mamma che piangeSi è tenuto venerdì 17 gennaio 2014 in via Nirone 15 presso l’Università Cattolica di Milano il Convegno “Evitare i rischi e potenziare le competenze genitoriali pre e post partum”, durante il quale sono stati presentati i risultati conseguiti nei due anni di attuazione del Progetto Slalom.

Il progetto ha avuto un positivo impatto su Spaziopensiero, partner di Slalom sin dalla sua ideazione. Le operatrici di Spaziopensiero hanno partecipato alla conduzione degli interventi di home visiting a sostegno delle neomamme – segnalate dal Sert 2 ASL Milano, dal Cps dell’Ospedale S.Paolo e dalla Clinica Mangiagalli – mettendo a disposizione specifiche competenze.

L’equipe di Spaziopensiero impegnata nel Progetto – Fregonese, Rampani, Maspero, Scotti, Grignani, Frassi – vanta una lunga esperienza di lavoro sia in ambito educativo, sia in ambito clinico, sia in quello ospedaliero; pensiamo, in particolare, al lavoro prestato in passato presso il reparto di patologia neonatale dell’Ospedale dei Bambini Buzzi di Milano, alle osservazioni di neonati prematuri condotte in reparto e completate a casa dei bambini una volta dimessi, e al lavoro di sostegno ai genitori.

Per molti versi Slalom ha permesso di estendere quel tipo di esperienza e di utilizzare molte delle conoscenze in essa acquisite. Ha inoltre consentito di coniugare le conoscenze cliniche con le pratiche educative sperimentate presso il Centro Prima Infanzia di via Spaventa e in PICCOLI&grandi, il Nido d’Infanzia di Spaziopensiero dove accogliamo mamme e bambini in situazioni di rischio psicologico e sociale, già ospitate in comunità o in situazioni di residenzialità sociale facilitata o protetta, e favoriamo la loro integrazione nel gruppo di famiglie del quartiere.

C’è, inoltre, una competenza maturata nel nostro servizio di psicoterapia psicoanalitica – Spazioclinico – che si è andata nel tempo focalizzando sul disagio perinatale. Se un tempo, la gravidanza era motivo d’interruzione del trattamento psicoterapeutico psicoanalitico, da alcuni anni è una ragione per intraprenderlo. Registriamo, infatti, un aumento della domanda di consultazione e trattamento da parte di donne in gravidanza; non certo per una patologizzazione di un evento naturale ma per una maggiore consapevolezza della fisiologica fragilità dell’io durante la gravidanza e il periodo perinatale.

Due i contributi portati al Convegno dall’équipe di Spaziopensiero. Nella tavola rotonda coordinata dalla drs Alessandra KUSTERMANN, (Direttrice dell’Unità Operativa complessa Pronto Soccorso Ostetrico Ginecologico della Clinica Mangiagalli, Fondazione IRCCS Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico, Milano) Stefano Fregonese ha avuto modo di segnalare i problemi riscontrati nello svolgimento del progetto, declinati negli aspetti spaziali e temporali.

La dimensione temporale ha rappresentato un elemento di criticità per questo progetto sotto almeno due aspetti. Quando si progetta, si ha sempre una visione binoculare: da un lato si prospetta un lavoro che vada a compiersi in un periodo limitato, dall’altro si gettano le basi per garantire la continuità di un intervento anche oltre i limiti temporali imposti dal committente, dal bando o dai finanziamenti raccolti. Inizialmente, la durata del progetto prevista era di tre anni; in seguito il tempo è stato dimezzato: 18 mesi. Ciò ha avuto una ricaduta importante ed è alla base della difficoltà a completare le azioni riguardanti l’accoglienza dei genitori nello spazio mamma-bambino e nei gruppi di parola: semplicemente, non c’è stato il tempo. Però, tutto fa pensare che siano azioni determinanti per il raggiungimento degli scopi del progetto in una prospettiva temporale più estesa, qualora il progetto sia finanziato non come progetto sperimentale ma come innovativo servizio strutturato.

L’altro aspetto, per il quale il tempo rappresenta una criticità, riguarda in particolare l’azione di home visiting: si tratta di trovare insieme ai genitori il senso di un reciproco ingaggio limitato nel tempo; l’essenza stessa dell’intervento in qualche modo ha a che fare con il processo di separazione, con la corretta gestione dell’angoscia di separazione il cui presupposto è una buona accoglienza del bambino nella mente del genitore e un buon attaccamento. Il problema è sostenere l’idea che valga la pena fare un pezzo di strada insieme, genitore ed educatrice, pur sapendo che non durerà per sempre; anzi, che l’aiuto verrà meno nel momento in cui il genitore avrà raggiunto la consapevolezza della sua necessità e sarà stato in grado di riconoscerne il valore.

