WP_001666In occasione del Convegno “Maggio 13: La città si prende cura dei suoi bambini”, è stato pubblicato a cura di Spaziopensiero, sul numero “Bambini a Milano speciale convegno  2013″ di Bambini, rivista di pedagogia, l’articolo che, visto l’interesse suscitato, qui riproponiamo.

di Stefano Fregonese, Alessandra Rampani, Claudia Maspero (Psicoterapeuti psicoanalitici, supervisori, membri équipe di coordinamento Sistema Nidi Spaziopensiero)

Angela Donatacci, Alessia Giangrasso, Francesca Esposito (Coordinatrici/educatrici, membri dell’équipe di coordinamento Sistema Nidi Spaziopensiero)

Dalla progettazione alla ricognizione dei percorsi educativi

Il gruppo di pedagogiste, psicologhe e psicoterapeuti di Spaziopensiero opera ormai da una decina d’anni con particolare attenzione ai bambini e ai genitori sotto i tre anni. Nel progetto di Spaziopensiero sono confluiti saperi e prassi maturati in tre ambiti diversi – educativo, ospedaliero e clinica psicoanalitica. Questo gruppo che fa della riflessione, della cura di sé e della formazione le basi per garantirsi quel minimo di salute mentale necessario per prendersi cura di altre persone, ha intrapreso negli anni  un’originale ricerca riguardo le specificità dell’azione educativa e pedagogica nella prima infanzia.

Abbiamo chiamato questo approccio pedagogia ricognitiva nell’intento di sottolineare la necessità di porsi dinanzi al bambino sotto i tre anni senza memoria e senza desiderio (Wilfred R. Bion) senza progetti e preconcetti ma con una grande disponibilità a farsi attraversare dalle sue istanze emotive e cognitive, dalla sua pulsione epistemofilica (Melanie Klein), permettendogli di divenire il nostro maestro (Mario Lodi) riguardo i suoi reali bisogni di crescita psichica e fisica, riservando all’adulto il lavoro di ricognizione delle tracce lasciate dal bambino nello svolgimento dei propri compiti evolutivi.

Per meglio comprendere cosa intendiamo parlando di modello Spaziopensiero ci sembra opportuno operare una distinzione tra progetto e percorso anzi, percorsi educativi, strumenti che strutturano il lavoro nel corso dell’anno. Sono elementi integrabili in uno stesso programma di lavoro anche se caratterizzati da un diverso sviluppo nel tempo: il progetto è programmato in anticipo mentre il percorso educativo si fa cammin facendo ed è rilevato ex post nel lavoro di ricognizione pedagogica svolto sulla base della documentazione acquisita.

Assumiamo che il milieu educativo professionale si componga di diversi elementi: strutturali, relazionali, educativi. Se, per organizzare gli elementi strutturali, la struttura architettonica del Nido, l’organizzazione degli spazi, l’organizzazione della giornata, il modello organizzativo del lavoro, è necessaria un’attenta progettazione, difficilmente lo stesso approccio si potrà avere nei confronti degli elementi relazionali, quali per esempio i rapporti con le famiglie o le prassi di ambientamento la cui gestione deriva da competenze acquisite con l’esperienza ma che sono declinate nell’hic et nunc della relazione attuale e che sono mantenute tramite il lavoro di supervisione in équipe. Egualmente per ciò che riguarda gli elementi educativi: attività e compiti si organizzano nel tempo in percorsi educativi.

Necessariamente, l’impostazione del lavoro educativo tiene conto della compagine di bambini e genitori presente nell’anno in corso, delle loro caratteristiche individuali e culturali. Tiene conto delle risorse disponibili e della loro distribuzione. È influenzato dal clima sociale, economico e culturale del micro periodo storico in cui operiamo.

Perciò, la declinazione dell’approccio Spaziopensiero sulla realtà del Nido Comunale d’Infanzia Jan Palach tiene conto delle specificità di tale realtà: aperto a settembre 2011, il Nido sorge in un nuovo quartiere alla periferia sud di Milano. Può ospitare fino a 72 bambini, dai 3 ai 36 mesi, sebbene attualmente ne accolga 62. Il rapporto educatrice:bambino è 1:6, migliore rispetto alla normativa regionale.

