Stefano Fregonese. Il 24 giugno sera, presso il giardino di via Santa Croce 15 a Milano, Giorgio Masciocchi, accompagnato dalle improvvisazioni alla fisarmonica di Guido Baldoni, ha letto poesie e testi sull’infanzia e il rapporto adulto bambino di Rilke, Merini, Savinio, Pessoa, Saba, Yehoshua e Pasolini. L’idea che ha dato forma a questa serata nasce molto tempo fa durante pacate e un po’ pigre conversazioni su alcuni autori molto amati dalla Pi: Tolstoj, Rilke, Saba e la Merini solo per dirne alcuni. “Bisognerebbe – diceva la Pi – assemblare un manuale di pedagogia e psicologia infantile a partire dalle testimonianze letterarie ricche e profonde sull’infanzia, dalle quali le nostre giovani colleghe avrebbero molto da apprendere”.

Nei testi letterari è presente ciò che nei testi scientifici spesso manca perché un’esperienza di apprendimento si possa dire completa: l’emozione; la capacità di trasmettere e suscitare emozione. Certo, gli autori che parlano della propria esperienza pur in termini scientifici sono in grado di trasmettere al lettore profonde emozioni insieme a precise indicazioni su teorie e metodi, ma già la manualistica universitaria è asetticamente priva di stimolo emotivo; perciò è noiosa e in gran parte inutile.

Se leggiamo un manuale sulle teorie psicoanalitiche di funzionamento dei gruppi lo troviamo vanamente incomprensibile ma se leggiamo Esperienze nei gruppi di Bion già ci appassioniamo, perché in ogni riga traspare lo sforzo di contenere e concettualizzare emozioni forti provate da uno psichiatra che si trovava a fronteggiare le menti devastate dagli orrori della guerra. Se poi leggiamo Il signore delle mosche di William Golding, solo allora siamo messi nella condizione psicologica di vivere i processi emotivi che muovono un gruppo di bambini lasciati soli, in un’isola deserta o in un parco cittadino, e li comprendiamo.

Così, penso, leggendo Infanzia di Rilke riusciamo a comprendere, nel senso di tenere insieme le emozioni rimosse – ma latentemente presenti, che ci accompagnano da tempi ormai lontani, da quei lunghi pomeriggi dell’infanzia – e la realtà attuale dei nostri bambini, i cui struggimenti e malmostosità pomeridiane cerchiamo sbrigativamente di risolvere magari iscrivendoli a un laboratorio creativo.

E, pensiamo di risolvere facilmente il problema del tempo riempiendolo di cose da fare; mentre, forse, ci ammonisce Rilke ne Il bambino, non lo aiutiamo, come lui più profondamente ci chiede, a sostenere il peso del tempo che è più greve per un bambino rispetto a un adulto che l’ha già in buona parte dilapidato.

Leggendo Umberto Saba, un poeta che amiamo insieme alla sua città, alla sua libreria, e alla sua difficile infanzia, siamo molto aiutati a capire l’infanzia come dimensione inalienabile dell’individuo rispetto alla quale, paradossalmente e dolorosamente, siamo chiamati a fare il lutto. I verdi paradisi dell’infanzia sono perduti ma basta, con Pessoa, udire i bambini giocare per ritrovare l’intimo e più vero contatto con sé stessi, non con una dimensione idealizzata del passato, ma con il sé più integro del presente.

Certo molto lavoro psichico è richiesto per emanciparsi dalle schiavitù dell’infanzia di cui parla Pasolini nella lettera alla madre, e per ritrovare quel bambino, o più precisamente quel rapporto mamma-bambino, che nell’adulto svolge la fondamentale funzione psichica, di cui, credo, parli Alda Merini, di legame tra intelligenza del mondo esterno e del mondo interno.

Il bambino, cui si rivolgono poeti e scrittori, è a un tempo il bambino che siamo stati e il bambino di cui siamo genitori. In entrambi, i casi si tratta di una presenza dinamica, sempre in movimento, un frontaliero che varca con facilità i confini che nel tempo hanno delimitato i nostri spazi mentali e reali.

I bambini, ancor prima di nascere, abitano la mente dei genitori con la stessa mobilità con cui da adolescenti andranno avanti e indietro per casa. Da bambini entrano nella mente dei genitori e si appropriano di pensieri, memorie ed esperienze; le fanno loro, e spesso li sorprendiamo a percorrere a modo loro solchi tracciati in altri tempi dai noi genitori.

L’inconscio, l’inconscio materno o paterno: non sapremmo trovare parole per definire qualcosa di cui l’esistenza di un bambino è intrisa, il mare in cui nuota, come tutti i neonati, in perfetta apnea, con gli occhi spalancati a scrutare quell’azzurro acquoso che rifrange tutta la luce del mondo e tutta la sua oscurità.

E, in quel mondo liquido è sciolto tutto il sapere del mondo, e di tutto quel sapere alcune sono gocce distillate in anni e anni – gli anni della vita dei genitori – di prove ed errori, di tentativi andati e di quelli andati male, di esperienze improvvise d’attimi colti, e grandi occasioni sfuggite d’un soffio, di sogni impossibili, di proposte indecenti, di onde anomale di autodistruttività, di passioni strabordanti, di esondazioni emotive, di piccoli insignificanti dettagli, e di teorie generali sulla vita e la morte, di pendoli esistenziali e adrenaline notturne, di albe soffuse, di dolori del corpo e perturbazioni emotive. E al bambino basta succhiare una di queste gocce per trovarsi proiettato in emozioni non sue, ma che gli appartengono quanto lui appartiene a loro.

Il bambino, come contatto con una dimensione psichica che ci arricchisce pur facendoci soffrire e tribolare, bussa alla nostra porta quando meno te lo aspetti. La casa della nostra adultità è messa a soqquadro dalla sua improvvisa presenza. Può durare un istante o tre lunghi giorni, o tutto il tempo necessario per crescere i nostri figli, una vita intera. Che la si guardi dal punto di vista dell’adulto o da quello del bambino si può manifestare come una tragedia.

Savinio e Yehoshua ci fanno capire che la tragedia dell’infanzia nasce dalla perduta capacità dell’adulto di tenere con leggerezza tra le mani il filo che lo lega al meriniano aquilone della fantasia e a tutte quelle altre cose leggere e vaganti di cui sono fatti i pensieri dei bambini.