il bambino nella mente 3

La relazione tra contenitore e contenuto (Claudia Maspero)

L?identificazione proiettiva ? per Melanie Klein un meccanismo di difesa dall?angoscia molto primitivo quanto efficace. Bion sostiene la posizione di Melanie Klein descrivendo un bambino che nasce con un apparato mentale talmente primitivo da doversi appoggiare a quello materno proprio attraverso l?identificazione proiettiva. Secondo Bion[9] il neonato utilizza l?apparato mentale della madre per processare stati di angoscia per lui insostenibili, proiettando tale angoscia nella madre, proiettando in lei il senso di disperazione, di annichilimento e di morte. La madre attivandosi per processare questi stati mentali, al fine di non esserne sopraffatta, svolge tale funzione anche per il bambino al quale restituisce in forma elaborata, e quindi depotenziata, l?angoscia primaria. Descrivendo tale processo Bion ha individuato il carattere comunicativo dell?identificazione proiettiva che da meccanismo meramente difensivo, utilizzato dal soggetto che evacua nell?oggetto aspetti emotivi spiacevoli, diventa un meccanismo comunicativo pre-simbolico, grazie al quale le emozioni possono essere comunicate senza essere verbalizzate.

Tale concettualizzazione ha permesso di descrivere un neonato pi? attivo e competente di quanto non fosse ritenuto precedentemente; un neonato dotato di una sofisticata vita mentale, percettiva ed emotiva, soprattutto un neonato ?in relazione? fin dalla nascita e anche da prima.

La qualit? della risposta della madre alle proiezioni del bambino rende il processo d?identificazione proiettiva del bambino normale, ma pu? anche rendere la relazione mamma-bambino problematica nel caso qualcosa non funzioni; quando le cose vanno bene, le parti del s? del bambino proiettate nella madre sono contenute, bonificate della loro carica aggressiva e dotate di senso; successivamente, le proiezioni bonificate sono introiettate nuovamente dal bambino che sar? in grado di tollerarle.

In tal modo, il bambino sviluppa sia la capacit? di costruire legami, in termini kleiniani relazioni oggettuali, sia quella di apprendere dall?esperienza. Inoltre, il bambino interiorizza la capacit? contenitiva della madre e questa capacit? interiorizzata va a costituire l?apparato intrapsichico da cui in seguito scaturir? la sua capacit? di pensare.

In altre parole, attraverso l?identificazione proiettiva, un oggetto cattivo interno ? collocato nell?oggetto/contenitore, l? contenuto e trasformato, ovvero bonificato delle sue qualit? distruttive; attraverso l?identificazione introiettiva, l?oggetto bonificato ? poi introiettato di nuovo dal soggetto come oggetto buono interno. Il processo, nel suo insieme, ? interiorizzato dal soggetto, che acquisisce cos? la capacit? di pensare.

Se la madre/contenitore, non ? in grado di ricevere le proiezioni del bambino l?intensit? dell?angoscia del bambino cresce e l?identificazione proiettiva diventa eccessiva. Pu? anche accadere che la madre/contenitore, sia capace di ricevere le proiezioni del bambino, ma non sia in grado di contenerle, ovvero di operare in modo trasformativo su di esse. Se ci? accade, attraverso la successiva identificazione introiettiva, il bambino re-introietta in s? quella stessa angoscia che aveva precedentemente proiettato ma, insieme ad essa, interiorizza anche la sensazione che l?angoscia sia incontenibile. Gianna Polacco Williams (1997)[10] descrive casi in cui il processo ? addirittura invertito e il bambino diventa ricettacolo delle proiezioni materne.

Infine, pu? succedere che il processo si svolga senza problemi ma che la capacit? della madre risvegli l?invidia del bambino. Quando ci? accade, il bambino rivolge la propria aggressivit? non tanto contro la madre quanto piuttosto contro la sua capacit? contenitiva: nelle parole di Bion, il soggetto attacca il legame.

Come abbiamo detto, per Bion l?identificazione proiettiva non ? un mero meccanismo di difesa ma anche una forma primitiva di comunicazione. Steve Briggs[11] (1997) individua quattro punti della teoria di Bion che consentono di metterla in relazione con altre teorie dello sviluppo infantile, e che a noi servono per fissare dei riferimenti teorici che ci aiutino nell?operativit? quotidiana.

