IMG_1236 2di Marta Grossi*

“Per quanto riguarda il linguaggio, vostro figlio non ha bisogno di alcun aiuto. Non dovete fare niente di speciale: è sufficiente parlargli (o parlare) amorevolmente. Vi renderete conto che i bambini sono molto più bravi di noi ad apprendere un linguaggio…”.

[Charles Yang, Il dono infinito]

Il linguaggio è un mistero, il linguaggio è forse ciò che di più affascinante definisce l’essere umano.

Il linguaggio è la caratteristica specie specifica che ci contraddistingue, ma ciò che lo rende così interessante è la spontaneità con cui impariamo (o sappiamo?) usare uno strumento così infinitamente complesso. Ognuno di noi si scopre in grado, senza essersi reso conto di averlo imparato, di distinguere le parole nel flusso di suoni continui che caratterizzano il mondo.

Impariamo a parlare da bambini e non può essere altrimenti. È interessante pensare che anche il linguaggio dei segni è espressione della parola, della lingua e infine della comunicazione; non possiamo non comunicare, citando Paul Watzlawick (1971) e di conseguenza non possiamo fare altro che immergerci nell’universo del linguaggio.

Imparare a usare la nostra lingua madre rappresenta l’abile e armonioso equilibrio che si crea tra natura e cultura, intendendo con cultura (nurture) l’ambiente relazionale e sociale che avvolge, contenendo e segnando, ognuno di noi.

Il linguaggio è natura; siamo programmati per apprendere una lingua. Gli studi di neuroimaging funzionale, in grado di mappare le aree cerebrali attive in conseguenza a una specifica attività svolta in un contesto sperimentale, hanno permesso di stabilire con certezza l’esistenza di aree nel nostro cervello specializzate nella comprensione e nella elaborazione del linguaggio (nello specifico, area di Wernicke e area di Broca).

Sapere ciò non ci aiuta quasi per nulla a comprendere come impariamo un linguaggio, come un bambino arrivi a possedere competenze linguistiche, senza in fondo saperne dire nulla; si impara a parlare molto prima di conoscere le regole grammaticali, proprio come cominciamo a respirare senza conoscerne i meccanismi sottostanti.

Questione d’istinto?

La complessità del linguaggio si rivela anche attraverso la difficoltà per la scienza di spiegarne l’acquisizione. Una svolta determinante nello studio del linguaggio avviene negli anni ’50 grazie alle illuminanti teorie proposte da Noam Chomsky; in particolare si introduce e si afferma il concetto di grammatica universale. Ogni essere umano possiede ab origine, senza la mediazione dell’apprendimento, una grammatica che gli permetterà, al momento opportuno, di apprendere la propria lingua. Tale grammatica è per l’appunto universale, ossia comune a tutte le lingue del mondo, poiché basata su regole di struttura (definite principi e parametri) riscontrabili in ogni linguaggio.

Nonostante questa istintualità della lingua, è pur vero che a parlare si impara nel tempo, e a volte anche con grande lentezza, a detta degli adulti che gravitano intorno al bambino.

Questo perché l’ambiente, la cultura, svolge anch’essa un ruolo determinante. Il contesto linguistico-culturale cui siamo esposti esercita su di noi un’influenza tale per cui arriviamo a selezionare le strutture lingua-specifiche che contraddistinguono il linguaggio utilizzato nella nostra parte di mondo. In pratica, parafrasando Yang in Il dono infinito (2006), impariamo a parlare la nostra lingua disimparando tutte gli altri potenziali linguaggi che possediamo! Questa affermazione trova conferma anche in un fatto molto affascinante: nella maggior parte dei casi, gli errori che i bambini fanno nella costruzione delle loro prime frasi corrispondono a strutture corrette in altre lingue del mondo! Sempre citando Yang (2006) “a my pencil andrebbe benissimo in greco; tickles me senza il soggetto, è una forma usata dagli adulti giapponesi; I don’t want no milk, in cui il bambino ribadisce il rifiuto del latte due volte, è considerato normale in spagnolo; I weared my racket arriva dritto dai Racconti di Canterbury di Chaucer(…); infine who do you think who is in the box? con due pronomi, sarebbe perfetto in tedesco”.

Si potrebbe, quindi, dire che l’ambiente dà la forma alla lingua del bambino, senza però essere responsabile della sua creazione; anzi, paradossalmente ogni bambino potenzialmente ne sa molte più di noi! Ciò cui la cultura porta è una maggiore funzionalità delle conoscenze innate che contraddistinguono l’essere umano: specializzarsi su una lingua (o due, nel caso del bilinguismo) favorisce la comunicazione.

Un altro aspetto affascinante della questione è che l’influenza del contesto comincia ancor prima della nascita del bambino; già durante la gravidanza il bambino è immerso nell’universo del linguaggio familiare e culturale, che percepisce e impara a ri-conoscere grazie alla prosodia.

Dapprima ognuno di noi ha seguito il ritmo della propria lingua; ci siamo mossi a tempo per orientarci nel mondo dei rumori.

“Nel caos acustico la melodia e il ritmo, ai quali ci si abitua già nel grembo, continueranno a guidare il neonato nel suo lungo viaggio verso la lingua. Tutto ciò che deve fare è seguire il ritmo” (Yang, 2006).

