De Chirico-FamigliaIl leit motiv, del programma di formazione professionale per educatrici e coordinatrici di servizi educativi 0-6 anni di quest’anno, è costituito, da un lato, dalla ricerca nel più vasto ambito della cultura generale in cui viviamo degli elementi che compongono una più specifica cultura dell’infanzia, dall’altro, dall’osservazione e dall’analisi dei processi primari che portano al formarsi di un micro-contesto culturale condiviso.

Lavorando abitualmente con bambini 0-3 anni e da qualche anno anche con bambini 0-6 anni, abbiamo la possibilità di osservare dal vivo e con continuità “i meccanismi di strutturazione culturale, ovvero la messa in opera di confini e differenziazioni utilizzati per creare ordine (nel doppio senso di stabilizzazione e comprensibilità)” in uno specifico contesto comunitario.

Ordinare, nominare, definire, categorizzare, concettualizzare: si tratta di attività che, al Nido o alla Scuola dell’Infanzia, impegnano il singolo bambino, individualmente e in relazione agli altri bambini componenti il gruppo, in un continuo lavoro di integrazione tra le acquisizioni e le espressioni cognitive, e i processi identificativi e gli investimenti affettivi.

Ritengo che possa essere utile alla nostra capacità di lavorare con i bambini e con i genitori, capire in cosa consista uno specifico ordine culturale, come funzionino le categorie relazionali tramite le quali una certa cultura “mette ordine” nel proprio universo di riferimento; capire l’estensione, la differenziazione interna, i meccanismi gerarchizzanti, le contraddizioni, di un certo ordine culturale, ma anche i processi tramite i quali esso viene prodotto, riprodotto e diffuso da e tra i suoi membri.

Canguilhem (1967) – citato da Mario de Benedittis nel suo utile e apprezzabile testo Sociologia della cultura, Laterza 2013, – definisce la cultura come “un codice di ordinamento dell’esperienza umana sotto un triplice rapporto, linguistico, percettivo, pratico”. Le tre dimensioni sono strettamente interrelate: rappresentarsi qualcosa in un certo modo induce mutamenti nella percezione e a sua volta nelle pratiche.

Quando, parlando con un genitore promuoviamo una certa rappresentazione del suo bambino, allargandone i confini e la complessità, permettiamo a lui, e anche a noi stessi, di sviluppare una maggiore sensibilità, a livello di percezione, nel cogliere e nominare i differenti stati emotivi e mentali del bambino e nello sviluppare pratiche che li coinvolgono nella relazione.

In questo senso contribuiamo allo sviluppo di una certa cultura dell’infanzia e della genitorialità.

Non è cosa da poco: Sewell (1999) ci ricorda che “compiere una pratica culturale significa fare uso di un codice semiotico per fare qualcosa nel mondo.” Sappiamo bene che le parole sono in grado di “fare cose”.

Il continuo processo di significazione, nel quale i bambini sono impegnati, e noi con loro, orienta tanto la conoscenza quanto l’azione individuale e di gruppo.

Lo vediamo bene quando una nostra interpretazione di un gioco orienta in un modo o in un altro i successivi comportamenti dei bambini.

Quando i membri di un gruppo integrano i dati della loro pratica e della loro esperienza in forme di conoscenza ed elaborazioni cognitive all’interno di un quadro sociale di pensiero e di norme di comportamento collettivo, danno vita a una rappresentazione sociale, che costituisce “uno dei più potenti mezzi culturali per dare significato al mondo che ci circonda e per renderlo prevedibile” (de Benedittis, 2013).

Scopo delle rappresentazioni sociali è rendere familiare ciò che non lo è, sia a livello individuale, sia a livello collettivo. Le rappresentazioni sociali sono formazioni mentali condivise che entrano in risonanza con le credenze individuali a loro volta collegate alle fantasie inconsce che ne costituiscono la base strutturale (R. Britton, Credenza e Immaginazione, Borla).

Già con l’atto di istituire e di lavorare in un Nido o in una Scuola d’Infanzia, proponiamo una rappresentazione sociale per nulla scontata o universale. Molti genitori e molti pediatri hanno e danno rappresentazioni molto diverse di come dev’essere organizzata, secondo loro, affettivamente e simbolicamente l’esperienza sociale di un bambino sotto i sei anni. È, quindi, quotidianamente che attraverso parole, gesti, atteggiamenti, comportamenti, attraverso le stesse modalità di contenere ed esprimere le emozioni, contribuiamo a definire una particolare cultura dell’infanzia.

Attraverso l’osservazione e l’ascolto, attraverso la capacità negativa, la tolleranza dell’incertezza, l’esercizio del pensiero critico e il contenimento degli agiti, permettiamo ai bambini di generare e coltivare una propria cultura, un proprio ordine delle cose, non soffocato dalla dominante cultura adulta.

Ogni bambino nasce in un determinato ambiente culturale ma una specifica cultura dell’infanzia si ri-genera ogni volta che nasce un nuovo bambino, ogni volta che l’irripetibile esperienza individuale si avvia a ripercorrere con più o meno percettibile scarto le tracce lasciate da un’intera umanità. Così, oggetto della nostra attenzione saranno i processi di formazione di una specifica cultura nel micro-ambiente dei servizi 0-3 anni e di quelli 0-6 anni.

Allo stesso modo indagheremo il valore culturale dell’imprevisto, dello scarto, dell’errore, della manchevolezza, dell’incompletezza, dell’incapacità, dell’incomprensione, del ritardo, insomma, di quegli elementi che definiscono per omissione aspetti non eliminabili della rappresentazione sociale di una comunità infantile.

Infine, come di consueto, nell’ultimo incontro dell’anno confronteremo i frutti del nostro lavoro, i percorsi svolti nei diversi servizi, i contributi derivati dai meccanismi di strutturazione culturale, ovvero la messa in opera di confini e differenziazioni concettuali utilizzati per creare ordine (nel doppio senso di stabilizzazione e comprensibilità) in quella caotica Babele semiotica che è un Nido o una Scuola nel mese di settembre.

L’argomento con il quale abbiamo deciso di aprire questa nuovo anno formativo riguarda un aspetto fondante della relazione umana e della possibilità dello sviluppo culturale: l’allattamento e l’allattamento prolungato.

Si tratta di un argomento la cui discussione è sollecitata dal quotidiano confronto – particolarmente intenso nel periodo degli ambientamenti di bambini e genitori al Nido – con percezioni e comportamenti diversi, rappresentazioni, credenze e fantasie che interagendo tra loro chiedono di essere ordinate in forme significanti condivise e quindi comprensibili.

Oggi vorremmo iniziare a mettere insieme la somma delle descrizioni possibili attraverso cui le micro-comunità culturali componenti la nostra società comprendono e rispecchiano le loro esperienze comuni riguardo la nutrizione al seno, e non, di neonati e bambini.

Vorremmo anche cercare di chiarire come, nella relazione primaria, si creano i presupposti per lo sviluppo della capacità di simbolizzare, capacità su cui si fonda ogni processo di strutturazione dei significati in forme condivise, cioè culturali.