Diapositiva24La domanda che ha fatto da titolo al seminario su cibo e letteratura per l’infanzia, tenuto ieri sera presso il Nido d’Infanzia PICCOLI&grandi, è la domanda che quotidianamente i genitori pongono alle educatrici per informarsi, crediamo, non solo su quantità e qualità del cibo assunto dai loro figli. A fine serata una mamma ha puntualizzato che sarebbe più opportuno chiedere: “Come ha mangiato il mio bambino?”

Cosa implica la modalità e la qualità dell’assunzione del cibo da parte di un bambino, è stato argomento dei tre interventi di Stefano Fregonese, Alessandra Rampani e Claudia Maspero, psicoterapeuti psicoanalitici dell’età evolutiva, che si sono succeduti e integrati in un unico discorso che proponiamo qui di seguito per chi non ha potuto partecipare alla serata.

Stefano Fregonese, Alessandra Rampani, Claudia Maspero

Vorremmo parlare del rapporto tra cibo e alcuni aspetti della vita e dello sviluppo mentale del bambino partendo da strumenti che abbiamo sottomano tutti i giorni, gli albi illustrati. L’uso precoce dei libri illustrati nei Nidi non trova giustificazione solo perché i bambini sono interessati e affascinati dalle immagini e dalle storie, e perché lo sono gli adulti, ma perché il libro illustrato appare il mezzo più adeguato alle capacità dei bambini sotto i tre anni di elaborare immagini che nutrano i loro processi immaginativi; pensiamo inoltre che nell’atto di leggere i libri o raccontare le molteplici storie in essi contenuti o da essi ispirate, l’adulto compia un gesto educativo all’interno di una relazione che si fa significativa, densa di significati pertinenti.

Perciò siamo d’accordo con Giordana Piccinini che nel suo saggio Le storie della notte: per una pedagogia dell’albo illustrato (in Hamelin, Ad occhi aperti. Leggere l’albo illustrato, Donzelli editore, pp.179-202) afferma che i libri più importanti ed efficaci a trasmettere significati su specifici temi o questioni cui il bambino è interessato, non sono i libri a tema, spesso pedanti e scontati nella loro didascalica piattezza, ma i libri capaci di evocare con le loro immagini e le loro parole risonanze profonde e inconsce nel piccolo lettore riguardo uno e più aspetti del compito evolutivo più attuale e stringente per lui. Quest’autrice ci avverte che “i libri di grande spessore sono opera di artisti che non conoscono o comunque non sono interessati ai bisogni immediati dei bambini, ma conservano una modalità di sguardo e di interrogazione della realtà che in qualche modo li «costringe» a porsi grandi domande, le stesse dell’infanzia.”[G. Piccinini]

Perciò abbiamo istituito la piccola biblioteca Primo Libro, il cui progetto si fonda sulla lenta ma continua ricerca di libri che coniughino la bellezza delle immagini e la profondità dei testi con la complessità delle esigenze culturali ed evolutive dei bambini sotto i cinque anni. Come per la cucina equo-bio-solidale di PICCOLI&grandi e Asilo Bianco, istituendo la biblioteca ci siamo posti il problema di nutrire le menti dei nostri ospiti bambini in modo sano, vario, corretto, profondo e appetibile.

Un po’ di teoria

Donald Winnicott nel suo scritto Appetito e disturbo emozionale[1] illustra come vi sia una continuità clinica che attraversa i disturbi dell’appetito, dalla prima infanzia, passando per l’adolescenza, fino all’età adulta. La funzione del mangiare può essere disturbata dalle più varie malattie ma anche in molteplici condizioni di salute che appartengono a comuni passaggi di vita: la nascita di un fratellino, la perdita della prima tata, la prima separazione da casa, i tentativi di indurre il bambino a mangiare da solo, l’introduzione di cibi solidi o anche solo più densi, la reazione ansiosa all’impulso a mordere il seno (1936).

La crescita è caratterizzata da un doppio movimento, di ricerca dell’oggetto materno e di ricerca dell’autonomia da esso; è un movimento fisiologico in ogni bambino: in alcuni sembra più accentuato ed evidente, e in alcuni casi tende a farsi sintomo nel rapporto con il cibo.

Nella nostra visione la buona crescita poggia sulla realizzazione del processo di internalizzazione. In generale, nella valutazione della qualità raggiunta in tale processo c’è una regola di cui bisogna tener sempre conto: per poter lasciare l’oggetto materno bisogna prima averlo internalizzato, bisogna cioè che la funzione materna sia diventata una solida funzione dell’Io del bambino. Solo allora il bambino sarà in grado di prendersi cura di sé anche in circostanze meno protette o difficili o nuove, in modo autonomo.

L’introiezione è un processo complesso. Ci possono essere diverse interferenze al suo compimento. Siamo soliti pensarlo come quel processo grazie al quale il bambino insieme al latte materno, ‘mette dentro’ altre qualità della madre, i suoi stati emotivi, e le funzioni mentali che esercita nella relazione con il bambino, il suo affetto ma anche la sua angoscia.

Siamo soliti pensare che bambino possa sviluppare dei meccanismi di difesa rispetto a stati emotivi e mentali della madre troppo intrusivi o troppo angoscianti. Tali meccanismi si estendono ad altri due ambiti in cui è implicato il processo d’introiezione: l’assunzione di cibo e l’apprendimento. Disturbi nell’ambito del processo d’internalizzazione dell’oggetto materno dovuti a iperattività dei meccanismi di difesa possono estendersi agli altri ambiti in cui tale processo è implicato. A volte tali difese interferiscono con le funzioni che si prefiggono di preservare. Però forzare le difese di un bambino in difficoltà è sempre sconsigliato.

