Alp 0-5Molti di noi sono in procinto di partire per le vacanze, alcuni per la montagna; pensando ai genitori con bambini sotto i cinque anni abbiamo rispolverato questo vecchio articolo apparso sulla rivista di cultura alpina Le Alpi Venete di qualche anno fa (autunno-inverno 2001-2002). Buone vacanze e buona lettura.

Stefano Fregonese. Vorrei occuparmi in questo articolo di un particolare aspetto dell’alpinismo che coinvolge i bambini e in particolare i bambini sotto i cinque anni. Camminando e arrampicando in Dolomiti mi sono reso conto che molti genitori si dedicano con passione ad accompagnare in escursioni anche impegnative  bambini molto piccoli. Ciò avviene sia in estate che in inverno.

Nella stagione fredda i maestri di sci ricevono sempre più frequentemente richieste di iniziare allo sci bambini di età tra i tre e i quattro anni. E non è raro vedere sulle piste bambini di questa età seguire pazientemente i propri genitori. Né e raro incontrare bambini ancora più piccoli in appositi zaini porta-bambino sulle spalle di genitori-sciatori. Corrispondentemente in estate sono molti i genitori che intraprendono passeggiate o escursioni portando con appositi marsupi bimbi neonati o, utilizzando l’apposito basto, bambini di età inferiore ai 20/24 mesi.

L’esposizione di neonati o bambini molto piccoli ad un ambiente severo e mutevole per condizioni climatiche o di sicurezza comporta diversi tipi di problemi che variano a seconda dell’età del bambino. Infatti le capacità di adattamento di un neonato ad un clima che può diventare estremo, sono diverse da quelle di un bambino di 4/5 anni. In inverno esporre un neonato o un bambino di pochi mesi, per quanto ben equipaggiato, a temperature inferiori allo zero per tempi prolungati può costituire un pericolo per la sua incolumità e comportare danni fisici anche rilevanti. D’estate, avverse condizioni atmosferiche posso provocare repentine escursioni termiche anche di decine di gradi centigradi e richiedere capacità di adattamento termico superiori a quelle di cui è capace un neonato o un bambino

La severità del clima e dell’ambiente montano richiede inoltre grandi capacità di adattamento psicologico a condizioni avverse, a repentini mutamenti, a improvvisi o prolungate situazioni di stress. In condizioni di vita normale la sopravvivenza dei bambini dipende dalla presenza dei genitori (o di altri adulti). Anche il solo benessere psicofisico dei bambini dipende fino ad età avanzata dalla presenza di genitori o adulti. A maggior ragione condurre un bambino in ambiente montano significa accrescere il suo livello di dipendenza dall’adulto e conseguentemente il bisogno di dedizione da parte dell’adulto. L’accudimento e la soddisfazione dei normali bisogni psico-fisici – sonno, nutrimento, riposo, protezione etc. – di un bambino in ambiente alpino richiede particolare attenzione e capacità organizzative, e può comunque diventare problematico a causa di un banale ritardo, di un improvviso temporale, o di mancanza di corrette informazioni sulle condizioni del percorso, sulle date di apertura di un rifugio o sugli orari di una seggiovia, etc.

Altri ostacoli a volte si frappongono alla possibilità di vivere una esperienza positiva in montagna con i propri bambini. Si tratta di ostacoli psicologici che per essere rimossi richiedono una certa attenzione e capacità introspettiva. Si tratta infatti di individuare le motivazioni che spingono ad intraprendere una escursione in ambiente montano con bambini piccoli. Tali motivazioni possono agire come veri e propri assunti di base che minano il compito primario di un genitore (o di un adulto) in qualunque ambiente si trovi, ovvero essere fisicamente mentalmente ed emotivamente vicino al bambino che in quel momento da lui dipende.

Il primo assunto di base è quello che potremmo alpinisticamente definire la conquista della cima.