?Primo, Bion introduce l?aspetto cognitivo nella teoria psicoanalitica. La relazione contenitore/contenuto ? un ?legame? tra i pensieri e l?atto di pensare (Bion, 1967)[12]. La madre/contenitore desidera conoscere il suo neonato e il neonato cerca di ottenere dalla madre una comprensione di esperienze che vanno oltre la sua capacit? di nominare e differenziare. [?]

Come educatori siamo mossi dal desiderio di conoscere il bambino con cui ci relazioniamo tanto quanto lui ? mosso dal desiderio di ottenere da noi la comprensione di esperienze emotive e relazionali che vanno oltre la sua capacit? di nominare e differenziare.

Secondo, le immagini delle forme coinvolte nel processo contenitore/contenuto sono, come le pre-occupazioni di Stern[13] e Fonagy[14] (1994, 1994), descrizioni di relazioni spaziali. Similmente il lavoro di Donald Meltzer[15] sull?autismo (1975) e la teoria della ?seconda pelle? della Bick (1968)[16] impiegano immagini di forme e relazioni spaziali, vale a dire il passaggio da una relazione bidimensionale a una tridimensionale.

Come educatori pensiamo che tra i nostri compiti ci sia quello di sviluppare nel bambino la capacit? innata di percepire la terza dimensione, che ? la capacit? di situare gli oggetti nello spazio e nel tempo. Se, come riporta Steve Briggs[17], ?i neonati sono in grado di avere l?esperienza della costanza delle forme e delle dimensioni degli oggetti? e ?tale qualit? li rende capaci di agire nell?ambiente con intenzionalit? (p.14), avere consapevolezza del ?mondo oltre la pelle? (p.11) e di prendere parte all?esperienza percettiva di natura tridimensionale? la relazione educativa pu? fornire strumenti importanti per implementare tale consapevolezza e portare il bambino infante verso la condivisione di forme e dimensioni del proprio mondo interno e la loro trasformazione in forme simboliche.

Terzo, la funzione di contenimento della madre che Bion ha chiamato di ?reverie? ? usata per descrivere i processi che accadono nell?interazione tra madre e neonato, usando la teoria Kleiniana della proiezione e introiezione come una forza vitale. Le spiegazioni di Bion riguardo il fallimento della reverie materna (Bion, 1967)[18] ? stata ripresa da altri (Harris, 1975)[19] come causa delle conseguenti di difficolt? di internalizzazione, pensiero e formazione del simbolo.

Il lavoro educativo con bambini sotto i tre anni ovvero con bambini impegnati nel processo di formazione del simbolo e di acquisizione della capacit? di simbolizzare, ? in grado di rilevare in una fase molto precoce dello sviluppo, le anomalie derivanti dal fallimento della reverie materna, e fornire significative relazioni alternative utilizzabili dal bambino per riparare tali difficolt?.

Quarto, la teoria [di Bion, n.d.t.] delinea un percorso che, basandosi su una analogia con il sistema digestivo, descrive elementi mentali che si formano a partire da una esperienza corporea, spostandosi, in altre parole, da uno stato corporeo a uno stato mentale. Il bambino dall?essere tenuto in braccio passa all?essere tenuto in mente. Il bambino poi internalizza la funzione di contenimento svolta dal genitore. Il processo di contenimento d? luogo alla capacit? di mantenere un legame con la madre in sua assenza.?

Abbiamo sempre sostenuto che il compito principale dell?educatrice/ore del Nido sia di sostenere il processo di separazione del bambino dalla madre, attraverso la condivisione e il contenimento dell?angoscia di separazione e dei correlati emotivi cui da luogo. Tale sostegno comporta il monitoraggio della qualit? dell?internalizzazione dell?oggetto materno da parte del bambino, comporta la differenziazione tra la sua capacit? di mantenere il legame o la sua propensione ad attaccarlo, tra la sua propensione ad attaccare il contenuto, e quella ad attaccare il contenuto.

Vorrei chiudere con un?immagine tratta da una vostra osservazione al Nido:

Pietro si dirige verso il tappeto, afferra la scatola di legno gialla, quella contenete la pista del trenino, la capovolge e ne versa tutto il contenuto sul tappeto [?.] Nel frattempo Faiza, che stava giocando con una bambola vicino all’angolo dei travestimenti, corre verso la scatola delle palline, la sfila dal mobile e, a una a una, toglie tutte le palline lanciandole dietro di s?. Mi sforzo di non intervenire per continuare a osservare, ma sono un po’ contrariata. Una volta vuoto, Faiza lascia cadere il contenitore per terra con il lato concavo rivolto verso il pavimento; si abbassa sulla scatola, si appoggia al fondo della stessa con le mani e, correndo, la spinge fino al materasso, vi sale sopra e salta sul materasso pi? volte, insieme a Pietro.

