Diapositiva1Claudio Sambusida*. Tradizionalmente, consideriamo l’apprendimento musicale da parte di bambini di ogni fascia d’età come conseguente una vera e propria attività di studio durante la quale il piccolo studente deve confrontarsi con metodi rigidi di assimilazione dei rudimenti e con tediosi percorsi di acquisizione meccanica di tecniche e nozioni, tendendo così a perdere di vista il primitivo significato della musica: la comunicazione.

La musica è un linguaggio emotivo, un mezzo di comunicazione sensoriale prima ancora di poter essere considerato oggetto di studio metodico. Così forse andrebbe vissuto fin dalla tenera età, evitando di ricondurlo a una pura e semplice disciplina di studio. Piuttosto, bisogna promuovere l’educazione alla musica attraverso il concetto di musicalità, laddove per musicalità intendiamo proprio il suo aspetto più introspettivo: la consapevolezza delle sensazioni che una determinata sequenza di note può procurarci (anticipando, perciò, l’apprendimento di melodia e armonia), le differenze uditive che constatiamo ascoltando diverse sezioni di strumenti (dall’ampiezza respiratoria di una sezione di archi all’incedere marziale di una batteria rock).

In questo senso, un avvicinamento più istintivo e primario, partendo dal nostro corpo e dai molteplici suoni che può produrre – ad es: la voce, di per sé è già uno strumento pressoché completo -, consente alla musica di diventare parte di sé e definirsi come parte integrante della personalità di un individuo, e strumento importante per la costruzione della sua identità.

Superando l’ostacolo della tendenza all’indottrinamento attraverso la mera ripetizione di schemi stantii, si può accompagnare il bambino alla scoperta dell’universo musicale in maniera naturale, viscerale.

L’educazione musicale può essere vista come un primo passo verso la metabolizzazione di un linguaggio attraverso l’esperienza – più o meno come l’apprendimento verbale – e verso il raggiungimento di un’autonoma capacità analitica mediante la quale il bimbo esplora e interiorizza il rumore, il suono, ciò che sente e come lo sente.

La musica va dunque intesa come uno strumento espressivo di cui dotare il bambino allo stesso modo in cui lo può diventare per l’adulto musicista ma anche per l’ascoltatore: perché mi piace Vivaldi? Perché oggi preferisco ascoltare Tenco? Per quale motivo, se ho voglia di ballare, suono un brano di disco music degli anni ‘70?

La musica è un ricettacolo di pulsioni e significati, un registro di contenuti, più o meno consci, più o meno standardizzati e convenzionali, attraverso i quali diamo voce al nostro corpo e al nostro pensiero e permettiamo lo scarico delle tensioni accumulate, traduciamo le nostre suggestioni e sfoghiamo i nostri turbamenti. Favoriamo perciò l’espressione di tutte le emozioni e di tutte i nostri impulsi e non solo: la musica è, altresì, un sistema simbolico di condivisione di contenuti e per questo motivo può favorire l’ascolto dell’altro, l’intesa e la traduzione dei messaggi che – talvolta – attraverso le parole non trovano espressione e risoluzione.

Anche all’interno del sistema musicale si rende necessaria una sorta di autoregolamentazione che consenta a chi ne fa uso di non perdersi nell’entropia e, dunque, nella pulsione fine a se stessa: poche, semplici abitudini saranno utili per fare proprio il rispetto dei tempi e dei modi dell’altro, senza dimenticare il beneficio del divertimento e del gioco anche nella piccola schematicità.

Così, proviamo a figurarci un’orchestra esattamente come una comunità d’individui, ognuno simile all’altro – per appartenenza ad un insieme – ed unico – per la specificità del suo essere e del suo compito -, e scopriremo che le ipotesi che permettono una buona organizzazione di un gruppo musicale sono le stesse che ci aiutano quotidianamente nella gestione di qualsiasi rapporto sociale.

* Claudio Sambusida, educatore Spaziopensiero, Nido d’Infanzia Jan Palach, Milano