Il secondo è l’educazione alla montagna. Un giorno di qualche anno fa di ritorno da una veloce ma piacevole arrampicata sulla torre Wundt incrociai un padre che procedeva faticosamente sul sentiero che porta al Rifugio Fonda-Savio. Erano da poco passate le 13.00 e in quella splendida giornata di fine luglio il sole ‘picchiava’ inclemente. In un marsupio, sul ventre dell’uomo, un neonato di meno di quattro settimane, era assopito. Il capo del bimbo era scoperto, esposto ai violenti raggi di sole. La madre del bambino arrancava un centinaio di metri più in basso. Mi fermai e cercai cortesemente di richiamare l’attenzione del padre sulla realtà in cui si trovava. Il rifugio benchè all’orizzonte sarebbe costato al bimbo più di mezz’ora di canicola;  chiesi se mancava molto al parcheggio e indirettamente seppi che era più di un’ora (!) che genitori e figlio procedevano in quelle condizioni. Il mio compagno anch’egli da poco padre fu meno clemente con qull’avventato genitore e lo redarguì aspramente.  Il genitore dapprima cercò rimedio estrendo dalla tasca una cuffietta di cotone per il bambino poi, accettando le nostre osservazioni, convenne che il Rifugio non era una meta necessaria. Ritornò sui sui passi. L’aspro richiamo del mio compagno, e gli argomenti che io cercai di portare in modo più pacato, lo fece distogliere da uno stato mentale dominato dall’assunto di base della conquista della cima e lo riportò in contatto con la sua funzione primaria di genitore preoccupato di proteggere il proprio bambino.

Si tratta di un caso a suo modo estremo ma possiamo vedere in azione analogo meccanismo mentale in noi stessi quando insistiamo con nostro figlio affinchè non molli proprio ‘a due passi dalla cima’, e magari prendiamo per capriccio il suo tentativo di richiamarci alla realtà: è stanco, ha sete, gli fanno male i piedi, il rifugio da raggiungere non è la sua meta, ma la nostra.

Il secondo assunto di base riguarda l’educazione alla montagna, sia nella versione eroico-persecutoria che prende voce nel fatidico bisogna che si abituino fin da bambini alla fatica, alle privazioni, ai disagi etc. sia nella versione intellettual-idealizzante che prende forma in interminabili lezioni di botanica, zoologia, meteorologia, toponomastica, nivologia etc. etc. L’idea è che si va in montagna con uno scopo altro. Altro da quello già estremamente impegnativo e remunerativo di seguire il proprio bambino alla scoperta di un nuovo ambiente ove egli può mettere in gioco le proprie competenze e capacità in modo diverso e creativo rispetto alla vita ‘normale’ condotta in ambienti più coartanti e condizionanti.  Questa possibilità trova la massima espressione dai tre ai cinque anni. A quell’età il bambino raggiunge una eccelente armonia dello sviluppo psicomotorio che lo mette nelle condizioni di godere del proprio corpo in sintonia con i propri desideri di conoscenza e con l’intraprendenza indotta dalla naturale curiosità. In condizioni di fiducia e sicurezza, un bambino di quattro anni è in grado di affrontare in arrampicata libera difficoltà fino al 5° grado divertendosi. Il primo movimento spontaneo extrauterino di un neonato delicatamente adagiato sul ventre materno coinvolge i quattro arti ed è il movimento armonico della arrampicata. Fino ai quattro anni i bambini conservano una reminiscenza molto viva del periodo perinatale. Accostate un bambino ad una parete rocciosa ed egli tenderà a salire, come il neonato adagiato sulla pancia della mamma tenderà a raggiungere il seno che rappresenta per lui la sopravvivenza e il desiderio.

Piccole cime per piccoli alpinisti

Recentemente sono uscite in libreria alcune pubblicazioni dedicate all’escursionismo ‘familiare’. Vere e proprie guide che indicano particolari percorsi affrontabili anche con bambini. Si tratta di guide molto accurate che nella valutazione della difficoltà e dei tempi di percorrenza tengono conto delle possibilità degli alpinisti più giovani. Sebbene la tentazione di proporre delle vie o delle cime accessibili anche a bambini zerocinque sia grande non è questo lo scopo del mio scritto. C’è un altro motivo che mi spinge a non proporre itinerari alpinistici per bambini zerocinque: se nella valutazione di una via (per adulti) c’è sempre un certo margine di soggettività, nel caso dei bambini questo margine si amplia notevolmente. Un bambino di quattro anni è in grado di affrontare le 2 scalette della normale al Sass di Stria con la facilità con cui è solito arrampicarsi sui giochi di un qualsiasi parco cittadino. Ma lo stesso bambino si troverà in grandi difficoltà a scendere gli alti gradini di pietra resi scivolosi dalla pioggia del sentiero della Val Rossa che scende dal Giogo Lungo in Val Aurina; eppure si tratta di uno dei sentieri meglio tenuti che abbia percorso quest’anno! Io penso che sia opportuno che ciascun genitore si prenda le proprie responsabilità. Esiste una prassi che dovrebbe diventare un obbligo per il genitore che intende dedicarsi insieme al figlio all’alpinismo zerocinqueanni: la ricognizione del percorso.

