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Gianfranco Fregonese* e  Stefano Fregonese**

Dal 1998[1] il concetto di umanizzazione entra nella politica sanitaria italiana come uno dei principali obiettivi da raggiungere, quasi a volersi opporre a un’altra parola tristemente più popolare: malasanità. Non è un concetto nuovo, ma in passato faceva riferimento a pratiche acquisite solo in alcuni ambiti della medicina ospedaliera, in un percorso che ha visto le prime avanguardie muoversi fin dagli anni ’70, e che ancora si deve compiere.

L’implicito scopo della medicina è preservare l’umanità dell’individuo di fronte al carattere disumanizzante della malattia, ma abbiamo imparato che non raramente questo principio viene capovolto. Ospedalizzazione protratte, accanimento terapeutico, obiezione di coscienza, iper-tecnologizzazione delle cure, dinamiche di istituzionalizzazione del paziente, diversi fattori contribuiscono a rendere disumana l’esperienza di cura e di sopravvivenza nelle moderne strutture sanitarie.

Umanizzazione significa migliorare le condizioni ambientali in cui si svolge la cura ma, sopra ogni cosa, significa ritrovare il senso della responsabilità per ogni singolo paziente, rispettosi della sua particolare esperienza, sensibilità e bisogno. Dal punto di vista del paziente, l’umanizzazione passa attraverso la crescita culturale e la conoscenza dei propri diritti nell’ambito sanitario, la conoscenza della realtà assistenziale del proprio territorio e la possibilità di contribuire alla realizzazione di azioni concrete di miglioramento continuo della qualità dell’assistenza ospedaliera[2]; ma passa anche attraverso la possibilità di esprimere le proprie paure, le angosce, i fantasmi di malattia e di morte, e di saperli accolti. Nella visione psicoanalitica umanizzare significa affrontare, trasformare e integrare le forme patologiche di funzionamento psichico, individuale e sociale, che contribuiscono a disumanizzare la relazione, ostacolano il rapporto di dipendenza, frenano lo sviluppo e la crescita, interferiscono con il processo di guarigione.

Il riconoscimento dello status umano ad un paziente non è cosa scontata in un contesto, come quello ospedaliero, ove l’umanità mostra tutta la sua fragilità e il suo lato più esposto alla sofferenza fisica e psichica. Per questo motivo in molti Ospedali ci sono psicologi o psicoterapeuti che offrono un aiuto psicologico per affrontare la malattia, il dolore fisico, i cambiamenti che la malattia provoca alla vita dei pazienti, e anche la morte. Psicologi o psicoterapeuti in ospedale contribuiscono a migliorare il contesto di cura, per esempio fornendo supporto psicologico agli operatori che operano in aree particolarmente critiche. Si occupano di formazione e aggiornamento sensibilizzando gli operatori sociosanitari alla relazione psicologica con il paziente e, più in generale, occupandosi della formazione alla comunicazione interpersonale degli operatori  che lavorano a contatto con il pubblico. Anche la personalizzazione delle varie articolazioni del sistema sanitario e, più in generale, la rilevazione della soddisfazione e il miglioramento della qualità, rientrano tra l’insieme di attività che viene riconosciuto e riassunto nel termine Umanizzazione dei reparti ospedalieri.

Umanizzare significa, pertanto, rispettare la persona in tutti i suoi aspetti e le sue esigenze che sono non solo sanitarie ma anche psicologiche, sociali, relazionali, lavorative. Il processo di umanizzazione si concretizza, attraverso un profondo cambiamento di mentalità e attraverso lo sviluppo di una nuova cultura nelle tre aree di intervento individuate: utenti, struttura e personale; si realizza promuovendo una diversa concezione dell’accoglienza, della ospitalità, della comprensione e dell’informazione a livello amministrativo, strutturale e relazionale.

L’integrazione delle forme di funzionamento economico e sociale esterne al contesto ospedaliero e estranee alla natura mutualistica dell’assistenza sanitaria, è sentita, a torto o a ragione, come un’esigenza generale e diffusa. Ma accanto agli investimenti finalizzati al raggiungimento di standard gestionali o di certificazione di qualità organizzativa bisogna rilanciare il concetto psicosocioanalitico dell’istituzione che cura se stessa per poter curare gli individui malati. Quello organizzativo è un aspetto del pensiero umano e non può essere prevalente rispetto al pensiero analitico che riflette l’umana esigenza di creatività, solidarietà, conoscenza e verità.

L’umanizzazione è dunque un’attività particolarmente complessa e delicata, con diversi aspetti complementari strettamente correlati: da quelli amministrativi, tecnici, relazionali che concorrono alla umanizzazione della struttura e del servizio, all’attività di counselling, nei casi in cui è ritenuto necessario (ad es. bambini con patologie chirurgiche, pazienti con gravi patologie invalidanti, traumatizzati, pazienti terminali, ecc.); dai programmi di educazione sanitaria rivolti ai degenti e ai parenti, all’attività di consulenza all’Azienda sugli aspetti relazionali del personale dei vari Reparti e fra i Reparti dell’Ospedale.

