scalaf 16-11-13di?Stefano Fregonese, Alessandra Rampani, Claudia Maspero

- parte prima -

Melanie Klein e i processi proiettivi, introiettivi e d?identificazione. (Stefano Fregonese)

Quando intraprendemmo anni fa le prime supervisioni al lavoro educativo si propose il problema di utilizzare concetti psicoanalitici fuori dall?ambito clinico. I concetti di qualsiasi tipo descrivono realt? che sono universali, sebbene operino, di volta in volta, all?interno di un contesto semantico e teorico specifico. L?utilizzo di concetti psicoanalitici fuori dall?area protetta della clinica impone una traduzione che deve funzionare senza tradire o banalizzare n? il concetto n? la realt? che va descrivendo. Questo preambolo ? necessario per giustificare la decisione di utilizzare alcuni concetti psicoanalitici in un contesto non clinico al fine di descrivere esperienze che sono molto comuni tra coloro i quali si prendono cura di bambini sotto i tre anni. Parleremo quindi di?identificazione proiettiva, identificazione introiettiva,?contenitore/contenuto e?holding secondo la proposta e l?uso che ne hanno fatto Melanie Klein, Wilfred R. Bion e Donald Winnicott e cercheremo di utilizzarli al fine di meglio comprendere fenomeni che fanno parte dell?esperienza quotidiana per chi si addentra nella relazione con bambini che frequentano i Nidi d?Infanzia.

Il termine?identificazione da proiezione o?identificazione proiettiva, in realt?, ? stato coniato da Edoardo Weiss[1], psicoanalista triestino, e posto al centro della teoria psicoanalitica da Melanie Klein[2]. La definizione di?identificazione proiettiva non ? semplice ma piuttosto complessa: indica il?processo mentale grazie al quale il soggetto si identifica con parti del S? scisse e proiettate nell?oggetto, provocandone il cambiamento.

Prendiamo un esempio tratto dalle osservazioni condotte al Nido secondo il metodo di Esther Bick[3] :? Carlo un bambino di due anni, senza motivo apparente spinge all?improvviso un compagno pi? piccolo facendolo cadere; poi gli prende la guancia e inizia a stringere nonostante io l?abbia richiamato in modo fermo ma gentile. Mentre continua a stringere la pelle del povero Alfredo provocandone il pianto, prima che io riesca a intervenire, mi guarda con un?aria tra il beffardo e il provocatorio; sento la rabbia montare dentro di me sebbene cerchi di controllarmi.

Carlo sembra inizialmente scindere e proiettare in due distinte parti del S? sentimenti contrapposti: da un lato fragilit? e sofferenza, dall?altro rabbia e aggressivit?. Dopo l?attacco ritroviamo questi sentimenti in due oggetti esterni: nel compagno Alfredo il senso di fragilit? e sofferenza, nell?educatrice la rabbia. La parte rilevante del processo ? il distacco emotivo di Carlo dalla situazione da lui stesso provocata. Carlo non ? partecipe della sofferenza inflitta all?altro bambino, n? della rabbia provocata nell?educatrice. Vorrei far notare che nell?educatrice il sentimento di rabbia non ? provocato dall?azione in s? che induce piuttosto allarme, preoccupazione e compassione per la vittima, ma dallo stato mentale di distacco emotivo dell?aggressore.

Questo esempio in realt? descrive solo una parte del processo, la pi? manifesta. Proviamo a immaginare che lo stesso processo avvenga internamente al bambino che di volta in volta proietta parti del s? nell?oggetto interno, provocandone un cambiamento e identificandosi in esso: prendiamo per esempio un pre-adolescente che proietta nell?oggetto paterno internalizzato una parte molto sadica e repressiva del proprio s?, una parte che non ammette debolezze o errori, e che reagisce agli insuccessi scolastici con critiche cos? severe o distruttive da risultare insopportabile; l?oggetto paterno interno cos? modificato ? avvertito come un persecutore implacabile dal quale fuggire; tanto pi? massiva sar? la proiezione e quanto pi? primitivo sar? il sadismo che ne costituisce il contenuto, tanto pi? distorta risulter? la trasfigurazione che subisce l?oggetto interno e tanto pi? incontrollabile l?identificazione con esso al punto da trasformare il ragazzino in un antipatico censore delle debolezze altrui, da un lato, ma anche da esporlo alla stessa perseverante critica interna non appena incappi in un proprio insuccesso. Critica che sar? tanto pi? insopportabile quanto pi? massivamente il ragazzino ha utilizzato il ricorso all?identificazione proiettiva per difendersi dalla propria angoscia d?insuccesso.