Durante la ricognizione il genitore percorre la via avendo in mente il proprio bambino, la sua agilità, le sue dimensioni, le sue paure, etc. Inoltre egli cercherà di immaginare se per un certo passaggio sarà necessario assicurare il bambino, se c’è la possibilità di assisterlo standogli appresso, se l’esposizione al pericolo è maggiore della soddisfazione che egli potrà ricavare da quella salita.  E l’avventura? La ricognizione è prassi usuale di ogni alpinista che si accinga ad una prima. Le descrizioni delle ricognizioni e dei primi tentativi effettuati da grandi alpinisti – da Comici ad ArmandoAste, da Livanos a Tissi – insegnano molto più delle descrizioni della salita in cui prevalgono il sentimento eroico, una certa rettorica, etc. Infatti vi si può comprendere quali fattori venivano ritenuti importanti per la valutazione della difficoltà che si sarebbe incontrata durante la scalata. Affrontare un escursione o una arrampicata, per quanto facile, con un bambino sotto i cinque anni deve tener conto degli stessi criteri di valutazione impiegati per l’alpinismo classico: l’esposizione della montagna, la lunghezza della via, il fattore meteorologico, la presenza di vie di fuga,  il tipo di ambiente, di isolamento, etc. Alcuni di questi dati vengono riportati nelle descrizioni delle guide altri no. La ricognizione serve a reperire questi dati e l’effetto che ne scaturirà sarà senzaltro positivo: il bambino si affida all’adulto quanto più lo sente sicuro. La sicurezza dell’adulto è accresciuta dall’esperienza diretta. Anche poter rispondere con sicurezza alla fatidica domanda: ‘quanto manca?’, aiuta a rendere più saldo il rapporto adulto/bambino su cui si basa il successo o l’insuccesso dell’escursione o della arrampicata  zerocinqueanni.

Un’escursione nell’immaginario

Durante un’interminabile salita sotto la pioggia alla Vedrette di Ries, con un gruppo che comprendeva cinque bambini di cui tre zerocinqueanni, Alessia (7 anni) mi fece notare che le due domande più frequenti poste dai bambini agli adulti erano: ‘quanto manca?’ e ‘mi racconti una storia?’. Ma la cosa più sorprendente fu la spiegazione che mi diede Matteo (4 anni) dopo quasi 1000m di dislivello e 4 ore di cammino: voleva sapere quanto mancava al rifugio non tanto perché non ne poteva più ma perchè non era sicuro che ci fosse strada e tempo sufficiente per ascoltare la conclusione della storia che stavo raccontando!

L’escursione in montagna può diventare la metafora dell’escursione nell’immaginario e viceversa.  Le storie che racconto durante le camminate contengono sempre elementi di realtà. Il gioco che diverte di più i bambini è camminare sul crinale tra fantasia e realtà. Un giorno, risalendo il versante nord del Settsass, sentii il fischio di una marmotta e poiché stavo raccontando ai bambini una storia ambientata in montagna inserii nella narrazione la comparsa di questo animale che veniva individuato dal protagonista grazie al tipico richiamo. Poco dopo (nella realtà) si sentii un altro fischio e i bambini lo riconobbero immediatamente come il richiamo della marmotta; si misero a scrutare il costone e, da soli, individuarono la marmotta in un crescendo di curiosità ed eccitazione. Quella sera, prima di addormentarsi, mia figlia mi confidò che era stata una giornata felice e fortunata perché papà aveva raccontato una bella storia e perché lei aveva conosciuto le marmotte.