Quando un bambino è obbligato a mangiare, s’interferisce doppiamente con il suo delicato meccanismo introiettivo perché si forzano le sue difese senza prendersi cura dell’angoscia che le ha suscitate; anzi si conferma nel bambino la convinzione di avere a che fare con un oggetto materno che funziona al contrario, un oggetto materno che, incapace di contenere le angosce del bambino, obbliga il bambino a contenere le proprie. Per esempio, l’educatrice che forza il bambino a mangiare è probabilmente insicura delle proprie capacità, teme il giudizio o la critica dei genitori o delle colleghe o del proprio super-Io che la giudica incapace di far mangiare un bambino. Tale pressione interna o esterna genera angoscia nell’educatrice che cerca di liberarsene a scapito del bambino, ‘mettendola’ a cucchiaiate nel bambino. Il bambino si sente cattivo se non mangia, ma sente anche che il cibo che gli è proposto è avvelenato dall’angoscia altrui.

L’osservazione[2] in contesti diversi ci aiuta a cogliere preziosi particolari sull’andamento del processo. Penso a un bambino che dopo un’esperienza negativa in un Nido dove era stato forzato a mangiare – ragione per cui i genitori avevano deciso di cambiare servizio – si mostra finalmente a suo agio in un gioco dove, dopo aver prodotto svariati cibi con la pasta di sale, con i suoi compagni improvvisa un mercato e si distingue per la capacità di organizzare il gioco e condurlo. Questo bambino ci dice che le sue difese nei confronti della relazione con gli altri si stanno attenuando senza che egli si senta minacciato. A tavola invece lo stesso bambino è insicuro, si rifiuta di mangiare, non partecipa alla relazione con i compagni: si sente minacciato. Un punto interessante e convergente dell’osservazione nel gioco e a tavola riguarda la possibilità che quel bambino riesca ad essere più autonomo in relazione alla posizione che occupa: stare dietro il bancone del mercato significa stare nella posizione di chi dà e non di chi riceve (a volte suo malgrado); un altro esempio in questo senso possiamo trovarlo in quei bambini che non rifiutano il cibo di per sé ma la modalità con cui viene offerto: mangiare in autonomia invece di essere imboccati consente di sentirsi al tempo stesso chi offre e chi riceve, dove la sicurezza provata nel dare attenua l’insicurezza provata nel ricevere.

In generale, dobbiamo tenere presente che all’istinto orale, che riguarda il desiderio e il piacere di succhiare, mordere, mangiare s’intreccia sempre una fantasia orale che riguarda i pensieri che accompagnano l’introduzione del cibo, le idee su ciò che accade dentro di sé e su ciò che accade alla fonte del nutrimento. “L’individuo tende a collocare gli avvenimenti della fantasia all’interno e a identificarli con le cose che avvengono dentro il corpo”.

Un esempio piuttosto comune sono le fantasie dei bambini che ritengono di avere nella propria pancia un bambino piccolo, specie quando la madre attende o ha partorito un fratellino. Ogni bambino elabora una propria fantasia su come il fratellino possa essere entrato nel ventre della madre e spesso è certo di avere dentro di sé un corredo di piccoli bambini pronti a nascere, e che è in suo potere nutrire o affamare.

Cibo e avidità

“Un certo grado di avidità esiste inconsciamente in ognuno di noi, e rappresenta un aspetto del desiderio di vivere, un aspetto che all’inizio della vita è mescolato e fuso con l’impulso a rivolgere l’aggressività e la distruttività fuori di noi contro gli altri, e come tale persiste inconsciamente per tutta l’esistenza[3]”. Il correlato mentale dell’avidità, ci spiega Melanie Klein, è la sensazione di essere derubati, di essere vittime di furto e persecuzione. Dunque all’avidità fa eco l’invidia. Il neonato sperimenta i propri impulsi avidi in relazione al seno della madre, quando inconsciamente lo riconosce depositario del possibile totale soddisfacimento del proprio bisogno.

Il neonato che si attacca al seno per svuotarlo, per mettere dentro di sé non solo il latte, ma la fonte del suo nutrimento che è la madre, dovrà fare i conti con il sentimento persecutorio di aver derubato la propria madre della linfa vitale e con l’angoscia di aver perduto, annientandolo, l’oggetto del suo amore.

Sappiamo che questo tipo di fantasia accomuna in qualche modo ogni neonato e che nello sviluppo del bambino gli impulsi avidi possono stemperarsi con il tempo man mano che il bambino sperimenta che la madre non soccombe alla sua avidità e che egli stesso ha la possibilità di riparare ai propri attacchi.

La fiaba di Hänsel e Gretel si presta a illustrare il passaggio dall’avidità-distruttività a una dipendenza più adulta. Come illustra Bettelheim (1976)[4], i protagonisti vivono l’ansia e la profonda delusione di una madre che non è più disposta a soddisfare tutte le loro esigenze orali e che appare improvvisamente egoista, disamorata, frustrante. Hänsel e Gretel tentano in primo luogo di tornare a casa, per poter restare in una situazione di dipendenza. La fiaba mostra la necessità per ciascuno di uscire da questa dimensione e che dalla passività si è in qualche modo costretti a uscire, così come avviene al momento dello svezzamento.

L’incontro con la casetta di marzapane mostra il libero sfogo alla regressione orale: i bambini, in preda all’avidità, divorano la casa senza pensare che essa dovrebbe essere luogo di rifugio e di sicurezza. “Una casa di marzapane, che si può ‘pappare’, è un simbolo della madre, che infatti trae il nutrimento per il bambino dal proprio corpo. […] È l’originaria madre della generosità senza riserve che ogni bambino spera di ritrovare da qualche parte, nel mondo, quando la vera madre comincia ad avanzare richieste e imporre restrizioni. […] I malvagi propositi della strega costringono alla fine i bambini a riconoscere i pericoli dell’incontrollata avidità orale e della dipendenza. Per sopravvivere, essi devono sviluppare l’iniziativa e rendersi conto che la loro unica risorsa consiste nella progettazione intelligente e nell’azione”: così il dito è sostituito dall’ossicino di pollo e Gretel riesce a spingere la strega nel forno.