Herbert Rosenfeld[4] nel 1971 descrive il meccanismo in questi termini:?identificazione proiettiva ? un meccanismo implicato nel processo di scissione dell?Io primitivo, in cui sia le parti buone sia quelle cattive del S? sono scisse dall?Io e nel passaggio successivo proiettate, in amore o odio, negli oggetti esterni, inducendo alla fusione o identificazione delle parti proiettate del S? con gli oggetti esterni. Nel suo lavoro distingue tra l?identificazione proiettiva utilizzata da individui psicotici per comunicare con altri oggetti (anche inanimati) come una distorsione o intensificazione di una modalit? relazionali infantile basata sulla comunicazione non verbale, e la identificazione proiettiva utilizzata per evacuare il S? di parti non desiderate, operazione che porta alla negazione della realt? psichica. Rosenfeld individua inoltre:

-?????? l?identificazione proiettiva utilizzata per controllare la mente e il corpo altrui;

-?????? l?identificazione proiettiva utilizzata come meccanismo di difesa rispetto a pulsioni aggressive, in particolare l?invidia;

-?????? l?identificazione proiettiva usata a scopo parassitario per sostenere la credenza di essere parte dell?oggetto e di poter usare le capacit? mentali dell?altro.

A queste specificazioni si pu? aggiungere:

-?????? l?identificazione proiettiva utilizzata a scopo difensivo creando confusione tra S? e l?oggetto o tra l?oggetto e il simbolo che lo rappresenta.

Gli autori che si occupano in ambito clinico di pazienti psicotici anche molto gravi[5] e coloro che lavorano con bambini molto piccoli concordano nel ritenere che entrambi i soggetti appartenenti a queste categorie utilizzino meccanismi mentali simili, se non gli stessi. Riteniamo che i pazienti psicotici ricorrano a processi mentali propri di una mente infantile invece di una mente adulta; processi che nella mente di un neonato sono i presupposti allo sviluppo di modalit? pi? sofisticate di pensiero, nella mente di un adulto sono espressione di una patologia grave e di un disadattamento relazionale e sociale.

Per altro, il lavoro di alcuni psicoanalisti britannici prima, e argentini e italiani poi, all?interno delle istituzioni ospedaliere, permise nel secondo dopoguerra di mettere in luce le anomalie di funzionamento mentale di persone ?sane? che operano all?interno di gruppi di lavoro. L?utilizzo del concetto di identificazione proiettiva applicato ai gruppi all?interno di organizzazioni di lavoro mise in evidenza come gli individui ricorrano in modo massivo a difese psichiche pi? primitive di quelle utilizzate nelle relazioni interpersonali adulte.

Per il neonato, invece, i processi di identificazione proiettiva e introiettiva hanno il doppio statuto di difese contro l?angoscia e di primario strumento di comunicazione con la madre e con chi si prende cura di lui. Grazie all?identificazione proiettiva, il bambino proietta nella madre le angosce che sente intollerabili, insieme alla parte di s? in cui tali angosce si trovano. Attraverso l?identificazione introiettiva, il bambino introietta nuovamente dentro di s?, identificandosi con esse, le parti precedentemente scisse e proiettate nella madre. La madre di cui stiamo parlando ? una madre capace di sostenere il bambino in questo percorso. Winnicott, allievo di Melanie Klein, ha scritto in modo illuminante sulla qualit? di questo sostegno nella relazione primaria.