La specie umana è nomade, afferma Bruce Chatwin in The Songlines, e cita gli studi di John Bowlby che dimostrano come il bambino, in braccio alla madre che cammina, plachi le sue angosce primitive. Il movimento rassicura il bambino, mentre essere lasciato solo, fermo e disteso lo mette in contatto con l’angoscia ancestrale di essere una potenziale preda di un predatore esterno o interno. La costante presenza di predatori indusse l’uomo primitivo a cercare nel movimento la difesa più efficace. La costante presenza di fantasie inconsce violente induce il bambino a verificare la presenza dell’oggetto materno che gli assicura la sopravvivenza e dell’oggetto paterno che mette un limite alla loro violenza. Il contatto fisico con il genitore rassicura il bambino che sarà difeso contro i pericoli – interni ed esterni, reali e immaginari – e anche il contatto sonoro con la voce del genitore svolge un’analoga funzione. Al di là dell’ambiente in cui ci si trova, o di ciò di cui si parla, camminare tenendo per mano il bambino, raccontadogli una storia, porta lontano.

Il crinale tra Identificazione Proiettiva e Identificazione Introiettiva

Qualunque sia la motivazione del genitore nel condurre con se un bambino zerocinqueanni questa scelta deve tener conto della motivazione del bambino. La motivazione del bambino è generalmente strettamente imbricata con la relazione che egli ha con il padre o la madre. Sottostanti i processi motivazionali che consentono al bambino zerocinque di affrontare escursioni e arrampicate ci sono i meccanismi di identificazione che regolano la relazione tra bambino e genitore. Come abbiamo detto si tratta di una relazione in cui in condizioni di normalità il bambino è dipendente dall’adulto. Ma mentre le condizioni esterne, la severità dell’ambiente alpino, accrescono il grado di dipendenza ci possono essere condizioni interne che tendono a diminuire (almeno in fantasia) la dipendenza del bambino dall’adulto.

Il bambino tende ad identificarsi con l’adulto. Sappiamo anche che l’immagine che il bambino si fa dell’adulto non corrisponde esattamente alla realtà. Un papà che scala le montagne viene idealizzato dal bambino. Potremmo dire che il bambino colora l’immagine del padre alpinista con i colori dell’onnipotenza di cui la sua fantasia dispone ad abundantia. Il bambino tende poi ad identificarsi con l’immagine di papà che in questo modo si è costruito nella propria mente. È facile vedere oscillare un bambino tra l’eccessiva paura (ma sarà poi eccessiva?) e l’imprudenza più avventata, tra lo scoramento e l’entusiasmo, tra la disperazione e l’eccitazione. Come sempre, anche in montagna, il genitore è lì accanto al suo bambino per aiutarlo a tenere l’appiglio con la realtà.  La realtà è che quando si intraprende una camminata se non si dosano le forze non si arriva alla meta. La realtà è che quando si arrampica si può cadere e se si cade ci si può far male o morire.

Ricordo un bambino di sette anni che anni fa seguii in terapia. Il padre – free climber – mi descriveva le incredibili abilità del bambino nel seguirlo su vie ‘da adrenalina’ come se nulla fosse. Il bambino era molto eccitato ma non si può dire che si divertisse. Era piuttosto freddo e sbrigativo una volta compiuta l’ascensione. Né manifestava alcun tipo di paura. Nei colloqui con i genitori ci occupammo di questa freddezza, di questa mancanza di emozioni e indagammo l’ipotesi che per tener lontana la paura il bambino tenesse lontane anche altre emozioni positive. Per contro il materiale che il bambino portava in seduta era molto angosciante, parlava di un bambino che veniva lasciato cadere e moriva. Questo bambino arrampicava come se avesse preso il posto del padre (in identificazione proiettiva con un padre idealizzato, per usare termini tecnici) che aveva nella propria mente: un padre onnipotente con lo sguardo impavido diretto alla cima della montagna, ma al tempo stesso poco attento al piccolo bambino impaurito e impotente che aveva ai propri piedi.

Spesso siamo proprio noi genitori a sostenere questo tipo di identificazione, a volte consapevolmente a volte no. Certo ci sorprendiamo quando all’improvviso ci ritroviamo magari a pochi metri dalla meta ad avere a che fare non più con dei Piccoli Alpini, ma con dei bambini piagnucolanti che non ne vogliono più sapere di andare avanti, che all’improvviso hanno i piedi doloranti, la pancia che fa male, fame, freddo, sete  e sonno tutto insieme. Un padre mi raccontò che  durante una escursione disse al figlio che si lamentava, che gli alpini non si lamentano, stringono i denti. Mentre dormiva in rifugio il bambino ebbe un attacco di bruxismo notturno e digrignò i denti tutta la notte!