Vi è forse tuttavia anche una via d’uscita creativa e piacevole al problema dell’avidità. Ce lo racconta Rodari con la sua Torta in cielo[5]. Un’intera città si mobilita attorno a una gigantesca torta che sovrasta le teste dei suoi abitanti, esito di un esperimento nucleare fallito, grazie alla fortuita caduta di un pasticcino nel congegno esplosivo. Sono i bambini a riconoscere per primi la bontà dell’oggetto volante, sono loro a concedersi i primi assaggi, coinvolgendo un poco alla volta anche gli adulti.

“Avanti figlioli, – gridava il professor Zeta, – avanti c’è torta! Avanti signora generale, prego s’accomodi. Le spiegherò tutto dopo, adesso pensi alla sua signora e ai suoi bambini.

Ma questa raccomandazione era superflua: la signora e i bambini del generale di trovavano già sul posto da quel dì, e l’incontro col marito e padre fu dei più festosi.

Insomma, ce ne fu per tutti, tranne che per il professor Rossi e Terenzio, che stavano all’ospedale a curarsi la paura. […]

Ce ne fu un grosso pezzo anche per me, che arrivai per ultimo, in tempo però per farmi raccontare per filo e per segno com’erano andate le cose.

E ce ne sarà per tutti, un giorno o l’altro, quando si faranno le torte al posto delle bombe”.

A volte ci si può lasciare andare al piacere dell’avidità, a patto che si tratti di un piacere condiviso.

Cibo e separazione

Se consideriamo l’infanzia come un processo che gradualmente conduce il bambino dalla dipendenza all’indipendenza, lo svezzamento appare come una tappa fondamentale nel percorso di progressiva separazione del bambino dalla propria madre.

Una madre sufficientemente buona è capace di identificarsi strettamente con il proprio bambino per poi abbandonare questa identificazione a poco a poco. È l’identificazione al bambino che le permette di conoscere i suoi bisogni. Pensiamo ai bisogni vitali di cui parla Winnicott (1965): “Essere tenuto in braccio, girato, messo giù e preso su, essere manipolato e naturalmente essere alimentato con una sensibilità che implica molto più che la soddisfazione di un istinto”. L’insieme di queste cure conduce alla progressiva strutturazione dell’Io. Così, più tardi, la madre fa conoscere al bambino nuovi alimenti “non già creando i bisogni del lattante, bensì rispondendo a questi bisogni al momento giusto[6]”.

L’introduzione di nuovi sapori e consistenze procede con lo sviluppo di nuove capacità del bambino che può gradualmente accedere alla scoperta del mondo. La stessa proposta del cucchiaino rappresenta la possibilità del bambino di utilizzare un mediatore, uno strumento nuovo, “altro”, rispetto al contatto diretto con il seno della madre o anche con la tettarella. Se il cibo fluisce senza soluzione di continuità dal seno o dal biberon, il cucchiaino impone delle pause, delle attese. Vi sono bambini che faticano a tollerare il nuovo ritmo della pappa, per cui un cucchiaino deve essere seguito immediatamente dall’altro. Ve ne sono altri che presto si stancano, che rinunciano, che perdono interesse. Per altri ancora occorre tenere viva l’attenzione e l’interesse in modo creativo, aiutando il bambino a comprendere l’attesa, a darle significato, offrendo insieme al cibo anche un nutrimento simbolico, mentre facciamo atterrare un aereo, carichiamo una nave, o parliamo di cibi magici o incredibili.

“Un bambino può rifiutare la crema di pollo perché semplicemente non gli piace, ma se il suo rifiuto viene preso come una manifestazione di odio nei confronti della mamma, troverà difficile mangiare qualsiasi cosa. […] Una madre che consente al bambino di essere molto schizzinoso dimostra di pensare, come lui, che le cose buone da mangiare sono veramente poche. Una madre che non riesce a dire no al figlio che le chiede ogni giorno lo stesso piatto, o che gli permette di rifiutare la maggior parte dei cibi, può finire per lasciarsi tiranneggiare dal figlio, accettando che le dia ordini. […] A volte le mamme si sentono in colpa perché il figlio non ha una dieta sana. Il cibo diventa fonte di dispiacere[7]” (Philips, 1999).

Così i genitori del coccodrillo Achille[8], in preda all’ansia del loro piccolo che rifiuta di nutrirsi, si industriano con le preparazioni più accattivanti, senza sortire gli effetti sperati. Il loro cucciolo sta diventando grande e a volte è molto difficile per i genitori seguire i cambiamenti che la crescita comporta. Achille impara dall’esperienza la disillusione della propria onnipotenza e la necessità di un’uscita graduale dalla propria dipendenza. Il piccolo coccodrillo può accettare ancora le banane – la pappa offerta dalla mamma – quando ha ben chiaro che esse sono necessarie alla sua possibilità di crescita e di separazione, non a trattenerlo al suo ruolo di “cocco” di mamma.

L’osservazione che segue di Laura, bambina di 24 mesi, ci racconta come i bambini possano sorprenderci con cambiamenti insperati, se sappiamo dare loro tempo e nutrirli di fiducia.

“Per pranzo ci sono pesce e carote; inizio a fare le porzioni per i bimbi, riempio tutti i piatti e in quello di Laura metto non molto pesce e non molte carote: Laura mangia poco, anzi, a volte non mangia proprio, lo sappiamo tutte, mi dico.

