essere e avereLetizia Rampani. “Être et avoir”, “Essere e avere” è un film-documentario girato in Francia, a Saint Etienne sur Usson, nel dipartimento del Puy-de Dôme dell’Auvergne, zona rurale montuosa nel Massiccio Centrale Francese, durante il periodo che va dal dicembre 2000 al giugno 2001. Protagonisti di questo film sono il maestro George Lopez e 13 ragazzi, di età comprese tra i 4 e gli 11 anni, che fanno parte di un’unica classe. Di 60 ore di filmato il regista Nicolas Philibert ha tratto 104 minuti di documentario, vincendo il premio César per il miglior montaggio.

“Essere e avere”, titolo della pellicola, richiama subito alla mente il noto saggio del filosofo e sociologo Erich Fromm, “Avere o essere?” (1976), in cui l’autore concepisce l’essere e l’avere come due modalità fondamentali d’esistenza, due diverse maniere di atteggiarsi nei propri confronti e in quelli del mondo, due diversi tipi di struttura caratteriale. Fromm propone all’uomo contemporaneo la scelta netta tra due categorie: l’avere, dominante nella società consumistica, o l’essere, cui la nostra stessa società dovrebbe aspirare. Fromm critica profondamente la modalità esistenziale dell’avere, che ha sì indotto l’uomo a possedere le cose, ma ha anche fatto sì che le cose possedessero l’uomo. Essere, avere, sono quindi diventati nel linguaggio comune due verbi (e concetti) alternativi, una scelta inconciliabile: si tiene alla propria essenza e personalità, oppure si possiedono cose, poteri, persone.

Il titolo del film, “Essere e avere”, in cui i verbi sono posti non a caso tra congiunzione coordinativa e non disgiuntiva, indica invece la possibilità di conciliare i due elementi in un’armoniosa esistenza, non mutilata; equivale insomma a mantenere intatta la propria essenza di uomini, ciascuno con le proprie caratteristiche e la propria storia, che allo stesso tempo possiedono, al di là di oggetti materiali, la facoltà di pensare, i valori, i principi normativi, i criteri di condotta, le abilità pratiche e strumentali, la conoscenza di metodi conoscitivi e schemi di pensiero, in una parola le componenti del processo di socializzazione apprese anche attraverso l’istituzione scolastica (educazione, formazione e istruzione).

Essere e avere sono i due verbi ausiliari la cui declinazione è studiata a scuola come base per la formazione di tutti gli altri verbi: richiamano, simbolicamente, l’importanza delle basi del percorso scolastico per tutta la vita futura, scolastica e lavorativa, dei piccoli alunni.

Il film, in lingua originale con sottotitoli, esordisce con le immagini di una mandria di buoi sotto una bufera di neve, un’aula scolastica vuota, due tartarughe che camminano sul pavimento dell’aula, un mappamondo, infine l’ingresso del maestro, ormai prossimo alla pensione, insieme ai suoi piccoli alunni. Essi giungono a scuola con un pulmino, che attraversa la campagna francese in un clima nevoso e ostile. Sono immagini di una natura che si muove con lentezza, di un clima pressoché immobile, di oggetti che solo se animati da pensieri e fantasie possono riempirsi di senso e di significati. Educare non è un cammino che può essere intrapreso con immediatezza e facilità, è un percorso che richiede preparazione e capacità di allestire uno spazio accogliente, fuori e dentro di sé.

L’aula scolastica ha un’aria molto gradevole. Vi sono diverse zone di lavoro, i banchi sono disposti a gruppi, il materiale scolastico è a disposizione di tutti al centro dei tavoli; numerosi libri sono su mensole alla portata dei bambini, è presente anche un divano per i momenti di relax. Infine c’è la lavagna e la scrivania del maestro, dietro la quale egli si siede ben di rado, in quanto è sempre vicino ai tavoli degli alunni per poterli consigliare o guidare.

La giornata scolastica inizia al mattino e termina nel tardo pomeriggio. Nel film sono presentate molte attività che gli alunni svolgono durante l’anno, ma l’elemento caratterizzante di esse è che sono sempre almeno due diverse contemporaneamente: una è pensata per i sei ragazzi di 9-10-11 anni, l’altra per i cinque bambini in età prescolare (4-5-6 anni). Il maestro gestisce entrambi i gruppi, che sono seduti in due quartieri separati, con grande competenza e flessibilità. Durante un dettato dell’insegnante al gruppo dei grandi, ad esempio, i piccoli disegnano, mentre chiacchierano tra loro sottovoce chiedendosi: “Tu sei mio amico?”.