Diversamente saper ascoltare e aiutare il bambino in difficoltà, essergli vicino quando la stanchezza o le avverse condizioni lo fanno soffrire o gli fanno temere di non farcela, sostenere le sue capacità di sapersela cavare anche in passaggi difficili, garantirgli di poter affrontare difficoltà sostenute in sicurezza e protezione consente al bambino di introiettare un oggetto materno o paterno forte e sicuro, di mettere dentro quella voce che sostiene nei momenti di crisi, nell’arrampicata e nella vita. Il bambino farà suo il gesto e la voce che aiuta e sostiene e sarà in grado di identificarsi con questa figura protettiva anche nei confronti altrui.

Il Principio del Piacere e la fine del Senso di Realtà

Andare in montagna praticando l’alpinismo a qualsiasi livello costituisce un piacere sotto molti aspetti. Nondimeno deve esserlo quando ci si accompagna a bambini piccoli. Se viene meno il piacere vuol dire che abbiamo smarrito il senso di realtà. Le regole che dobbiamo adottare sono sorprendentemente le stesse cui facciamo riferimento quando siamo tra adulti. La via o l’itinerario vanno tarati sulle capacità del compagno di cordata meno forte. La conoscenza del percorso è un fattore importante anche per il bambino. Non si deve dimenticare di dire al bambino che una volta arrivati in cima, o al rifugio o alla forcella, bisogna tornare a casa: ‘Ma tu mi avevi detto che bisognava arrivare al rifugio, non che bisognava anche tornare indietro’ protestò mia figlia in prossimità del rifugio Averau. Aveva ragione, ce l’aveva messa tutta per raggiungere la meta, e non si aspettava che fosse solo la metà del percorso. Per fortuna papà aveva previsto la discesa in seggiovia!

Abbiamo visto che gli errori più frequenti degli adulti sono quelli di lasciarsi attrarre da obiettivi che poco hanno a che fare con la realtà del bambino. Il bambino comunica a trecentosessantagradi il suo disagio utilizzando tutto ciò che ha a disposizione, la voce, il corpo… Va bene portare nello zaino una confezione di Tachipirina ma poi chiediamoci se questa febbre improvvisa non abbia a che fare con la paura di non farcela oltre che con la stanchezza, con il desiderio di essere al sicuro  a casa propria, oltre che con il freddo patito, con il fatto di essere stato esposto ad un impegno più grande di lui oltre che con un principio di influenza.

Abbiamo anche visto che l’adulto ha due alleati preziosi, la capacità del bambino di identificarsi con gli aspetti positivi del genitore, con la sua forza la sua caparbietà con l’entusiasmo per il raggiungimento della meta (oltrechè con gli aspetti un po’ più onnipotenti) e la grande capacità di utilizzare la dimensione immaginaria per sostenere il confronto con la realtà, con una realtà spesso affascinante come un tramonto dolomitico, ma difficile come una arrampicata su roccia friabile. Sta a noi adulti non abusare della disponibilità del bambino a seguirci anche in ambienti ostili o difficili. Sta a noi non tradire la sua naturale fiducia in un adulto che sa comprendere le sue necessità e le sue difficoltà, prevederle ed affrontarle.

Fortunatamente ci sono sempre più Rifugi, anche d’alta quota, che si possono considerare family friendly. Oltretutto moltissimi rifugi sono gestiti da giovani coppie con bambini. Questo aiuta molto. Il fatto di trovare altri bambini a 2500/3000m  è una gradita sorpresa per i nostri figli. Anche il menù dei rifugi è generalmente apprezzato. Inoltre in rifugio non si fuma, non c’è la televisione e si va a letto presto! Ma se il bambino è a disagio, se non apprezza l’ambiente in cui si trova, se non esprime curiosità, se si ritira in atteggiamento ostile e ostinato, se si lamenta, se dà segno di non farcela, se piange, se vuole tornare a casa o se non vuole più camminare allora abbiamo sbagliato qualcosa. Abbiamo preparato male l’escursione, scelto male l’itinerario, calcolato male le distanze, o semplicemente sbagliato giorno. All’orizzonte c’è qualche nuvola nera, per fare il primo tratto abbiamo impiegato troppo tempo, non siamo sicuri sulle esatte caratteristiche del percorso che ci aspetta: torniamo indietro, rinunciamo, portiamo i bambini ai giochi a fondo valle. Andiamo in un prato a raccogliere i fiori, quelli che si possono raccogliere, quelli che fanno tornare il sorriso sul volto dei bambini.