Sorpresa delle sorprese: Laura, con gran calma, mangia tutto il pesce. Le chiedo se ne vuole ancora un po’, lei mi risponde di sì. Le do un’altra piccola porzione di pesce, gliela sminuzzo con il cucchiaino, e lei, un po’ con le manine, un po’ con il cucchiaino, finisce il pesce. Sono abbastanza sorpresa e condivido subito con due parole il mio stupore con le colleghe. Ecco arriva il passato di verdura con i crostini; faccio i piatti per tutti i bimbi, dicendo loro che i crostini sono tanti pesciolini di pane e che si possono pescare con il cucchiaino e mangiarli; dico la stessa cosa a Laura, che poco dopo vedo riempire il cucchiaio con un crostino e portarlo alla bocca. Forse è solo perché le piace il pane, penso. Invece poco dopo, mentre Christian allontana il suo piatto senza volerne sapere di assaggiarlo, vedo che Laura ha messo una manina nel passato e la porta alla bocca; poi con il cucchiaino raccoglie un po’ di passato e lo svuota lentamente nel suo piatto, più volte; alla fine lo porta alla bocca e lo beve. Sono molto sorpresa: chiedo a Laura se vuole che l’aiuti a mangiare, lei acconsente…

Mi godo questo momento, aiuto Laura a riempire il cucchiaino. Canticchiamo insieme “L’elefante con le ghette”; dopo poco dalla porta della sala da pranzo entra la nonna di Laura che, non vista dalla bambina, si rende conto di cosa succede: Laura sta mangiando!

Racconto alla nonna che Laura ha fatto il bis di pesce e il bis di passato di verdura; che la mattina aveva letto e preparato simbolicamente una zuppa di sasso con i suoi amici, che aveva fatto i salti e che si era divertita. La nonna, con gli occhi sorridenti, decide di farsi vedere… Laura le fa un sorriso enorme. Prima di alzarsi e andare da lei, finisce tutto il piatto, poi si lancia ad abbracciarla.”

Cibo e sessualità

“Il primo organo che si presenta come zona erogena e avanza alla psiche una richiesta libidica è, fin dalla nascita, la bocca. All’inizio ogni attività psichica è preposta a procurare soddisfacimento ai bisogni di questa zona. Essa serve naturalmente in prima istanza all’autoconservazione attraverso il nutrimento: ma non è lecito scambiare la fisiologia con la psicologia. Assai per tempo, nella caparbia ostinazione con cui il bambino continua a ciucciare si palesa un bisogno di soddisfacimento che, nonostante provenga e sia stimolato dall’assunzione del cibo, persegue tuttavia il piacere indipendentemente dalla nutrizione; per questo motivo può e deve essere chiamato sessuale”[9]. Così scriveva Freud nel 1938, sottolineando in modo chiaro una comprensione in parte oggi ampiamente condivisa.

Che la bocca non sia un organo deputato esclusivamente alla funzione di nutrirsi è reso evidente da numerose osservazioni, esperienze dirette che possiamo ritrovare anche noi al momento del pasto nei nostri servizi. Ciucciare, mordere, masticare, comporta una carica di piacere che possiamo senz’altro definire eccitazione. Un’eccitazione che, con la crescita del bambino, potrà concentrarsi intorno a diversi luoghi del corpo, fino al raggiungimento della maturità sessuale.

Ignorare o non riconoscere che i bambini siano portatori di emozioni e pulsioni sessuali rischia di escludere aspetti importanti della loro esperienza.

I bambini conoscono molte più cose di quello che solitamente sospettiamo, come ci spiega la fiaba di Cappuccetto Rosso.

Questo racconto si presta ad affrontare il tema del legame fra cibo e sessualità, sotto diversi aspetti. Tutta la fiaba è costruita intorno all’ambivalenza della bambina, che oscilla fra il principio di piacere – i fiori che il lupo invita a cogliere prima di giungere dalla nonna – e il principio di realtà – le raccomandazioni della madre, la commissione da portare a termine -.

Bettelheim osserva che “il pericolo per Cappuccetto Rosso consiste nella sua sessualità in boccio, per cui essa non è ancora abbastanza matura dal punto di vista emotivo” (1976)[10].

Il cibo non è rappresentato nella fiaba soltanto dal cestino di vivande che la mamma consegna alla bambina, ma dal pranzo cui aspira il lupo. È abbastanza evidente che non si tratta di un semplice pasto per soddisfare la fame, ma che il lupo rappresenta la figura maschile pericolosa che seduce Cappuccetto, la quale teme – ma insieme è attratta – dall’incontro con lo sconosciuto. Il lupo che divora Cappuccetto, i due sono spesso ritratti insieme nello stesso letto, evoca dunque un’incorporazione sessuale, in cui il piacere passa attraverso la bocca.

D’altra parte, il fatto che sia la nonna sia Cappuccetto siano estratte vive del ventre del lupo da una figura paterna buona, ricorda pure l’esperienza della nascita, di un parto cesareo, cui i bambini sono particolarmente interessati. “Con essa, sono evocati nell’inconscio del bambino riferimenti a una relazione sessuale. Come fa un feto a entrare nel ventre materno? Si chiede il bambino, e decide che può essere successo soltanto perché la madre ha inghiottito qualcosa, come ha fatto il lupo”.

Mi vengono in mente diverse osservazioni di Elena, una bambina di 2 anni e mezzo che a volte ha preoccupato le educatrici per  il suo modo di approcciarsi alla pittura o alla pasta di sale. Quando le si offre un pezzetto di pasta Elena sembra essere preda di un’eccitazione incontrollabile che la spinge a infilarsi in bocca, a volte divorandolo, l’impasto di farina e acqua. Spesso Elena è così trascinata dalla propria fantasia che si sdraia sul tavolo, lecca gli avanzi di farina, come tentando di incorporare con tutta se stessa la materia duttile nelle sue mani.

