Picasso“Quando nasce un bambino

il mondo non è mai pronto…”

Wislawa Szymborska

di Claudia Maspero. Seguendo lo spunto offerto dai versi della Szymborska vorrei, con questo contributo, esplorare le ragioni che sottostanno a esperienze così diverse, sia in termini di timing sia nei termini della qualità emotiva della relazione, vissute dalle donne al momento dello svezzamento e dell’interruzione dell’allattamento al seno del loro bambino, ovvero al prolungamento dello stesso quando il bambino è ormai grande. “Non siamo ancora pronti” confessano alcune mamme alludendo all’ipotesi, poetica e drammatica allo stesso tempo, che non si è mai pronti a un cambiamento il cui impatto è, per alcuni, secondo solo alla nascita.

Cercherò, innanzitutto di descrivere il contesto culturale attuale attraverso alcuni oggettivi dati numerici, per poi passare a esaminare il fenomeno dal punto di vista soggettivo del bisogno e del desiderio di mamma e bambino. Secondo il Report ISTAT 2013 Gravidanza, parto e allattamento al seno il numero delle donne italiane che allattano al seno (85,5% contro  l’ 81,1%) è in costante dal 2005. In continua crescita anche la durata media del periodo di allattamento: da 6,2 mesi nel 2000 a 7,3 mesi nel 2005 fino al valore di 8,3 nel 2013. Il numero medio di mesi di allattamento esclusivo al seno è pari a 4,1; il valore più alto si registra nella Provincia autonoma di Trento (5,0) e quello più basso in Sicilia (3,5).

Tra le cittadine straniere è maggiore sia la quota di donne che allatta (l’89,4% contro l’84,6% delle italiane), sia la durata dell’allattamento (9,2 mesi in media, contro 8,1 delle italiane).

L’allattamento al seno è rilevante per la salute del bambino e anche della madre.

La dichiarazione congiunta di OMS/UNICEF del 1989 stabilisce i dieci passi da attuare per promuovere, proteggere e sostenere l’allattamento al seno. In particolare, l’OMS raccomanda l’allattamento esclusivo al seno fino a sei mesi e continuato anche oltre l’anno, se la mamma e il bambino lo desiderano.

Tali raccomandazioni sono state recepite nell’ambito di uno specifico accordo tra Ministero della Salute e Regioni nel 2007, e da allora sono state attivate diverse campagne di sensibilizzazione a sostegno dell’allattamento al seno rivolte agli operatori e a tutte le future mamme.

Nel 2013 allatta al seno l’85,5% delle donne che hanno avuto figli nei cinque anni precedenti la rilevazione, (81,1% del 2005).

La durata media del periodo di allattamento passa da 6,2 mesi nel 2000 a 7,3 mesi nel 2005 fino al valore di 8,3 nel 2013. Il numero medio di mesi di allattamento esclusivo è pari a 4,16.

Anche grazie all’attività di promozione rafforzata nell’ultimo decennio, si osservano risultati positivi per l’allattamento materno: il periodo complessivo di allattamento al seno si allunga indipendentemente dell’età della madre e su tutto il territorio nazionale. La maggiore diffusione dell’allattamento al seno si osserva nel Nord-est (88,5%), mentre nel Mezzogiorno si registra la quota più̀ bassa (82,8%), ma solo per effetto della minore percentuale di donne che allatta in Sicilia (71,1%), come già evidenziato nelle precedenti rilevazioni del 2000 e del 2005.

Dopo il sesto mese, sia l’allattamento esclusivo sia quello predominante, quasi si annullano per effetto dell’introduzione dell’alimentazione solida o semisolida che permette un ampliamento del ventaglio delle sostanze nutrienti in un momento in cui non è più raccomandato mantenere l’esclusività del latte materno; prima del sesto mese l’alimentazione complementare, invece, interferisce con l’indicazione OMS/UNICEF di offrire al bambino esclusivamente latte materno.

Poiché l’allattamento al  seno costituisce un fattore protettivo contro infezioni e batteri anche per bambini più grandi, l’OMS suggerisce di prolungare l’allattamento al seno anche dopo il primo compleanno.

In Italia circa una donna su 5 continua ad allattare tra i 12 e i 15 mesi (19,3%).

L’allattamento al seno favorisce il contatto fisico, il contatto olfattivo e anche il contatto visivo tra la madre e il neonato; durante l’allattamento si sviluppa sincronia e il neonato sente il battito cardiaco che l’ha accompagnato per nove mesi.

L’allattamento materno rappresenta non solo un modo di nutrire, ma anche un modo di relazionarsi con il proprio bambino.

Per Winnicott, l’allattamento al seno rappresenta la prima forma di comunicazione in grado di condizionare le successive esperienze comunicative e relazionali.

