WP_003253Stefano Fregonese. Riprendo in questo scritto un discorso iniziato alcuni anni fa sul significato dell’uso dell’immagine fotografica nel lavoro con i genitori in ambito educativo. Come allora, vorrei affrontare l’argomento parlando del rapporto del bambino con la sua immagine e del rapporto tra immagine interna e immagine esterna del bambino.

Stabilito che fotografare i bambini al Nido non ha un mero valore documentale, dobbiamo chiederci cos’altro implica prendere l’immagine di un bambino e conservarla, restituirla, pubblicarla, comunque esporla.

Nel momento stesso in cui noi trattiamo l’immagine di un bambino come un oggetto, passibile di diventare merce di scambio, sicuramente emotivo ma, ahimè, in alcuni casi anche economico, non possiamo non interrogarci su quale sia il destino del bambino in quanto soggetto.

Il concepimento mentale installa il bambino nell’inconscio della madre, la quale da quel momento inizia a maturare la funzione psichica di contenimento. Nel bambino ancora in utero, i prodromi della soggettività appaiono nella sentienza del me percipiente distinto dal non-me, la percezione stessa che si definisce come oggetto mentale.

Durante il periodo perinatale il sé corporeo del bambino va costruendosi come assemblaggio di parti, oggetti parziali legati a specifiche funzioni. L’immagine corporea del bambino però si costituisce anche in funzione della capacità di contenimento materno la quale si esplica nella composizione dell’immagine immaginata del bambino con l’immagine percepita. Dice una mamma alla fine del racconto del faticoso e doloroso parto: “Ho riconosciuto la bambina appena nata: nei sogni durante la gravidanza era bruna e scura e l’immagine è coincisa con la realtà”.

WP_003254 2Il problema dell’auto-riconoscimento si pone dunque nel bambino come un traguardo del processo composizione del sé prima e di differenziazione tra sé e l’oggetto materno; quest’ultimo, a sua volta, è sottoposto allo stesso lavoro di ricomposizione da insieme di oggetti parziali in oggetto unico ambivalente.

Lacan[1] individua nello stadio dello specchio, il processo di composizione dell’immagine di sé, forma della propria unità corporea e mentale: la costituzione del senso d’identità individuale, passa attraverso la capacità di comprendere che la figura nello specchio è il riflesso di sé.

Winnicott[2] sostiene che il bambino allo specchio riconosce prima l’immagine riflessa della madre e solo in seguito l’immagine del bambino in braccio alla madre come immagine di sé. Secondo Winnicott, lo stadio dello specchio presuppone un’esperienza precedente in cui il bambino si è visto rispecchiato dallo sguardo materno. “Che cosa vede il lattante quando guarda il viso della madre? Secondo me [...] vede sé stesso. In altre parole la madre guarda il bambino e ciò che essa appare è in rapporto con ciò che essa scorge”.

Britton[3] individua nell’acquisizione della terza posizione la possibilità del bambino di pensarsi da un altro punto di vista senza rinunciare al proprio, posizionandosi in uno spazio tridimensionale. Stabilita questa terza posizione il bambino può immaginare di essere osservato. Può, quindi, contemplare l’esistenza di un’immagine di sé diversa dal proprio sé.

L’immagina acquisisce allora una valenza simbolica, ossia diventa la presenza di un’assenza.

Il bambino guarda con intensità e stupore l’immagine di sé appena catturata dalla fotocamera e riconosce in essa qualcosa che è ma anche qualcosa che non è più. Al tempo stesso attraverso il confronto con l’immagine esterna egli aggiorna l’immagine interna di sé.

Gisela Pankow[4] ricorda l’importanza per il bambino di potersi separare da ciò che è stato. L’interruzione di questo processo è alla base di certe regressioni tipiche, per esempio alla nascita di un fratellino, che alla lunga denunciano l’impossibilità di uccidere simbolicamente il bambino piccolo che egli non è più, e di crescere. Pankow sostiene che se qualcosa si blocca a livello delle funzioni dell’immagine del corpo, anche il processo di simbolizzazione è danneggiato.

Il rapporto che il bambino ha con l’immagine esterna di sé, fermata nell’immagine fotografica può dirci qualcosa sullo sviluppo dell’immagine interna di sé del bambino e quindi anche sull’andamento del processo di simbolizzazione.

Egualmente il rapporto che i genitori hanno con l’immagine esterna del bambino, fermata nell’immagine fotografica, può dirci qualcosa sullo sviluppo dell’immagine del bambino nella mente dei genitori e quindi anche sull’andamento del processo di triangolazione edipica.

Usando le immagini del bambino durante il colloquio con i genitori, ci accingiamo a un’operazione delicata e complessa insieme. Lo scopo non è offrire ai genitori ulteriori immagini fotografiche del proprio bambino; ogni bambino è circondato da una ridondanza di immagini di sé. E i genitori accumulano così tante immagini del proprio bambino ripreso in mille circostanze da non serbarne una realmente significativa. Vogliamo invece offrire al genitore la possibilità di pensare attorno a un’immagine del proprio bambino rendendola così significativa da essere in grado di aggiornare l’immagine interna che loro hanno di lui.

È l’immagine del proprio bambino che il genitore serba dentro di sé quella in cui il bambino si riflette e che gli restituisce il senso della propria identità individuale. A sua volta, l’immagine fotografica permette di evocare il succedersi delle identità che si sono depositate a strati nella storia dell’individuo, consentendogli l’accesso al significato della propria storia.


[1] J. Lacan, (1936) Lo stadio dello specchio come formatore della funzione dell’io, in J. Lacan, Scritti, pp. 87-94, Einaudi, 1974

[2] Donald Winnicott, (1967) Gioco e realtà, Armando 1974

[3] Ronald Britton, (2000) Credenza e immaginazione, Borla 2006

[4] Gisela Pankow, (1969) L’uomo e la sua psicosi, Feltrinelli 1977