la casa sull'albero2di Angela Donatacci. – Mi è capitato tra le mani il bellissimo libro dei Tolman, La casa sull’albero. È un libro senza parole, al lettore il compito di narrare. Sfogliandolo pensavo al lavoro che quotidianamente al Nido Jan Palach siamo chiamate a svolgere come educatrici: dare le parole ai bambini, a chi non ne ha e a chi pur avendole non riesce a utilizzarle, e penso a tutte le situazioni di conflittualità dove l’agito fa da padrone, perché lungo è il lavoro che porta il bambino a riconoscere le proprie emozioni, a dare loro un nome.

Pagina dopo pagina, noto la delicatezza delle immagini, la tenerezza degli sguardi degli orsi protagonisti della storia (tenerezza che si contrappone all’aggressività spesso associata all’immagine dell’orso); anche noi educatrici siamo chiamate a sguardi di tenerezza nei confronti dei bambini, tenerezza volta a contenere l’aggressività.

La casa sull’albero è abitata dapprima da uno e poi due orsi che essenzialmente osservano, scrutano l’orizzonte, colgono le diversità di chi arriva, stanno a vedere cosa accade. Tante volte siamo in questa posizione: osserviamo i bambini muoversi, sospendiamo il giudizio e stiamo a vedere cosa accade.

Poi, pagina dopo pagina, la casa si popola di animali che la abitano per un po’; ognuno trova il suo posto: chi si appoggia delicatamente sui rami, chi si sdraia occupando un piano intero, chi come il rinoceronte la fa tremare. Non fanno questo i bambini che abitano per un po’ il Nido Jan Palach?

Gli animali dopo un lungo viaggio approdano sull’albero, incontrano altri animali. Allo stesso modo dopo un lungo, lunghissimo viaggio i bambini approdano al Nido e incontrano altri bambini, altri adulti diversi dai propri genitori. Il Nido Jan Palach è un approdo ma anche un luogo di passaggio, nel senso della trasformazione che avviene in chi lo frequenta.

Sotto lo sguardo vigile e tenero di chi vi lavora.