Michelangelo Buonarrotidi Alessandra Rampani. Nel 1937 Freud elabora uno dei suoi ultimi scritti sulla tecnica psicoanalitica: “Analisi terminabile e interminabile[1]”.

Freud è ormai avanti negli anni, si è già trovato a scrivere alcuni necrologi per i suoi più cari amici. La partenza per Londra in fuga dalle deportazioni antisemite è ormai imminente. Ecco dunque un testo che forse rappresenta un tentativo di commiato non solo dal lavoro clinico, ma anche da se stesso.

Come spesso ci accade, proponiamo il ricorso a concetti ed esperienze psicoanalitiche nell’intento di ampliare e approfondire lo sguardo sulle esperienze educative che hanno luogo nei nostri servizi.

Una catena associativa mi ha condotto, discutendo di allattamento prolungato che pare a volte infinito, alla parola “interminabile” e da qui il rimando al saggio di Freud.

Allattamento e analisi sono esperienze profondamente diverse. La prima è momento centrale nella relazione primaria: esperienza di nutrimento e affetto unica e irripetibile. L’allattamento è necessario alla sopravvivenza del bambino, è un percorso comune a ogni essere umano sia che avvenga al seno sia che sia proposto attraverso un biberon.

L’analisi è un’esperienza dell’età matura, se parliamo di psicoterapia può riguardare anche piccoli pazienti ma si tratta di bambini che hanno comunque superato quella prima esperienza di essere nutriti. L’analisi non è un percorso universale, non è necessaria per la sopravvivenza, sebbene credo permetta a molte persone, ogni giorno, di vivere meglio.

Ciò nonostante questi due percorsi segnano in modo significativo la crescita umana, in momenti diversi della vita. Allattamento e analisi raggiungono istanti di intimità e possibile comprensione reciproca la cui qualità buona può caratterizzare e orientare il futuro del neonato e dell’adulto.

Allattamento e analisi non sono relazioni alla pari. In entrambi vi è qualcuno che nutre e qualcuno che si trova in posizione di dipendenza. Il bambino e l’adulto possono allo stesso modo opporre difese ai propri bisogni e respingere con invidia le buone qualità offerte dal seno o dal contenimento analitico.

Bambino e paziente sviluppano affetti profondi nei riguardi di chi si prende cura di loro. Nel paziente la relazione di transfert si sviluppa seguendo le orme di quel primo attaccamento sperimentato fra le braccia della madre, stretto al suo seno.

Madre e analista non sono immuni dall’ambivalenza. Una madre che stringe fra le braccia il suo bambino scoprirà in poche ore come quel fragile essere possa appagarla profondamente e condurla un attimo dopo in angosce antiche che richiamano rabbia, aggressività, paura. Un analista dovrebbe essere in grado di utilizzare l’ambivalenza che genera in lui il paziente – il proprio controtransfert – per interpretare le difese e avviare l’elaborazione di esperienze dolorose e traumatiche.

L’allattamento è un percorso molte volte segnato da inizi complessi. I neonati spesso hanno bisogno di essere aiutati e guidati nel familiarizzare col seno, nell’attaccarsi nel modo giusto al capezzolo, nell’imparare a succhiare, nel raggiungere ritmi e tempi per poppate soddisfacenti.

Anche un paziente compie un lavoro difficile prima di formulare la propria richiesta di aiuto e spesso l’accettazione del setting della terapia richiede tolleranza dell’attesa e pazienza.

L’allattamento può durare mesi o anni. Anche un’analisi può essere presto interrotta, anche se un percorso analitico efficace dovrebbe poter disporre di qualche anno di lavoro.

Il timing delle poppate è indicatore di un buon allattamento: neonati che presto rinunciano al pasto, che si addormentano al seno ripetutamente o che sono poco reattivi rimandano ad analisi che avanzano a stento, al ritmo di una sola seduta settimanale, con rinvii e appuntamenti persi.