Non si tratta semplicemente di offrire del latte ma di creare un legame.

Sorgono spontanee alcune domande.

Come cambia, per intensità e qualità, la relazione madre bambino durante l’allattamento prolungato? Per esempio, psicoanalisti e psicologi che si occupano di ricerca sono concordi nel ritenere che un importante mezzo di comunicazione tra il neonato e la madre sia lo sguardo.

Dove finisce lo sguardo della madre mentre allatta un bambino di più di un anno di vita? E quello del bambino? Bocca e occhi del bambino che allatta perseguono lo stesso tipo di finalità?

E quindi: quali sono i termini del rapporto tra bisogno e desiderio man mano che l’allattamento si protrae?

La dimensione del desiderio è citata anche nel rapporto OMS/UNICEF che raccomanda l’allattamento prolungato se madre e bambino lo desiderano. Però, dal punto di vista psicoanalitico la questione del desiderio è una faccenda complessa.  Anche dal punto di vista etimologico. Il termine desiderio deriva dalla composizione della particella privativa “de” con il termine latino sidus, sideris (plurale sidera), che significa stella. Dunque “desidera”, da cui “desiderio”, significherebbe, letteralmente, “condizione in cui sono assenti le stelle“. Questo spunto etimologico è importante per capire perché per desiderare sia necessario avvertire un’assenza, l’assenza di qualcosa che ci manca profondamente al punto da desiderarne la presenza.

Per Jacques Lacan: “L’esperienza del desiderio è un’esperienza di perdita di padronanza, di vertigine, di qualcosa che si dà a me stesso come più forte della mia volontà. […] Il desiderio è l’esperienza di uno scivolamento, di un inciampo, di uno sbandamento, di una perdita di padronanza, di una caduta dell’Io.”

Per Wilfred R. Bion il pensiero si genera in assenza dell’oggetto. L’esperienza dell’assenza dell’oggetto è condizione necessaria per generare il desiderio dell’oggetto e un pensiero attorno a esso. La saturazione del desiderio provocata dalla continua presenza dell’oggetto interferisce con lo sviluppo di processi mentali di cui nel tempo il bambino avverte maggior bisogno rispetto al bisogno di essere nutrito in modo esclusivo dal seno.

Sembrerebbe che, oltre una certa età del bambino, quella condizione privilegiata (ma non unica) perché si stabilisca una sana e felice relazione primaria – allattamento al seno – finisca per interferire con il suo sviluppo. Alcune mamme devono essere aiutate a comprendere che si può nutrire un bambino a livello simbolico e che questo permetterà loro di continuare a sentirsi mamme. Nel momento in cui una donna conclude l’allattamento, riesce più facilmente a diversificare la sua identità fino a quel momento in qualche modo egemonizzata dall’identità materna.

È vero che come dice Freud in Un ricordo d’infanzia di Leonardo da Vinci (Freud, 1910): “L’amore della madre per l’infante che essa allatta e cura è qualcosa di molto più profondo della sua successiva affezione per il bambino che sta crescendo. La sua natura è quella di un rapporto d’amore totalmente soddisfacente, che appaga non solo tutti i desideri spirituali, ma anche tutte le esigenze corporee (…)”, ma è altrettanto vero che a volte l’allattamento prolungato non consente all’altro genitore di partecipare alla vita della coppia mamma/bambino: “un’eccessiva erotizzazione del rapporto madre-bambino attraverso l’allattamento, porta al rifiuto di qualsiasi intervento di un terzo. Il rapporto esclusivo tetta/bocca esclude il terzo, che non può esercitare la funzione di interdizione. La triangolazione è possibile solo a fronte di una rinuncia” (Helene Parat, L’erotico materno. Psicoanalisi dell’allattamento, Borla)

La mamma che nutre/allatta un bambino oramai grande, a volte, è una mamma che non è in grado di affrontare il lutto, è una mamma che riesce a separarsi da una parte di sé ma non dall’oggetto. Se è attraverso un’identificazione profonda col suo neonato che ”la madre, amando e nutrendo il suo bambino, non cessa con l’occasione di amarsi e di nutrire se stessa, arrivando a essere prodiga di parecchi doni di maternalità senza sentirsi per questo svuotata libidicamente” (ibidem), sembra che essa abbia bisogno anche di piaceri diretti, di soddisfazioni libidiche non esclusivamente sostitutive.

La posta dell’allattamento sta in questo equilibrio tra femminile e materno, seno che nutre e seno erotico, seno narcisisticamente erotico e seno eroticamente nutritivo. “Uomo, donna e bambino – afferma Parat - devono trovare di che riferirsi, di che definirsi, di che nutrirsene e di che liberarsene, senza sprofondarvisi”