La dimensione spaziale è un secondo elemento di criticità per un progetto che si propone di intervenire sia nella dimensione interna dell’individuo attraverso la presa in carico psicoterapeutica, sia nella dimensione del mondo esterno abitato da madri, padri e bambini. Nell’home visiting questa doppia dimensione si ripropone. Le tre educatrici di Spaziopensiero che hanno condotto gli interventi a domicilio hanno portato in supervisione come problematica ineludibile del loro lavoro il doversi muovere sul crinale tra intervento educativo e gestione delle emozioni e delle fantasie inconsce correlate: l’inevitabile contatto con l’intimità psichica delle mamme e dei loro bambini, sollecita la necessità di equipaggiarsi con strumenti adatti, al fine di utiizzare la consapevolezza di ciò che accade nel mondo interno per intervenire con scrupolo e attenzione nel mondo esterno: nella realtà quotidiana in cui si sviluppa la relazione madre-bambino e la relazione educatrice-famiglia. Il metodo dell’osservazione psicoanalitica partecipata applicato a questo specifico contesto ha permesso di acquisire tali strumenti.

Di ciò è stata testimone Alessandra Scotti che nella seconda parte del Convegno ha presentato un caso di home visiting tra quelli da lei seguiti riscuotendo particolare attenzione e interesse tra il pubblico presente.

Il lavoro di Alessandra Scotti ha ben illustrato la particolarità dell’intervento nel muoversi a cavallo delle due dimensioni – interna ed esterna –; di cui si compone la realtà individuale e in cui s’intrecciano le relazioni oggettuali e famigliari. Inevitabilmente, in tale contesto, si pone all’educatrice/osservatrice il problema della riservatezza e del trattamento di informazioni e conoscenze riguardanti aspetti estremamente intimi della vita della coppia madre bambino e dei genitori, conoscenze che sollecitano la deontologia e inducono dilemmi etici nella gestione di quello che potremmo definire il segreto che tutela, differenziandolo dal segreto che tradisce.

Questo tema è particolarmente importante quando si lavora all’interno di un’istituzione, di una équipe o, come nel caso di Slalom, in équipe in cui confluiscono professionisti appartenenti a servizi diversi. Le difficoltà iniziali a mettere in rete saperi e prassi riconducibili a modelli teorici e a configurazioni organizzative diverse si è trasformato in una ricchezza del Progetto. Pubblico e privato sociale hanno dimostrato di poter collaborare felicemente.

Non è un evento nuovo per Spaziopensiero che ha lavorato in passato e tutt’oggi lavora in rete con diversi enti pubblici e privati. Se, spesso, ci si confronta con reti non propriamente tali – giacché non si può chiamare rete una collaborazione strutturata su un’organizzazione bidimensionale, orizzontale o verticale che sia -, in questo progetto, invece, si sono impostati diversi livelli di collaborazione in cui sono rappresentati tutti gli enti coinvolti. Essendo sempre garantita la pluralità delle rappresentanze, se un problema incontra difficoltà a essere risolto, per esempio a livello operativo, può essere accolto e affrontato a livello del comitato di pilotaggio, o viceversa. La rete si è dimostrata davvero tale poiché le diverse istanze sono state sempre rappresentate nei differenti livelli per i diversi aspetti in cui si sono manifestate. In altri progetti la struttura gerarchica non permette ciò: spesso, per esempio, l’ente pubblico gestisce il livello strategico, condivide qualcosa a livello decisionale, delega il livello operativo al privato sociale. Nella rete Slalom gli hub, i nodi della rete, non sono stati meri recettori e diffusori d’informazione, connettori organizzativi; sono stati e sono contenitori in senso psicoanalitico, in senso bioniano: sono luoghi deputati al contenimento e alla elaborazione di emozioni, di angoscia e aggressività.

In questo modo hanno funzionato il comitato di pilotaggio e l’équipe operativa di progetto, ma anche i seminari di supervisione e le équipe interne ad ogni servizio.

Un’ultima parola va spesa riguardo il nome di questo progetto: Slalom. Credo che nel titolarlo così si sia inizialmente pensato allo slalom tra le difficoltà interne ed esterne che una madre deve affrontare nella costruzione della propria genitorialità, allo slalom inconsapevole che il bambino intraprende, fin dal parto, tra i rischi che si frappongono alla buona crescita e nella costruzione della relazione con i propri oggetti. Oltre a ciò questo progetto ha evidenziato anche lo slalom che un soggetto si trova a fare tra le istituzioni: sert, cps, carcere, polizia, ospedale, scuola, tribunale, cpi, servizi sociali. Se è concessa la metafora, questo progetto ha tracciato un percorso che permette alle persone che lo attraversano, – madri, padri, bambini – di entrare in contatto con le istituzioni senza ‘caderci dentro’: come un provetto sciatore che ‘tocca’ le porte ma non le travolge, pena la squalifica, ma nemmeno le evita pena la sconfitta.