A lungo ci siamo domandate come aiutare Elena in questi momenti, come dare un senso all’esperienza di questa bambina, richiamandola nei momenti di assenza senza impedirle di sperimentare o partecipare a un’attività. Le sue ultime richieste di usare il ciuccio, non utilizzato quando era più piccola, insieme alla gravidanza della madre di Elena, ora terminata, ci hanno fornito ulteriori occasioni per pensare a quali fantasie accompagnino i tentativi di mettere dentro cose più o meno buone.

Le osservazioni di Elena ci mostrano come anche in bambini molto piccoli possa alternarsi la ricerca della soddisfazione di bisogni e piaceri diversi: quelli sessuali (l’eccitazione di incorporare la materia) e quelli più regressivi (il ciuccio).

Cibo e rabbia

Per cena ci sono gli spinaci: “Piuttosto non mangio!” esclama Roberto. “Sali in camera tua” dice papà “e scendi solo quando ti sarai calmato.” “Non ci penso neanche” risponde Roberto. E lassù, nella sua camera, Roberto sente una Cosa terribile che sale… …sale, sale, fino a quando… rrrrrRRHAA! esce fuori all’improvviso. […]

“Papà, è rimasto un po’ di dolce?” (Che rabbia! Mireille d’Allancé, Babalibri, 2000) [Immagine 1]

E’ quello che succede anche all’Asilo Bianco, durante i primi giorni d’inserimento di Charlie: “Questa mattina ha vomitato ripetutamente. Andiamo in bagno, lo cambio. Poi sono alle prese con la pulizia dell’ingresso del Nido, dove rabbia e angoscia di Charlie sono esplose.” [Sabrina, settembre 2011]

L’episodio di Charlie ci permette di osservare il funzionamento parallelo stomaco/mente, dove l’indigeribilità delle emozioni influisce sull’indigeribilità del cibo assunto. L’angoscia per la separazione dalla mamma è tale da provocare il vomito, il cibo rigettato è in parte l’emozione non digerita ma al tempo stesso rappresenta l’incapacità della mente di trasformare in un elemento mentale l’emozione, lasciandola come un elemento corporeo/materiale che provoca il vomito.

“Dopo aver buttato fuori l’angoscia Charlie a pranzo si dimostra un bambino piacevole che può stare un pochino senza la sua mamma. In questo momento è Francesca che si occupa di lui, io sono con Anna e Daniel. Charlie un po’ in piedi e un po’ seduto, sta nei pressi del tavolo e assapora qualcosa.”

Forse, solo quando ha la certezza che l’adulto che si occupa di lui è disponibile a prendersi cura di tutte le sue parti, anche quelle maleodoranti e sporche, il bambino può concedersi e fidarsi. Da un adulto con queste qualità allora il bambino accetta il cibo, lo assapora e nel tempo lo digerisce. Il compito di noi adulti è far sì che ci sia un piatto caldo pronto lì ad aspettarlo dopo aver contenuto e digerito la rabbia che egli ha gettato all’esterno, su di noi; proprio come, sappiamo bene, succede a Max alla fine delle avventure Nel paese dei mostri selvaggi di Maurice Sendak (Babalibri): “Finché tornò a quella sera nella sua stanzetta dove trovò la cena ad aspettarlo che era ancora calda”.

I concetti di reverie e di contenitore-contenuto, introdotti da W.R. Bion, indicano le funzioni base della relazione primaria ma anche del lavoro educativo; descrivono gli aspetti della relazione del neonato con il seno come oggetto che non solo nutre ma, che accoglie e trasforma le emozioni del bambino: un seno/mente. Nell’originale teoria di Bion il bambino nasce senza un apparato per pensare ma con la propensione, che diventa capacità, di utilizzare l’apparato mentale della madre. Un pensiero diventa per il neonato formulabile quando di fronte all’assenza del seno egli avrà sufficiente capacità di tollerare la frustrazione: il non-seno diverrà il pensiero del seno.

Charlie, l’indomani, fa la stessa cosa con Francesca, cerca di provocarsi il vomito. Francesca non lo mette giù, solo lo invita a non farlo; gli dice che non c’è bisogno perché la mamma ritornerà. Poi lo invita in cucina a preparare il caffè.” Solo in questo modo Charlie riesce a superare la tentazione di buttar fuori la sua rabbia e angoscia, la verbalizzazione di Francesca, accompagnata del gesto di tenerlo in braccio, lo fa sentire accolto e contenuto, l’invito ad andare in cucina è un invito a utilizzare la sua capacità di simbolizzare, di elaborare un pensiero al posto di evacuare il non-seno tramite il vomito[11].

Cibo e apprendimento

Usare il cibo come elemento speculare e metaforico per parlare di contenuti mentali trasmessi dai libri, non è una novità. Fin dalle epoche più remote l’equazione pensiero o cultura = cibo per la mente ha sedotto per la sua apparente semplicità ed efficacia, ma anche perché fin dall’inizio si è intuita la concreta relazione tra la qualità dei processi di assunzione del cibo e la qualità dei processi di apprendimento.

Più recentemente W.R. Bion psicoanalista inglese di origini indiane ha descritto i processi di apprendimento e di funzionamento della mente come processi di metabolizzazione di elementi proto-mentali in elementi mentali dotati di senso. Detta così sembra una facenda molto complicata ma raccontata come una storia con l’aiuto d’immagini come fa Oliver Jeffers ne:

L’incredibile bimbo mangia libri appare nella sua lampante chiarezza e geniale semplicità. Come recita la presentazione dell’albo, Enrico è un bimbo come tanti, tranne che per una curiosa abitudine: non mangia verdure, pollo, gelati o pastasciutta, mangia solo libri. Dai racconti ai dizionari, dalle poesie ai manuali di matematica, con una predilezione per i libri dalla rilegatura rossa. Da quando ha scoperto che mangiando un libro ne assorbe tutto il sapere contenuto, Enrico è insaziabile, e ne divora anche 4 o 5 alla volta sognando  di diventare il bambino più intelligente del mondo.

