Deineka-la madredi Stefano Fregonese.

Questo contributo, facendo riferimento all’articolo di Lynda Miller, Idealizzazione e disprezzo: le due facce del processo di svalutazione del seno nel rapporto di allattamento, cerca di far luce sul contrasto tra l’idealizzazione consapevole del seno e dell’allattamento da parte di alcune madri e i processi inconsci che portano il bambino a svalutare se non a disprezzare il seno nel corso dell’allattamento prolungato.

Secondo la Miller ci sono alcune caratteristiche che accomunano certe madri. Tali caratteristiche sembrano costituire il sostrato psicodinamico di una cultura nella quale si identificano un certo numero di donne dei paesi occidentali, cultura che annovera sostenitrici più o meno oltranziste dell’allattamento esclusivo, a richiesta e prolungato.

Naturalmente l’elenco che segue va considerato con le dovute cautele, tenendo sempre in mente che è l’intensità della difesa assunta che determina o meno un possibile esito patologico. Ecco le caratteristiche:

- ideologia “alternativa” che contrappone alcune pratiche considerate buone (p.es: parto naturale, marsupio, allattamento al seno, dieta bio/vegan) ad altre viste come nocive (parto medicalizzato, culla, allattamento artificiale, dieta comune);

- ricerca/mantenimento di una fusione simbiotica idealizzata con il bambino;

- uso del seno come lenitivo universale, fonte di conforto indispensabile;

- sopravalutazione/esclusività delle modalità di contenimento fisico/sensuale rispetto al contenimento mentale;

- propensione a utilizzare il bambino come ricettacolo delle proprie proiezione invece di essere contenitore delle proiezioni del bambino.

Il punto di partenza per molte madri sembra essere un’esperienza primaria non soddisfacente che ha innescato un processo di idealizzazione eccessiva del seno e dell’allattamento, complementare al bisogno di aggredire il proprio oggetto. I continui e irrisolti attacchi all’oggetto portano a identificarsi con un oggetto materno svalutato, finendo col provare, una volta divenute adulte, sentimenti di inadeguatezza come madri.

L’idealizzazione secondo Klein è una difesa psichica legata a una scissione più profonda di quella tra oggetto buono e oggetto cattivo destinata a sanarsi man mano che il bambino impara a gestire l’ambivalenza emotiva.

La divisione tra un oggetto idealizzato e un oggetto estremamente cattivo è il tentativo di contrastare impulsi distruttivi, invidia e le corrispettive angosce persecutorie molto intensi.

Per Klein: “il seno idealizzato è il contrapposto del seno divorante”.

Un elemento importante nella relazione tra queste madri e i loro bambini è il sovrainvestimento nella modalità di contenimento fisico e sensuale a scapito di quello mentale. Per esempio, accade spesso che l’utilizzo esasperato e prolungato del marsupio che garantisce il contatto fisico si accompagni a un’insufficiente o trascurata ricerca del contatto visivo con il bambino. A sua volta questa scelta può portare a due tipi di esiti che a volte si sommano:

- al ridotto investimento della funzione di contenimento mentale materno, dell’interazione vis-a-vis, del linguaggio come tramite tra madre e bambino;

- a un’identificazione di tipo adesivo da parte da parte del bambino che si sente ‘tenuto’ solo quando è attaccato al suo oggetto; ciò a scapito delle altre due tipologie di identificazione, proiettiva e introiettiva, necessarie a sviluppare la dimensione di profondità, essenziale per la scoperta e la crescita della conoscenza.

Un altro aspetto problematico riguarda la difficoltà, per i bambini che rimangono attaccati al seno in modo prolungato, di completare il processo di riparazione.

La riproposizione a oltranza del seno, anche quando nella fantasia del bambino risulti danneggiato dai propri attacchi invidiosi, impedisce l’insorgere di sentimenti di colpa, di preoccupazione per l’oggetto, e l’avvio dei tentativi di riparazione.

Infine, l’esclusione del terzo, del padre dall’intima relazione di allattamento comporta per il bambino anche un’insufficiente percezione e comprensione della funzione protettrice e riparatoria del padre nei confronti della madre esposta alla fatica fisica e mentale dell’allattamento e della relazione primaria in generale. Ciò comporta, alla lunga, un difetto nel processo d’introiezione della coppia genitoriale buona (oggetto combinato).

A sua volta l’assenza o la fragilità dell’introiezione delle funzioni proprie dell’oggetto combinato lascia il bambino maggiormente esposto all’angoscia persecutoria.

Dice Edna O’ Shaughnessy: “Un bambino desidera sempre, in parte, persino di essere svezzato”.

Spiega Lynda Miller: “Si presume che un bambino possa essere pronto a staccarsi dal seno quando ha interiorizzato un oggetto buono in grado di offrirgli una fonte interna sufficiente di sicurezza e rassicurazione.” Ogni indugio, oltre il raggiungimento dell’introiezione dell’oggetto, che va inteso sia nella sua dimensione processuale sia in quella strutturale, può costituire una comunicazione confusiva per il bambino. Invece, tenderà a installarsi nella sua mente un oggetto difettuale incapace di costituire una valida risorsa.

Il seno svilito e mai riparato, che nel tempo ha perso molto del suo significato e del suo potenziale nutrizionale sia a livello alimentare sia a livello simbolico, il seno scisso nei suoi aspetti disprezzati e idealizzati, e mai ricomposto in un unico sufficientemente buono, costituirà all’interno del bambino una risorsa insufficiente e manchevole per sostenerlo, una volta adulto, a svolgere a sua volta il difficile compito genitoriale.

Lo sforzo di queste madri di evitare a loro stesse e ai loro bambini la frustrazione e il dolore della separazione, può trasformare la relazione intera in una fonte di sentimenti conflittuali irrisolti per i loro figli.