E? evidente che la qualit? del contenitore che il bambino ha introiettato ? totalmente diversa dalla qualit? del contenitore inizialmente attaccato e svuotato, i cui contenuti aggressivi sono bonificati nella mente dell?educatrice che trasforma aggressivit? in curiosit?: il contenitore a sua volta trasformato diventa una base sicura dalla quale il bambino pu? spiccare il volo della crescita.


[1] Weiss Edoardo, Una fase ancora poco studiata dell?evoluzione verso l?amore eterosessuale, Internationale Zeitschrift f?r Psychoanalyse, 1925

cfr. anche Accerboni, A. M. P., & Corsa, R. (1987). Tra psichiatria e psicoanalisi: il contributo teorico e clinico di Edoardo Weiss. In Accerboni, A. M. P. (a cura di), La cultura psicoanalitica (pp. 261-290). Pordenone: Edizioni Studio Tesi.

[2] Klein Melanie (1952). Notes on Some Schizoid Mechanisms (2nd ed.). In Riviere, J. (Ed.), Developments in Psycho-Analysis. London: Hogarth Press (tr. it. Note su alcuni meccanismi schizoidi. In Scritti 1921-1958 (pp. 409-434). Torino: Bollati Boringhieri, 2001).

[3] Bick Esther, (1964) Notes on infant observation in psychoanalytic training? International Journal of Psychoanalysis, 45, 184-188

[4] Rosenfeld Herbert (1971). Contribution to the psychopathology of psychotic states: the importance of projective identification in the ego structure and object relations of the psychotic patient. In Doucet, P., & Laurin, C. (Eds.), Problems of Psychosis (Vol. I, pp. 115-128). The Hague: Excerpta Medica (tr. it. Contributo alla psicopatologia degli stati psicotici: l?importanza dell?identificazione proiettiva nella struttura egoica e nelle relazioni oggettuali del paziente psicotico. In Bott Spillius, E. (a cura di), Melanie Klein e il suo impatto sulla psicoanalisi oggi (Vol. I, pp. 133-153). Roma: Casa Editrice Astrolabio, 1995).

[5] Negli anni cinquanta del secolo scorso, per confutare una certa opinione diffusa tra i detrattori della psicoanalisi ma condivisa dagli psicoanalisti che operavano solo in ambito privato, che la psicoanalisi fosse inefficace con pazienti perversi, psicotici schizofrenici, tossicodipendenti e bambini molto piccoli, un gruppo di psicoanalisti della Societ? Britannica e della Tavistock Clinic di Londra inizi? ad operare presso gli ospedali psichiatrici con risultati sorprendenti (cfr William Halton, note dal Seminario di Psychoanalytic Theory at Tavistock Clinic year 1989-90).

[6] Donald Winnicott, (1965) The Maturational? Processes and the Facilitating Environment. London: Hogart Press (tr. It. Sviluppo affettivo e ambiente, in dalla Pediatria alla Psicoanalisi, Martinelli editore.

[7] Ibidem

[8] Ibidem

[9] Bion, W. R. (1962). Learning from Experience. London: William Heinemann Medical Books (tr. it. Apprendere dall?esperienza. Roma: Armando, 2009)

[10] Williams, Gianna Polacco, Self esteem and object esteem. In Internal Landscapes and Foreign Bodies. London: Duckworth

[11] Briggs, Stephen (1997) Growth and risk in Infancy, Jessica Kingsley Publisher, 1997

[12] Bion, Wilfred R., (1967) Second Thought, London: Maresfield

[13] Stern Daniel, (1994) One way to build a clinically relevant baby. Infant Mental Health Journal, 15, 1

[14] Fonagy Paul, (1994) Mental representations from an inter-generational cognitive science perspective. Infant Mental Health Journal, 15, 1, 57-68

[15] Meltzer, Donald et al., (1975) Explorations in Autism: A Psychoanalytic Study. Perthshire: Clunie Press

[16] Bick Esther, (1968) The experience of skin in early object relations. International Journal of Psychoanalysis, 49

[17] Op. cit.

[18] Op. cit.

[19] Harris, Martha (1975), Some notes on maternal containment, in Good Enough Mothering, reprinted in Harris Williams Martha (ed) (1989) Collected papers of Martha Harris and Esther Bick. Perthshire: Clunie Press