Le attività scolastiche sono spesso basate sullo sperimentare qualcosa facendo. I bambini e i ragazzi cucinano in classe, il maestro fa rompere le uova ai più piccoli, permettendo loro di sbagliare e sporcarsi, e nella cucina della scuola fa provare ai grandi a girare l’omelette. Chi ci riesce ha il senso di una vera e propria vittoria ed è elogiato da tutti i compagni.

Due bambini molto piccoli sono lasciati liberi di tentare di fare fotocopie, nonostante il compito sia arduo e la fotocopiatrice sia troppo alta per la loro statura.
L’elemento che caratterizza le giornate dei ragazzi è la collaborazione e il reciproco aiuto, specialmente dei più grandi nei confronti dei piccoli. I ragazzi sono chiamati a dare un buon esempio di comportamento, ad affiancarsi al tavolo dei più piccoli per fornire spiegazioni o aiuti pratici, ad aiutare e a coinvolgerli nel gioco libero.

L’efficacia educativa delle “classi aperte” e della “scuola attiva” è stata sperimentata da Mario Lodi, che dopo l’incontro con il Movimento di Cooperazione Educativa e Célestin Freinet studia la didattica di J. Dewey e l’esperienza innovatrice della scuola di Codignola. La scuola di Mario Lodi s’ispira a una “pedagogia della collaborazione”; come scrive Anna Masala nella sua biografia (2007): “Nel contesto della classe cooperativa l’atmosfera di amicizia e di collaborazione si contrappone all’egoismo individualista…”. Lo strumento didattico principale è la conversazione: “Solo dando la parola ai bambini, essi sono stimolati sia a raccontare sia ad ascoltare ed è così che nasce e si sviluppa lo spirito democratico”. Lodi, (Masala, 2007), “tende a realizzare la comunità scolastica come una piccola società di uguali – diversi e, anche in questo caso, intende la democrazia come valorizzazione del singolo (bambino) nel contesto della comunità (gruppo classe)”.

Freinet, capostipite dell’attivismo francese, da cui il maestro di Saint Etienne sur Usson certamente attinge molto del proprio pensiero didattico e pedagogico, aveva una formazione marxista che lo portava a credere nella scuola come unica possibilità di riscatto sociale per tutti gli uomini attraverso l’esercizio della parola, la sollecitazione delle strutture cognitive, l’attività manuale, forma anch’essa di cultura e di sviluppo di conoscenza. Freinet aderiva a un pensiero pedagogico che pone al centro del processo educativo il bambino, con i suoi interessi, le sue aspirazioni, i suoi bisogni; il che significa una concezione dell’educando come soggetto attivo e interessato. A tal scopo, per Freinet, deve esserci continuità tra scuola e vita. Per assecondare il naturale sviluppo del bambino e per suscitare il suo interesse, l’alunno deve poter fare e sperimentare, non semplicemente ascoltare e riprodurre modelli già costituiti. In questo senso Freinet parlava anche di una “pedagogia del buon senso” (Freinet, 1962), in cui la natura e la realtà rurale danno insegnamenti alla scuola e ai suoi educatori, e di una “pedagogia popolare” (Freinet, 1966), in cui l’educatore, interessandoli, coinvolge tutti i suoi alunni e offre tutti gli strumenti per la loro “liberazione”.

Vi è nel film un episodio, che ha come protagonista un bambino di 4 anni, Jojo. Agli alunni è richiesto di colorare un disegno entro un tempo stabilito. Jojo perde tempo, si distrae, e il maestro lo richiama più volte al suo compito. Finito l’orario scolastico, il maestro si accorge che Jojo non ha finito il suo compito e gli chiede di terminarlo durante l’intervallo. L’attenzione del maestro verso l’impegno e la costanza posta in un compito affidato richiama alle teorie credenzialiste di Collins, Spence e Goldthorpe (1972; 1973; 1992; cit. Schizzerotto A, Barone C, 2006), in cui è posta molta attenzione all’importanza di un titolo di studio superiore per accedere ad alcuni posti di lavoro più prestigiosi, non tanto perché in possesso di conoscenze maggiori, quanto perché in possesso di ulteriori capacità legate alla motivazione allo studio, alla costanza, alla motivazione ad apprendere. Il maestro intende insegnare agli alunni il valore dell’impegno, della coerenza, l’importanza di portare a termine un compito, di non arrendersi a una realtà che investe poco nell’impegno scolastico, al di là dell’assolvimento dell’obbligo formativo.