Conclusioni possibili per allattamento e analisi

Stante queste premesse che mostrano numerosi elementi di sovrapposizione fra l’esperienza dell’allattamento e quella analitica, possiamo dunque domandarci come possano entrambe volgere al termine.

“La terapia psicoanalitica è un lavoro lungo e faticoso”, dice Freud e lo stesso potrebbe dire una madre del suo allattare. Come si può capire quando è giunto il momento di concludere un’analisi o di svezzare definitivamente un bambino?

È interessante osservare che Freud, nel titolo del suo saggio, non contrappone con una “o” gli aggettivi terminabile e interminabile. Un’analisi può essere allo stesso tempo conclusa e restare ancora aperta. Vi è una chiusura che comprende elementi di realtà: “Paziente e analista smettono di incontrarsi in occasione delle sedute analitiche”. Vi è una fine che difficilmente può essere sancita: il paziente può aver superato i suoi sintomi e l’analista può ritenere di averlo reso consapevole dei propri conflitti, di aver debellato tante resistenze interne. Tuttavia esistono conflitti latenti che il futuro potrebbe portare alla luce, difese non completamente analizzate, soluzioni di guarigione incomplete adottate anche per inerzia del paziente. L’analisi è un percorso che deve giungere a un termine – per consegnare il paziente alla sua autonomia – ma che allo stesso tempo può richiedere approfondimenti futuri.

Se pensiamo all’allattamento come a un momento di intenso scambio di affetti e nutrimento possiamo giungere a conclusioni analoghe. Pensiamo che un bambino non possa succhiare al seno per sempre. I bambini crescono, sviluppano risorse e strumenti che consentono loro di raggiungere ampie occasioni di autonomia.

Ai bambini spuntano i denti non a caso intorno ai sei mesi, quando il cibo solido viene solitamente loro offerto. Avere i denti significa non solo poter addentare nuovi alimenti, ma avere anche nuove possibilità di espressione di energia, vitalità e aggressività. È difficile che il seno materno possa sempre accogliere il dispiegarsi di tante possibilità di crescita.

Credo che valga la pena riflettere sul concetto di autonomia del bambino. È vero che un bambino di due anni che ancora prende il latte materno può apparire come un bambino autonomo. Può frequentare serenamente il nido, può tessere relazioni con i suoi pari, può salutare sorridendo la madre che lo saluta per andare al lavoro. Non necessariamente questi comportamenti danno ragione piena dell’effettiva autonomia emotiva. Se il bambino ha bisogno del seno materno di notte per riprendere sonno, la sua indipendenza non può dirsi forse pienamente raggiunta. Un bambino autonomo è un bambino che ha elaborato il dolore della separazione della madre e che sa di poterla ritrovare presente dentro di sé anche quando è assente. La mamma non è perduta, il seno buono non è sparito o distrutto: è nella sua mente che il bambino può rievocare il suo calore, il suo odore, magari con l’aiuto di un ciuccio o di una coperta, fino a quando basterà solo il ricordo per sentirsi consolato.

Anche un paziente sentirà, verso il volgere della fine della sua terapia, che quella funzione analitica inizialmente esercitata dal suo terapeuta è ora parte di lui, una funzione che gli appartiene e a cui potrà fare ricorso nelle avversità che il futuro potrà riservare.

L’allattamento può e deve dunque giungere a una fine ma questo non implica che la funzione materna di nutrire, di dare cose buone per la vita mentale del suo bambino debba venire meno. Per molte madri questo passaggio è difficile da comprendere e fonte di sofferenza. La cura sembra dover necessariamente passare attraverso mediazioni concrete. Conosciamo tutti mamme così: quando qualcuna fatica a domandare qualcosa di più della giornata del suo bambino al nido oltre quanto abbia mangiato; quando la preoccupazione si orienta sulla durata del sonno o sul numero di mutandine bagnate di pipì.