Umanizzare è dare continuità alla vita sociale, scolastica, lavorativa del paziente lungodegente, e sensibilizzare il personale ospedaliero. Si persegue un processo di umanizzazione fornendo sostegno psicologico ed educazione relazionale ai parenti di pazienti di età o patologie particolari: ai genitori di neonati e bambini, ai parenti che si occupano di pazienti con malattie invalidanti o che richiedono cure invasive o che portano a mutamenti nello stato psichico generale o nei comportamenti.

Quest’ultimo punto è di sicuro interesse per il nostro signor Parkinson e per chi gli sta vicino. Gli stessi clinici auspicano una maggiore sensibilizzazione del personale sanitario nei confronti del malato di Parkinson, a volte non pienamente compreso nelle sue difficoltà motorie e con cui, ad avanzato stadio della malattia, può diventare difficile comunicare. Sebbene il signor Parkinson non debba necessariamente ricorrere al ricovero ospedaliero ci sono alcuni momenti nell’iter della malattia durante i quali è possibile un ricovero; generalmente, la valutazione diagnostica viene fatta in regime di ricovero, così come altri accertamenti di monitoraggio del decorso della malattia. In questi casi il ricovero avviene in centri o reparti specializzati.

Inoltre il signor Parkinson può essere ospedalizzato per malattie o stati patologici non strettamente legati alla malattia neurologica, ma ad essa connessi (per esempio una frattura da caduta), oppure del tutto indipendenti (un intervento chirurgico). Le peculiarità che presenta il signor Parkinson sono tali per cui sarebbero auspicabili diversi interventi atti non solo a ridurre al minimo le situazioni di rischio, le situazioni in cui si possono verificare eventi lesivi della sua dignità e del suo diritto a ricevere le migliori cure possibili, ma anche a trasformare il contatto tra paziente, parenti e struttura ospedaliera in una occasione di apprendimento reciproco. Spesso dimentichiamo che il curante apprende dal paziente, attraverso la lettura del suo particolare stato, della sua storia clinica ed umana. Medico, paziente e parenti possono costituire una sorta di piccola comunità di apprendimento all’interno della quale sviluppare un nuovo ed originale sapere intorno alla peculiare situazione (relazionale) determinata dall’insorgere della malattia.

Riuscire a vedere la malattia non tanto come mera afflizione di un individuo ma come un fattore di cambiamento e trasformazione delle relazioni tra persone, è un atteggiamento fondamentale nel processo di umanizzazione dell’ospedale, e del rapporto medico/ paziente. Porre al centro della cura la persona, e non la sua malattia, significa non spogliare il paziente dei propri attributi sociali, culturali e affettivi, mantenendo intatta la sua dignità.

* Gianfranco Fregonese, già Dirigente d’Azienda e Partner di F&F Consulting (Consulenza di Direzione e Organizzazione Aziendale), è stato tra i soci fondatori di Altra Impresa, Associazione No Profit di Management e Servizi per l’Associazionismo Sociale, e Vicepresidente de L’Aquilone, Associazione Parkinsoniani Pordenone Onlus.

**  Stefano Fregonese, Psicoterapeuta Psicoanalista dell’infanzia e della famiglia, già docente incaricato di Psicologia della Relazione Educativa, Psicologia Dinamica e Psicopatologia presso la Facoltà di Scienze della Formazione – Università di Piacenza, Consulente e Responsabile del Servizio di Accoglienza e Preparazione Psicologica all’Intervento Chirurgico per Bambini e Genitori presso l’Ospedale dei Bambini Buzzi di Milano dal 2000 al 2010, si occupa di Umanizzazione dei Servizi Ospedalieri.


[1] Il Piano Socio Sanitario Nazionale 1998-2000 e i successivi Piani Socio Sanitari Regionali (PSSR), hanno posto l’umanizzazione del servizio sanitario fra gli obiettivi prioritari da raggiungere. Per esempio nel PSSR del Friuli Venezia Giulia, attualmente in vigore, l’articolo 11 invita a: Sviluppare strategie orientate al miglioramento continuo della qualità, alla medicina basata sulle prove scientifiche (Evidence based medicine), all’applicazione uniforme (pubblico/privato) dei requisiti di accreditamento, all’attenzione alla qualità percepita dal cittadino per garantire appropriatezza, tempestività, accessibilità, umanizzazione e personalizzazione.

[2] Nel PSSR della Regione Lombardia 2003-2005 possiamo leggere: “per raggiungere l’obiettivo centrale della trasformazione in corso – porre la persona al centro del sistema sanitario – occorre realizzare una azione che, partendo da una visione globale dell’individuo, possa essere particolarmente incisiva nell’aiutare ciascuna persona ad agire consapevolmente a difesa – o per il recupero – della propria dignità e salute”.

[Immagine da: Shel Silverstein, L'albero, Nuove Edizioni Romane]