Educare è un impegno che richiede la consapevolezza che la conflittualità e l’aggressività appartengono a ogni esperienza sociale. Lo spettatore è invitato a prendere in considerazione questi fenomeni comprendendoli in chiave relazionale. Solo in un secondo momento sono suggerite interpretazioni che comprendono il milieu familiare di appartenenza, il livello di istruzione dei genitori o le loro competenze educative. Durante l’anno scolastico vi sono diverse liti tra Julien e Olivier, due ragazzi di 11 anni: il maestro li chiama insieme a parlare con lui, ascolta le ragioni di entrambi, resta in silenzio a lungo aspettando che Julien che sta piangendo si calmi, cerca di ristabilire l’armonia, non imponendola ma facendola desiderare dagli stessi ragazzi, i quali hanno modo di sentirsi capiti e accettati.

In una scena successiva del film si vede Julien che prepara il pranzo per lui e per la sorella, perché i genitori lavorano e non sono presenti a casa, e in un’altra scena si vede l’intera famiglia di Julien cercare di risolvere insieme a lui alcune moltiplicazioni. La madre lo rimprovera dandogli dello stupido perché non ricorda una tabellina, lo prende persino a schiaffi, poi interviene il padre e anche un altro parente più anziano, il problema diventa una discussione familiare; i parenti non dimostrano di avere maggior competenza del ragazzo, ma nonostante ciò non sono molto morbidi nei suoi confronti. Alla scarsità di risorse economiche di questa famiglia fa forse eco una minor disponibilità d’identificazione dei genitori nei riguardi del figlio che pure condivide le loro stesse difficoltà.

Un aspetto che caratterizza la vita di questa comunità scolastica è la natura circostante, e insieme la vita nei campi come compito appreso fin da piccoli.

In una scena appare un bambino di 6 anni che riesce perfettamente a guidare un trattore.
Tutti questi episodi richiamano la matrice rurale della società in cui si svolge la narrazione cinematografica. In primo luogo, il fatto di appartenere a una comunità ristretta e con poche famiglie, impone la presenza di un maestro unico per tutte le classi (fatto non così raro in Francia), e quindi un equilibrio scolastico particolare. Gruppi di età diverse possono essere, se ben gestiti e collaboranti, all’interno di una didattica informale, una grande risorsa per l’apprendimento, come dimostrano gli studi sul Cooperative Learning.

In secondo luogo, l’appartenenza a classi medio-basse delle famiglie d’origine dei ragazzi, secondo l’ipotesi della selezione differenziale, come affermano Bourdieu e Passeron (1964; 1970; cit. Schizzerotto A, Barone C, 2006), influenza i livelli di riuscita nello studio e la capacità di sostenere i costi, diretti e indiretti, della frequenza scolastica e sulla propensione a investire in istruzione. Il capitale culturale in possesso degli allievi inoltre non è adeguato ai codici attesi in sedi scolastiche. Secondo la teoria della “New sociology of education”, invece, è centrale il ruolo degli insegnanti nelle interazioni tra essi e gli alunni. Gli studenti di classi sociali basse possiedono una cultura che ha la stessa dignità di quella dei compagni di classi sociali medio-alte; ma è la cultura di appartenenza degli insegnanti, i loro orientamenti valoriali, i modelli di condotta che portano gli stessi a giudicare in modo sfavorevole gli atteggiamenti e i comportamenti degli alunni dei ceti meno avvantaggiati.

A mio parere solo la prima teoria si può in parte applicare alla situazione sociale presentata nel film, in quanto appare abbastanza evidente la difficoltà, da parte di alcuni genitori, di sostenere i costi anche economici che comporta la prosecuzione del percorso scolastico dopo la quinta classe. E’ pur vero che si nota, in maniera tangibile, nello sforzo di risolvere i compiti scolastici insieme ai figli, la volontà di riscatto dalla classe sociale medio-bassa, e quindi una positiva mobilità intergenerazionale.

Il maestro cerca di mettere sempre a contatto i suoi allievi con la natura e il cambiamento delle stagioni. L’istruzione e l’educazione sono proposte a partire dalla realtà peculiare dell’ambiente di vita dei ragazzi. I contenuti didattici si armonizzano con le esperienze concrete. In questo modo gli alunni possono fare esperienza diretta che la conoscenza non è un fatto meramente libresco, ma che il vero apprendimento si realizza quando l’insegnamento è capace di mettere a disposizione nuovi significati sulla realtà che ci circonda.

I bambini sono liberi di giocare sotto la neve, di prendere il bob e scivolare lungo i pendii della campagna circostante; durante la bella stagione la lezione si svolge all’aperto.

L’insegnante è ripreso mentre pulisce il giardino della scuola e successivamente una voce fuori campo gli chiede le sue origini e lui spiega che proviene da un mondo contadino dove aveva raggiunto con difficoltà il sogno agognato del diploma: è quindi egli stesso un rappresentante di una mobilità possibile tra classi sociali.