Ma, è in agguato una pericolosa indigestione, che farà cambiare idea al povero Enrico.

L’indigestione di cui è vittima Enrico è duplice, intestinale e mentale. L’avidità con cui Enrico si nutre ci ricorda alcuni bambini (e adulti) mangioni e lettori compulsivi. Ma, come accade che un bambino sviluppi una modalità analoga di assunzione di cibo e conoscenza? Parlare di cibo per la mente è solo una metafora o qualcosa di più?

Potremmo partire dall’assunto che inizialmente nutrimento e apprendimento sono eventi relazionali: il bambino si può nutrire e può apprendere solo all’interno di una relazione emotivamente significativa[12], una relazione di dipendenza buona.

Il rifiuto della dipendenza è uno dei problemi alla base sia dei disturbi di alimentazione sia dei disturbi di apprendimento.

La dipendenza è una faccenda complicata.

Ci potrebbe venire in aiuto William Wondriska con le accattivanti soluzioni grafiche di Tutto da Me. L’autore ci propone un testo in cui, dietro l’apparente arroganza di una bambina che elenca tutte le cose che è in grado di fare da sola, suggerisce la presenza di un adulto attento nell’osservarne e sostenerne la crescita, e nel contenere con ironia la sua onnipotenza.

La dipendenza è una faccenda complicata perché è come la cresta innevata che congiunge due cime, percorrendo la quale è facile mettere il piede in fallo da una parte o dall’altra, dalla parte dell’eccessiva richiesta e induzione di dipendenza da un lato o dalla parte dell’assenza di una base sicura che alimenta l’eccessiva espansione dell’onnipotenza infantile dall’altro. Entrambi gli eccessi derivano da una difficile gestione di angoscia e avidità, invidia e gelosia. Ci possiamo così trovare di fronte a eccessi di dipendenza o a rifiuti della relazione di dipendenza.

In una vignetta ricavata da un’osservazione messa a disposizione da Francesca Esposito possiamo trovare un esempio emblematico di ciò di cui stiamo parlando:

Omar arriva al Nido a 5 mesi, la mamma al momento lo allatta solo al seno, ma con l’inizio dell’inserimento inizia a proporgli il biberon a casa. La mamma sostiene che Omar sia un mangione ma solo con lei, non vuole mangiare nemmeno con il papà. Anche al Nido proviamo a proporgli il biberon ma Omar lo rifiuta sistematicamente, serrando la bocca energicamente. Con la mamma concordiamo di utilizzare al Nido lo stesso biberon con la stessa tettarella che usano a casa così come lo stesso latte ma Omar non ne vuole sapere: rifiuta di aprire la bocca e non mangia finché non arriva la sua mamma la quale immediatamente gli propone il seno.

La mamma offre il seno a Omar anche al mattino, prima di salutarsi, asserendo che: “Così almeno mangia qualcosa, non sta digiuno per molto tempo”.

Per le educatrici, come per il papà, è assai difficile inserirsi nella diade mamma/bambino finché la mamma non risolve la propria ambivalenza tra il desiderio di mantenere il legame di dipendenza del bambino dal seno e da sé, e il desiderio di trasformarlo in una dipendenza più simbolica.  In questo caso il rifiuto di avviare altri legami di dipendenza da adulti che possono svolgere la funzione materna di nutrirlo è legato alla fantasia di avere un controllo sull’oggetto materno. Fantasia che la mamma sembra alimentare.

Il caso di Franca sembra analogo a quello di Oscar solo fotografato a uno stadio successivo del processo.

La bambina inizia il suo inserimento all’Asilo Bianco a 6 mesi. La mamma da poco ha iniziato lo svezzamento a casa e quindi anche al Nido seguiamo questa evoluzione.

Franca, nel corso del suo sviluppo, dalla pappa per i bambini lattanti è passata a introdurre gli alimenti del menu dei bambini medio-grandi, prima frullati, poi spezzettati. Da quando ha compiuto l’anno mangia tutto anche se ancor oggi capita spesso che Franca mastichi il cibo e anziché ingoiarli li sputi nel piatto, soprattutto il secondo e la frutta, chiedendo comunque il bis.

Da quando Franca ha iniziato a venire al Nido a 6 mesi, fino a dicembre 2012 quando ormai aveva 20 mesi, la mamma le ha sempre proposto il seno sia al momento del saluto in accoglienza, sia al momento del ricongiungimento, chiedendo, nel mentre, se Franca avesse mangiato a pranzo. Capitava spesso, soprattutto nell’ultimo periodo che Franca rifiutasse di attaccarsi al seno.

Nel caso di Franca l’ambivalenza della madre si è trasferita alla bambina che ancora, a volte, mangia e rigetta in stretta successione, rispondendo a due ordini contrari e contraddittori che la costringono in un’impasse dello sviluppo, dove al movimento evolutivo di allontanamento dal seno si contrappone la sua offerta protratta.

In casi analoghi non è difficile vedere agire, dietro l’ambivalenza, il conflitto tra due sentimenti estremi come l’idealizzazione e il disprezzo. A volte si assiste a scene di allattamento poco protetto, non tanto dagli sguardi di estranei quanto dagli attacchi congiunti di madre e bambino che appaiono complici nello svalutare il senso e il valore di un atto che non va idealizzato ma che per mantenere la sua piena valenza va svolto con adeguata cautela e rispetto. Come ci insegna Lynda Miller, l’effetto degli sforzi di certe madri di evitare a se stesse e ai figli la frustrazione e il dolore della separazione è di trasformare il seno idealizzato in un oggetto carico di sentimenti conflittuali per i loro bambini[13].