Il Nido è caratterizzato da ampi spazi dei quali ci siamo proposti un uso modulare. La suddivisione degli spazi determina alcune scelte organizzative che hanno un’evidente ricaduta sui processi pedagogici. Il nostro proposito è stato di procedere nell’allestimento degli spazi rispettando l’uso degli stessi proposto dai bambini. Attraverso l’azione del muoversi, il bambino ‘costruisce’ l’ambiente che lo circonda mettendo in rapporto tra loro forme, spazi e persone. Bisogna che al bambino sia concesso di muoversi in ambienti che si prestino a essere compresi e riempiti di significati invece che progettati e riempiti di cose. I ritardi con cui sono stati consegnati gli arredi ci hanno paradossalmente aiutato.

Come educatori, dobbiamo trovare il giusto equilibrio nell’allestimento degli spazi che il bambino va ad abitare, il giusto equilibrio tra spazi già strutturati e spazi apparentemente vuoti nei quali egli possa tracciare i propri personali percorsi. Nell’immaginare, costruire e rappresentare il Nido come ambiente abitabile dal bambino dobbiamo ricordarci di lasciare al bambino stesso la possibilità di compiere il medesimo processo di immaginare, costruire e rappresentare lo spazio dove vive molte ore della sua giornata, dove negli anni affina la sua capacità di simbolizzare, prima attraverso l’erranza e la percorrenza degli spazi, poi attraverso il racconto delle vicende che vi accadono.

In particolare, nel Nido Jan Palach gli spazi sono articolati in luoghi che permettono al bambino di sperimentare la realtà attraverso l’immaginazione. Nell’allestire gli spazi l’educatrice rimuove tutti quegli ostacoli fisici e mentali che, impedendo l’esplorazione, limitano la possibilità di trasformare lo spazio in un gioco da utilizzare a proprio piacimento, uno spazio da vivere collettivamente e dove sperimentare comportamenti alternativi, dove perdere il tempo utile per trasformarlo in tempo ludico-costruttivo e perché no, anche poetico.

I bambini sono accolti in 4 gruppi sebbene durante la giornata le attività intraprese e i giochi spontanei inducano l’articolazione di diversi sottogruppi; l’attenzione delle educatrici ai desideri dei singoli bambini e l’opportunità di far loro sperimentare i diversi aspetti dello sviluppo individuale determina il passaggio da un gruppo all’altro.

Particolare attenzione è prestata al lavoro con i genitori. In un’ottica di dialogo, confronto e partecipazione delle famiglie alla vita del Nido, sono offerte occasioni in cui si costruiscono insieme le basi per un rapporto di fiducia che favorisca la crescita del bambino. Cerchiamo di promuovere la partecipazione dei genitori con modalità diverse e differenziate: incontri serali di gruppo, laboratori, giornata al Nido, colloqui individuali, percorsi educativi genitore/bambino.

Osservazione[1], documentazione e ricognizione dei percorsi educativi

La documentazione dei percorsi educativi assolve diverse funzioni: raccogliere tracce, iniziare una prima organizzazione di materiali diversi che si accumulano, registrare eventi, condividere osservazioni, predisporre materiale per una ricerca, archiviare elementi utilizzabili in futuro[2] (Ferraris, 2009, p.250) Tale lavoro è parte di un processo di accumulo di conoscenze o di dati grezzi utilizzabili per costruire nuove conoscenze. Come avviene questo processo? Molti studiosi sono concordi nel sostenere che «l’accumulo della conoscenza avvenga per linee spezzate, anziché continue; attraverso false partenze, correzioni, dimenticanze, riscoperte; grazie a filtri e schemi che accecano e fanno vedere nello stesso tempo»[3] (Ginzburg, 2006, p.111).

L’approccio ricognitivo si fonda su una concezione del Nido come ambiente di apprendimento strutturalmente diverso dalla Scuola. Mentre nella Scuola – da quella d’Infanzia all’Università – prevale la concezione curriculare di accumulo della conoscenza che prevede una progressione lineare scandita da step, il modello di apprendimento proprio del Nido rientra tra i sistemi di apprendimento a intelligenza diffusa e condivisa, un’intelligenza che non risiede nell’individuo ma nella relazione affettiva (transferale) su cui si struttura la relazione formativa, educativa e di apprendimento. Il problema risiede nella possibilità di documentare questo intricato reticolo di esplorazione e costruzione delle conoscenze. Nei propri percorsi evolutivi il bambino lascia tracce dei propri bisogni e apprendimenti così come l’educatrice lascia tracce dello svolgimento dei propri compiti educativi e delle domande di approfondimento che tale attività suscita. La traccia è il primo elemento dal quale partire per la ricognizione dei percorsi educativi.