Quando dunque una madre dovrebbe cessare di allattare il suo bambino? A sei mesi, a un anno? Il nostro approccio ci induce a diffidare di precise scadenze temporali, sebbene vi siano dei tempi comuni nei quali generalmente sappiamo possano accadere alcuni cambiamenti.

Vi sono molti segnali che possono aiutare una madre nel pensare che sia giunto il tempo di smettere di allattare: esigenze concrete, ritmi di lavoro, stanchezza, il bambino che non prova più appagamento o soddisfazione perché continua ad avere fame oppure si mostra eccitato e non placato nel suo bisogno di contenimento…

Molte madri tuttavia dichiarano che l’allattamento prosegue con piacere da parte di entrambi oppure pensano che il bambino si giovi così tanto di questo momento da non poter pensare di privarlo di questa consolazione.

Ecco che Freud può forse venirci in aiuto. La fine di un’analisi può essere stabilita quando il suo proseguimento non potrebbe sortire alcun ulteriore cambiamento. Se nulla di nuovo può ormai accadere, il lavoro può considerarsi compiuto.

Anche l’allattamento è un percorso fatto di scoperte, difficoltà, incontri, appagamenti, frustrazioni. Quando questi movimenti si sono tutti dispiegati, quando una madre comprende di aver dato cibo sufficiente al suo bambino, di averlo contenuto tante e tante volte nei suoi momenti di disperazione, quando una madre sente di poter continuare a fare tutto questo anche in altre modalità, è forse giunto il tempo di separarsi.

Se il contatto col seno è ormai un copione che si svolge in modo automatico senza che nulla di nuovo possa essere scoperto o se l’allattamento diventa la reiterazione di un piacere che si ripiega su se stesso, è ora che il seno sia lasciato perché lo sguardo possa aprirsi ad altro: al padre, alle altre relazioni, al gioco, ai libri, ai simboli.

“La relazione analitica è fondata sull’amore della verità, ovverosia sul riconoscimento della realtà […]. Tale relazione non tollera né finzioni né inganni”.

Così è anche per la relazione materna. A volte le madri – anche i terapeuti – hanno bisogno di essere aiutate nel riconoscere la realtà.

Dobbiamo trovare i tempi e le parole giuste per accompagnarle a questo riconoscimento, rispettando le loro resistenze ma occupandoci anche i bisogni del bambino.

Antonia, mamma di Paolo, un bambino sensibile che chiedeva ancora con insistenza il seno alle soglie dei due anni, ha chiesto aiuto al nido in molte occasioni per potersi congedare dal ruolo di madre nutrice. L’equipe educativa ha offerto accoglienza, colloqui, piccole interpretazioni.

All’inizio del mese di giugno mamma Antonia si presenta al nido dopo una breve vacanza. È radiosa, capelli biondi, una rotondità di forme che fa quasi pensare a una nuova gravidanza. Ma Antonia non è incinta: ha smesso di allattare! Quasi scusandosi, racconta che ha saputo smettere definitivamente dopo aver contratto un’infezione che doveva essere curata con antibiotici incompatibili con l’allattamento. Ma Paolo era “sorprendentemente” pronto e dopo un paio di proteste quasi fatte per dovere, ha smesso di chiedere il seno.

A settembre Paolo dice orgoglioso all’educatrice, intenta nel consolare e cullare un bambino piccolo: “Io più tetta-mamma. Io grande!”.

Credo di aver provato qualcosa di quell’orgoglio, unita alla gratitudine, al timore, alla commozione, quando ci siamo avviate alla porta dello studio io e la mia analista, al termine della mia ultima seduta.


[1] Freud, S. (1937). Analisi terminabile e interminabile. In Opere, vol. 11. Torino: Bollati Boringhieri.

Immagine: Michelangelo Buonarroti, Madonna col Bambino (Madonna che allatta il figlio) 1525 circa.