Spesso ci interroghiamo sulle valenze culturali di certe scelte operate da madri che arrivano da paesi lontani e che a noi appaiono in contrasto con i bisogni di crescita espressi dal bambino. Io credo sia importante mantenere questa sensibilità culturale ma altrettanto importante sia non perdere di vista il bambino così come si sviluppa sotto la nostra osservazione. Inoltre bisogna tenere bene in mente che lo sviluppo del bambino non segue un percorso lineare e che a volte il significato di certi percorsi si può cogliere solo alla fine.

È la personale lettura che vi propongo di Io mi mangio la luna, di Michael Grejniec, edizioni Arka.  Una storia che mostra un significato interessante se la leggiamo al contrario partendo dal pesciolino che come un piccolo feto ha diretto e continuo accesso alla fonte di nutrimento, su cui balugina il riflesso della luna. Bion definirebbe questo riflesso come la preconcezione dell’oggetto che nutre, nei confronti del quale l’individuo andrà sviluppando una relazione di sana dipendenza, una volta nato. Relazione che inizialmente sarà dominata dal principio di piacere e dalla fantasia onnipotente di avere sempre e comunque immediato accesso all’oggetto del proprio desiderio. E così sarà nella maggior parte dei casi, anche se ciascun bambino, ci insegna Grejniec, dovrà sempre fare i conti con gli aspetti aggressivi del proprio desiderio e con la fantasia di danneggiamento dell’oggetto amato. Quando il topolino mangia la luna, questa si sgonfia e si ritira lontano. In precedenza, prima dell’arrivo sulla scena del topolino, la storia si era sostenuta sul gioco del desiderio, a sua volta reso possibile dalla giusta e incolmabile distanza tra il soggetto desiderante e l’oggetto desiderato. È proprio tale giusta distanza, questa misura mai colma che consente di mantenere vivo e attuale il desiderio di conoscenza, che muove i protagonisti della storia e ciascuno di noi mobilitando la capacità di mettere l’egoistica pretesa di soddisfazione del desiderio individuale al servizio di un’impresa collettiva. Ora il fatto che il topolino raggiunga la luna e ne stacchi un pezzetto potrebbe nella mia interpretazione rappresentare un aspetto regressivo dello sviluppo, ma non credo sia così: di tanto in tanto dobbiamo illuderci di aver raggiunto il nostro obiettivo per poter riposare un po’.

Possiamo anche pensare ai protagonisti di Io mi mangio la luna come un unico soggetto impegnato in un gioco di ingaggio con il proprio oggetto, la luna. Un soggetto che ricorda un bambino che ha fatto un attaccamento con un oggetto che si sottrae, sottoponendolo alla dura esperienza della frustrazione e del dolore della perdita. Un bambino che, di fatto, non può controllare quando e quante volte avrà accesso al seno o al biberon, o all’attenzione della madre o del sostituto materno. Questi bambini durante lo svezzamento soffrono più degli altri e a volte assumono difese drastiche per ristabilire un’illusione di controllo. Per esempio rifiutando il cibo e generando nella madre o nell’educatrice che si sforza di nutrirlo un forte senso d’impotenza.

Più tardi l’esercizio del controllo sull’oggetto può spostarsi su altre modalità di prendere dall’altro. In primis sulla relazione di apprendimento. Il bambino cercherà di ripristinare nella relazione di assunzione della conoscenza la modalità più primitiva idealizzata, ossia il prendere senza soluzione di continuità, tutto in un sol boccone. Questa modalità comporta l’annullamento della relazione di dipendenza da un oggetto che nutre; oggetto, danneggiato dall’atto stesso dell’apprendimento vissuto come rapina o svuotamento dell’oggetto, ora svilito e inutile, ormai privo di interesse. Spesso, però, anche il contenuto così acquisito subisce la stessa sorte e diventa inutilizzabile: il soggetto vive un’esperienza di pienezza e di onniscienza ma all’atto della verifica o restituzione non riesce a utilizzare quanto appreso, che gli appare piuttosto come una conoscenza frammentaria, confusa e lacunosa. Immediatamente la responsabilità è attribuita al docente che non sa spiegare, non si fa capire. Ripetute esperienze di questo tipo finiscono col minare anche la stima di sé, la fiducia nelle proprie capacità e inducono la rinuncia alla conoscenza scientifica e il ripiegare sulla superstizione o sulla religione come fonte di conoscenza del mondo e su forme di controinformazione paranoica intrisa di dietrologie.

Per concludere mi sembra inevitabile citare un libro molto bello che ha a che fare con il cibo e con la conoscenza. Ne La grande fabbrica delle parole il cibo è la conoscenza stessa sotto forma di parole. Nel paese della grande fabbrica la conoscenza, sotto forma di parole, si può acquistare a caro prezzo all’interno di un sistema di economia delle conoscenze, delle parole e delle emozioni. Anche qui il sistema erogatore non è per nulla generoso e l’acquisizione comporta una certa fatica poiché “per poter pronunciare le parole bisogna comprarle e inghiottirle”. Il racconto di Agnes de Lestrade e Valeria Docampo insegna però che la conoscenza senza emozione è una ricchezza inutile, che non permette di stabilire relazioni significative quanto invece lo permettono la creatività, la poeticità e l’emotività espressa.

La conoscenza acquisita con fatica e sudore, modestia e umiltà, sincerità e creatività prevale su quella acquisita con arroganza e avidità, così come il cibo assunto con moderazione e parsimonia è digerito e metabolizzato più facilmente, risulta più nutriente e sano, e consente l’emergere di sentimenti di affetto e riconoscenza per l’oggetto che nutre.

Bibliografia

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Wilfred Rupert Bion (1962) Learning from experience. (trad. it.1972) Apprendere dall’esperienza. Roma: Armando.

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Sylviane Donnio, Dorothée de Monfreid (2004). Mangerei volentieri un bambino. Babalibri.