Una scena molto significativa inquadra il maestro mentre dialoga con la madre di Nathalie, una ragazza di 11 anni. Le spiega le maggiori difficoltà che la ragazza incontra nei problemi di matematica. Sprona la madre ad aiutarla, soprattutto ad aprirsi al dialogo, ma senza mai forzare la figlia. Nathalie ha difficoltà nell’esprimere le sue esigenze e le sue emozioni, resta quasi sempre in silenzio specialmente in famiglia, ma col maestro riesce a instaurare un dialogo che la porta a sfogarsi, a piangere, a spiegare che ha paura dei cambiamenti e non vuole lasciare la scuola primaria. Il maestro è per lei una figura di riferimento soprattutto umana, capace di parole consolatorie ma non zuccherose, capace di dare e promettere un sostegno vero, anche alla fine del percorso scolastico. Il maestro la esorta a proseguire gli studi, guardando al futuro, aprendosi alla vita che è fatta di cambiamenti.

Lo stesso dialogo aperto e non banale avviene con Julien, che racconta del padre in ospedale da due settimane. Il maestro lo ascolta, riflette, e conferma l’impotenza che tutti abbiamo di fronte alle malattie, dimostrando affetto e attenzione nei confronti del suo alunno.

Come afferma S. Fregonese nel volume “Le tracce dei bambini” (2011): “Durkheim ci ricorda che, in quanto educatori, «abbiamo motivo di spaventarci per l’ampiezza del nostro potere» sul bambino a causa della superiorità della nostra cultura e della nostra esperienza. […] La storia della moderna pedagogia è la storia della costante acquisizione di strumenti teorici capaci di sostenere il rispetto della verità di cui ogni bambino è depositario; è la storia della costante ricerca di buone pratiche volte a rispettare la cultura di cui ogni bambino è portatore: non solo la cultura della famiglia e del microcosmo sociale da cui proviene, ma anche e soprattutto la cultura dell’infanzia di cui egli è primo rappresentante. In tempi relativamente recenti, entrambi questi aspetti – la natura reciproca della relazione educativa e il rispetto della cultura del bambino – sono stati riconosciuti come presupposti per una corretta relazione educativa da un grande educatore italiano: Lorenzo Milani”.

Don Lorenzo Milani, maestro di Barbiana, riflette così sulla figura dell’insegnante (pensiero raccolto da M. L. Ognibene e C. Galeotti tra le voci dell’Ideario, 2007): “Spesso gli amici mi chiedono come faccio a far scuola e come faccio ad averla piena per dodici ore al giorno e anche la domenica. Insistono perché io scriva per loro un metodo, che io precisi i programmi, le materie, la tecnica didattica. Sbagliano la domanda, non dovrebbero preoccuparsi di come bisogna fare per fare scuola, ma di come bisogna essere per poter fare scuola… Bisogna avere idee chiare in fatto di problemi sociali e politici… Bisogna ardere dall’ansia di elevare il giovane al livello superiore… L’insegnante deve essere, per quanto può, profeta, scrutare i segni dei tempi, indovinare negli occhi dei ragazzi le cose belle che essi vedranno chiare domani e che noi vediamo solo in confuso. Da un insegnante così sono disposti ad accettare di tutto: divisioni a tre cifre, verbi, storia, politica, teologia, scenate, malumore, look”.
Ogni percorso educativo deve tener conto della necessità di giungere a un commiato. Separarsi è un’esperienza di crescita fondamentale, dal punto vista pedagogico, mentale, sociale. Gli itinerari scolastici prevedono una loro conclusione, l’apertura a nuovi traguardi, l’avvio di nuove conquiste. Un buon maestro si prepara e prepara la sua classe al saluto.

Verso la fine del film, dopo aver portato gli alunni in visita alla scuola media, per potersi ambientare meglio l’anno successivo, il maestro parla ai bambini del suo pensionamento imminente. Spiega loro che si sarebbe trasferito anche dall’abitazione assegnatagli dallo Stato nella scuola a un’altra, forse non nello stesso paese, ma comunque vicina. Egli è molto legato ai suoi scolari e si comprende dalle sue parole come gli dispiaccia staccarsene. Il maestro è paziente, aiuta, consiglia, dialoga con parole ponderate e mai banali, rispetta sempre i tempi di risposta dei ragazzi, ha un’aria autorevole ma non autoritaria: in tutto il film non lo si sente mai alzare la voce. L’ultimo giorno di scuola i bambini lo salutano dandogli un bacio che è segno d’affetto, d’amicizia e di ringraziamento.

Se la misura di ciò che si è ricevuto è sufficiente, se gli insegnamenti hanno saputo trasmettere non solo contenuti ma anche affetto, promuovendo la fiducia nelle proprie possibilità, allora è possibile guardare al percorso fatto con gratitudine e aprirsi al futuro con speranza.