Se si assume questo modello si accetta il passaggio dal paradigma della progettazione/prescrizione a quello della iscrizione/descrizione; da un paradigma fondato sulla gerarchia e l’autorità a un paradigma fondato sulla reciprocità e la condivisione; da uno fondato sulla continuità e la linearità a uno fondato sulla discontinuità e una certa, apparente, casualità.

Le tracce lasciate dai bambini e dalle educatrici sono molteplici, il problema è rilevarle. Assodata la difficoltà se non impossibilità che esse possano essere deposte e raccolte in una successione coerente e ordinata, dobbiamo assumere che la coerenza debba essere ravvisata ex post, ricostruita attraverso il lavoro di ricognizione. Ciò che ci orienta in questa realtà frammentata e composita, è il filo del racconto. Il filo del racconto si dipana piano, piano nel corso dell’anno dal groviglio di emozioni che caratterizza il periodo di ambientamento e integrazione dei nuovi bambini e rispettivi genitori nel gruppo formato da chi ha già frequentato il Nido l’anno precedente.

L’azione pedagogica ricognitiva consiste, dunque, nell’attribuzione di senso all’esperienza educativa una volta che essa ha avuto luogo attraverso a) la definizione di un contesto spazio-temporale in cui essa è avvenuta (definizione di setting educativo: ambiente di apprendimento + unità temporale dell’evento educativo), b) la rappresentazione della rete di eventi educativi che si sono succeduti, affiancati, accumulati all’interno del setting educativo, c) l’individuazione di elementi di continuità logica e affettiva, d) il controllo della coerenza tra azione educativa, compito educativo e compito evolutivo del bambino.

I metodi operativi sono l’osservazione e la documentazione. Riguardo il primo – l’osservazione psicoanalitica del bambino -, gli strumenti utilizzati, sia durante lo special time in cui essa ha luogo, sia durante la discussione in équipe del relativo protocollo, sono quelli della analisi del transfert e del contro-transfer. Questi fenomeni, transfert e controtransfert, propri di ogni relazione interpersonale, sono stati ampiamente descritti e discussi da Freud in poi. La loro analisi, se correttamente applicata, si rivela utile non solo nel contesto clinico ma anche in quello educativo; diventa necessario equipaggiamento di ogni operatore impegnato in una relazione educativa; consente di maturare un superiore grado di consapevolezza riguardo i fisiologici processi di condivisione e comprensione degli stati emotivi del bambino – e in particolare del bambino 0-3 anni – che indichiamo con il termine  di reverie.

Il metodo della documentazione ha natura empirica. Esso implica una serie di azioni che non sono necessariamente codificate e che possono cambiare a seconda del contesto educativo e delle progettualità messe in atto. Implica la raccolta di materiale sia in modo sistematico, sia casuale, finalizzato o meno. La stessa osservazione è in un certo senso attività di documentazione.

Entrambe le attività, di osservazione e documentazione, si basano sulla capacità degli operatori di tollerare l’incertezza e l’incompletezza, sulla capacità di procrastinare a un momento non prevedibile e non programmabile la chiusura del sacco entro cui vanno accumulandosi dati e impressioni, esperienze ed emozioni. L’individuazione delle tracce lasciate (dal bambino, dalle educatrici e dai genitori), la loro raccolta in documenti (protocolli, registri, cartelle, schedari, diari, etc.) permette la stesura di casi (racconti, narrazioni, relazioni) in cui le tracce stesse si dispongono lungo il filo del racconto, che avviluppa in un’unica treccia i percorsi evolutivi del bambino e i percorsi educativi che gli sono stati proposti.[4]


[1] Se non specificato altrimenti con il termine osservazione s’intende l’osservazione psicoanalitica del bambino secondo il metodo Tavistock.

[2] Maurizio Ferraris, Documentabilità. Perché è necessario lasciare tracce, Laterza, 2009

[3] Carlo Ginzburg, Il filo e le tracce, Feltrinelli, 2006

[4] I contenuti di questo articolo riprendono in modo sintetico quanto esposto più estesamente nel capitolo 10 Sulle tracce dei bambini

Ricognizione pedagogica e documentazione in Stefano Fregonese, Le tracce dei bambini, Percorsi di pedagogia ricognitiva e nuove esperienze educative nei servizi per la prima infanzia. Libreria al Segno Editrice, 2012