati adulti?

È necessario saper traghettare anche famiglie che vivono con angoscia il futuro che si prospetta. Un’altra mamma, alla stessa riunione, ha replicato che la scuola del suo bambino sarà Asilo Bianco, ammettendo la difficoltà di riuscire a pensare a un luogo diverso in cui Lorenzo e lei stessa possano riporre nuova fiducia.

Bisogna accompagnare questi genitori con delicatezza ma senza colludere con le loro angosce persecutorie che prospettano un futuro dipinto a toni terribili: ai bambini non sarà dato da bere, saranno costretti a mangiare anche cibi a loro avversi, nessuno sarà in grado di riportare cosa accadrà a scuola, le difficoltà che i bambini potranno presentare a scuola saranno rigettate e bisognerà ricorrere a specialisti e tecnici della cura e della riabilitazione…

È necessario assumerci il nostro grado di responsabilità, perché i genitori possano essere sostenuti nel loro compito genitoriale di protezione, ma anche di spinta alla crescita. L’angoscia di questa mamma dice anche le sue preoccupazioni nei riguardi del suo bambino, che, effettivamente, presenta delle aree di difficoltà che, se non prese in considerazione oggi, potrebbero ampliarsi nel futuro. Lorenzo ha già 2 anni e mezzo e si esprime con pochissime parole; è spesso irrequieto, fatica molto a stare seduto al momento del pranzo; soffre ultimamente delle sue lunghe giornate al nido e delle prolungata attesa della mamma che arriva quasi sempre per ultima; non presenta alcun interesse per le sue funzioni corporee e la madre si chiede come e quando potrà togliere il pannolino.

Ecco che quindi, la nostra traversata con Lorenzo e i suoi genitori sul ponte di barche non sarà un percorso svelto o lineare. Saranno necessarie delle pause, dei colloqui, delle osservazioni, delle messe a punto di nuove risposte educative.

Vi è poi una terza, ovvia funzione, del ponte di barche: si apre quando serve per permettere il passaggio di barche e chiatte.

A volte vi sono delle interruzioni nei percorsi educativi che andiamo compiendo. Penso alle lunghe assenze dal nido di alcuni bambini, spesso malati o che compiono viaggi, che rendono complesso saper tenere il filo dei loro passaggi di crescita.

Penso anche ai nuovi cambiamenti che i bambini portano al nido, agli improvvisi cambi di registro a volte agiti dai genitori: “Ci ritiriamo dal nido perché il bambino è sempre malato”, “Da oggi togliamo il pannolino”, “Nel weekend abbiamo buttato via il ciuccio”.  A volte bisogna proprio ri-assemblare il ponte di barche, riassestarlo, fissare meglio gli ancoraggi. A volte sembra di vedere il bambino prendere una corrente che lo porta a mare troppo rapidamente, oppure lo avvistiamo impantanato in qualche isolotto fluviale alle prese con difficoltà che lo fanno ripiegare su di sé. Quante volte alcune decisioni affrettate muovono rabbia nell’equipe educativa! Ci sembra che non si tenga conto del percorso che sta compiendo il bambino, ci sembra che l’immagine dei genitori sia troppo lontana dalla nostra. È bene non indugiare troppo a lungo nelle recriminazioni: il fiume a volte non perdona. Meglio fermarsi e provare a capire cosa sta accadendo.

Oggi i ponti di barche sono ormai quasi tutti dismessi. La loro struttura non consente il passaggio di carichi pesanti, impone attraversamenti a velocità ridotte e l’apertura e chiusura delle barche, al passaggio del traffico fluviale, è dispendiosa per tempi e costo del lavoro. Ormai vi sono ponti stradali e ferroviari che assorbono il traffico da nord a sud in modo efficiente e rapido.

Credo tuttavia che il lavoro educativo di accompagnamento e guida verso nuovi passaggi di crescita debba sapersi muovere come se percorressimo questi ponti un po’ obsoleti: con determinazione e fiducia di raggiungere l’altra riva, senza tergiversare troppo nella partenza o a metà strada – perché i gorghi nel fiume possono essere molto insidiosi – ma allo stesso tempo assumendosi il senso di questo passare e traghettare, considerando cosa lasciamo alle nostre spalle, aguzzando la vista verso le forme del paesaggio che si stagliano sulla sponda di fronte e indugiando a guardare il paesaggio tutt’intorno, che è sempre, in un solo momento, melanconico e meraviglioso.

Bibliografia:

Algini M.L. (2003). Il viaggio con i bambini nella psicoterapia. Borla.

Bacchelli R. (1957). Il Mulino del Po. Oscar Mondadori.

Fregonese S. (2012). Le tracce dei bambini. Libreria al Segno Editore.

Ogden T.H. (2008). L’arte della psicoanalisi. Sognare sogni non sognati. Raffaello Cortina.