Si potrebbe dire che ritmo e parole lasciano una traccia su ognuno di noi, fin dal concepimento. Tale riflessione offre lo spunto per fare cenno alla complessa, e affascinante anch’essa, teoria di Lacan, psicoanalista francese che ha dato centralità al ruolo svolto dal linguaggio nello sviluppo del soggetto. In accordo con Lacan il linguaggio è una struttura e, poiché tale, pre-esiste al soggetto; anzi, il soggetto in quanto tale, ossia separato, in primis dall’altro materno originario, nasce proprio nel momento in cui la parola è pronunciata. In accordo con tale teoria prendendo parola il bambino rinuncia alla soddisfazione immediata del bisogno e nasce come soggetto di desiderio, condizione resa possibile dalla distanza esistente tra se stesso e l’altro, distanza che può essere ridotta, ma mai colmata, dalla domanda.

Ma, ancor prima che questo passaggio avvenga, il bambino è immerso in un universo linguistico cosicché prima ancora di parlare, il bambino è già parlato. Ognuno di noi è uno sconosciuto a se stesso; in accordo con Lacan ciò che ci permette di costruire la nostra identità sono lo sguardo e le parole dell’altro, in primis altro materno, che costruiscono un’immagine parlata cui noi ci identifichiamo.

Citando Leader (2012) in un utile testo introduttivo alla teoria lacaniana,“il bambino è collegato alla sua immagine da parole e nomi, da rappresentazioni linguistiche. (…) L’identità del bambino dipenderà da come lui, o lei, assumerà le parole dei genitori”. È importante quindi soffermarsi sulla centralità delle parole dette al bambino, e non soltanto su quelle dette da lui.

Allo stesso tempo è pur vero il contrario; è proprio attraverso l’acquisizione del linguaggio che creiamo il mondo. Nominando “le cose” ne riconosciamo l’esistenza, e diamo vita alla nostra soggettiva esperienza del mondo. Mi viene in mente, a conferma di quanto appena detto, ciò che ci fa scoprire Bruce Chatwin nel suo bellissimo testo La via dei canti (1987): gli aborigeni australiani costruiscono e mappano il mondo che li circonda attraverso la creazione di canti, parole in armonia che tengono traccia dei luoghi attraversati dagli antenati. Parole come mappe che aiutano a orientarsi, che danno riferimenti e indicazioni, che tengono per mano durante il peregrinaggio.

“«Ossia l’uomo crea il suo territorio dando nome alle cose che ci sono?»

«Proprio così». Il suo volto si illuminò. (…) Ancora oggi, disse Wendy, quando una madre aborigena nota nel suo bambino i primi risvegli della parola, gli fa toccare le cose di quella particolare regione: le foglie, i frutti, gli insetti e così via. Il bambino attaccato al petto della madre giocherella con la cosa, le parla, prova a morderla, impara il suo nome, lo ripete – e infine lo butta in un canto.”( Chatwin, 1987).

Ancoriamo la nostra esistenza alla nostra capacità di parlare, eppure ne sappiamo davvero poco. Ciò che è certo è che la parola è il fenomeno (dal greco phainomenon, ciò che appare) di un processo lungo e complesso che si estende nello spazio e nel tempo soggettivo, e che concerne lo sviluppo biologico, fisico, emotivo e relazionale di ognuno di noi.

La fabbrica delle parole, e del linguaggio, lavora incessantemente e lascia segni anche dove, per ora, domina il silenzio; ciò che forse è da fare è avere fiducia nella relazione, nella natura umana, anche quando le nostre adulte, e forse ingenue, aspettative non vengono soddisfatte. Ci aiuta Yang dicendoci che “l’apparente insensatezza è il preludio all’infinità dei sensi che verranno ben presto acquisiti”.

E, allora, teniamo traccia del modo in cui i nostri bambini costruiscono se stessi e il mondo circostante, lasciamoli liberi di esplorare, rispettiamo i loro tempi e i loro movimenti, non smettiamo mai di affascinarci per il modo unico con cui già si orientano nel mondo, regalando a noi, curiosi osservatori, momenti di stupore e allegria condivisa.

“Gall-o è: Cocò.

Gall-ina è: Cocò.

Mangio una gall-etta…è: Cocò.

E se entro in gall-eria?!”

Racconto di una mamma del Nido PICCOLI&grandi, sull’uso della parola “Cocò” da parte della figlia di 20 mesi.


BIBLIOGRAFIA

Chatwin B. (1987), Le vie dei canti. Adelphi, Milano

Yang C. (2006), Il dono infinito. Codice edizioni, Torino

Leader D., Groves J. (2012) Lacan a fumetti. L’Ancora del Mediterraneo editore, Napoli

Watzlawick P., Beavin J. H., Jackson, D.D. (1971) Pragmatica della comunicazione umana. Studio dei modelli interattivi, delle patologie e dei paradossi. Astrolabio Ubaldini, Roma

* Marta Grossi, psicologa, educatrice spaziopensiero presso il Nido e Scuola d’Infanzia PICCOLI&grandi