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Michael Grejniec, Io mi mangio la luna, edizioni Arka

Melanie Klein, Joan Riviere (1969). Amore, Odio e Riparazione. Astrolabio.

Agnes de Lestrade e Valeria Docampo, La grande fabbrica delle parole, Terre di Mezzo editore

Edna O’Shaughnessy (1981). La teoria del pensiero di Bion e le nuove tecniche in analisi infantile. (trad. it. 1995) in: Spillius E.B. (a cura di) Melanie Klein e il suo impatto sulla psicoanalisi oggi. Roma: Astrolabio.

Asha Philips (1999). I no che aiutano a crescere. Feltrinelli.

Giordana Piccinini, Le storie della notte: per una pedagogia dell’albo illustrato (in Hamelin, Ad occhi aperti. Leggere l’albo illustrato, Donzelli editore, pp.179-202).

Lynda Miller, Idealizzazione e disprezzo: le due facce del processo di svalutazione del seno nel rapporto di allattamento. in Giannna Williams, Paul Williams, Jane Desmarais, Kent Ravenscroft, (a cura di) Le difficoltà di alimentazione nei bambini. La generosità dell’accettare. Bruno Mondadori 2006Fabio Negrin, (2004) In bocca al lupo, Orecchio acerbo editore.

Gianni Rodari (1964). La torta in cielo. Einaudi.

Maurice Sendak, Nel paese dei mostri selvaggi, Babalibri.

Donald Winnicott (1936). Appetito e disturbo emozionale. In Donald Winnicott, Dalla pediatria alla psicoanalisi (1975). Martinelli

Donald Winnicott (1965). Sviluppo affettivo e ambiente. Armando.

William Wondriska, Tutto da Me, Corraini editore

Lizbeth Zwerger (Jacob e Wilhelm Grimm), Hänsel e Gretel, C’era una volta… editore


[1] Donald Winnicott (1936). Appetito e disturbo emozionale. In Dalla pediatria alla psicoanalisi (1975). Martinelli.

[2] Tutto ciò ci orienta ad affinare le nostre osservazioni nei confronti di alcuni aspetti della vita relazionale di questi bambini al Nido e a casa. Sappiamo quanto sia importante osservare i bambini non solo a ‘focale ampia’, per esempio rispetto ai progressi nella separazione mattutina, nell’assunzione del cibo, nella accettazione delle proposte di gioco individuale e collettivo, strutturato (attività) o libero, ma anche a ‘focale ristretta’ riguardo le qualità degli oggetti interni e lo strutturarsi delle funzioni dell’Io e di altre capacità come quella di simbolizzare (gioco, linguaggio, disegno) di ciascun bambino.

Dobbiamo concentrare l’attenzione sulla capacità del bambino di entrare in relazione con l’adulto o con gli altri bambini o con gli oggetti, e sulle modalità da lui utilizzate: bocca, occhi, voce, mani corpo, mente, e al tempo stesso cercare di monitorare la qualità della relazione oggettuale interna osservando come varia nel tempo la flessibilità delle difese, per esempio nei confronti della relazione di nutrimento. La qualità dell’internalizzazione può essere monitorata rilevando la capacità di memoria, la capacità di agire e rispondere a richiami affettivi, la capacità di riconoscimento di bambini o adulti altri rispetto a quelli di riferimento; la capacità di discriminazione/fedeltà, la reattività alla separazione, la dimostrazione di ricerca vicinanza, la capacità di pensiero, lo sviluppo del linguaggio, la capacità di gioco simbolico, e infine l’evidenza di fantasie inconsce che emergono attraverso il gioco.

[3] Melanie Klein, Joan Riviere (1969). Amore Odio e Riparazione. Astrolabio.

[4] Bruno Bettelheim (1976). Il mondo incantato. Uso, importanza e significati psicoanalitici delle fiabe. Feltrinelli.

[5] Gianni Rodari (1964). La torta in cielo. Einaudi.

[6] Donald Winnicott (1965). Sviluppo affettivo e ambiente. Armando.

[7] Asha Philips (1999). I no che aiutano a crescere. Feltrinelli.

[8] Sylviane Donnio, Dorothée de Monfreid (2004). Mangerei volentieri un bambino. Babalibri.

[9] Sigmnud Freud (1938). Compendio di psicoanalisi. Bollati Boringhieri.

[10] Bruno Bettelheim (1976). Il mondo incantato. Uso, importanza e significati psicoanalitici delle fiabe. Feltrinelli.

[11] Bion WR (1962) Learning from experience. (trad. it.1972) Apprendere dall’esperienza. Roma: Armando.

O’Shaughnessy E (1981). La teoria del pensiero di Bion e le nuove tecniche in analisi infantile. (trad. it. 1995) in: Spillius E.B. (a cura di) Melanie Klein e il suo impatto sulla psicoanalisi oggi. Roma: Astrolabio.

[12] Tale affermazione potrebbe essere messa in discussione dalla constatazione che nei reparti di terapia intensiva neonatale alcuni neonati prematuri sono nutriti attraverso il sondino naso gastrico nella solitudine autistica dell’incubatrice o della culla termica. In realtà anche quest’atto infermieristico non prescinde da un’intensa relazione emotiva ancorché spesso scissa. D’altra parte tale condizione spesso compromette la possibilità che si avvii una corretta relazione di dipendenza tra il bambino e chi lo nutre con pesanti ripercussioni sia sul piano dell’assunzione del cibo e dell’aumento ponderale del neonato sia sulle future capacità di apprendimento.

[13] Lynda Miller, Idealizzazione e disprezzo: le due facce del processo di svalutazione del seno nel rapporto di allattamento. in Giannna Williams, Paul Williams, Jane Desmarais, Kent Ravenscroft, Le difficoltà di alimentazione nei bambini. La generosità dell’accettare. Bruno Mondadori 2006