AlinaMarazziStefano Fregonese. ? pi? o meno dai tempi di Everyman che non vado al cinema alle 11.00 di mattina. Il cielo plumbeo e le folate di vento, che spingono la pioggia in orizzontale rendendo inutile l?ombrello e instabile il cappello, mi fanno pensare che invece di scendere in Duomo dovrei proseguire fino a Hampstead, uscire dall?underground fare una capatina da Waterstones, la libreria, proseguire lungo Heath Street e infilarmi sotto l?arco, all?incrocio con Holly Bush Vale. Sul tavolino nell?anticamera appena dopo la biglietteria troverei un bollitore acceso e la bustina di t? come gentile omaggio. E una tazza di t? caldo aiuterebbe in questa primavera pignorata dall?inverno.

In realt? ci fu un periodo, una ventina d?anni fa, in cui, grazie alle soffiate di una cugina, che ai tempi lavorava presso la sede romana della Columbia Pictures, riuscivo a infilarmi alle anteprima per giornalisti che si tenevano in una sala dalle parti della Stazione Centrale. D?inverno ma anche d?estate. Naturalmente nessuno faceva caso che non fossi sulla lista degli invitati, anzi alle volte si scusavano. Un po? come oggi. Ma, i film della Columbia erano piuttosto inguardabili. Perci? la cosa dur? poco. Il film di Alina, invece, ora che scrivo, gi? vorrei rivederlo.

Bench? mi sia seduto davanti allo schermo con il proposito di guardare il film con occhio critico, fin dai titoli di testa mi lascio sorprendere dallo sguardo emotivo. Alina si sa parla di s?. Lo fa con poesia e la poesia a volte ? crudele perch? anela la verit?. Alina prosegue in Tutto parla di te la ricerca intrapresa con Un?ora sola ti vorrei. Una ricerca iniziata in realt? molto tempo prima. L?Arte ? quando un significato intimo e individuale diventa condiviso e sociale, e trova un?espressione esteticamente coerente. L?arte ha tanti modi di manifestarsi. In ogni caso lo sguardo artistico di Alina si posa sulla mente e sul corpo con leggerezza e forza come il gesto di un ballerino, come il gesto di Emma, la protagonista della storia narrata dalle immagini del film. Di storie nel film ne sono narrate tante: sono le storie delle donne intervistate da Alina, storie vere che messe insieme costituiscono la struttura di una fiction.

Una di queste donne ? Emma. Emma ? il fantasma che si muove nella mente di Alina, a cui Alina d? vita. Nel buio della sala cinematografica avrei voluto mettermi a cercare il punto in cui Steffenoni fa dire ad Antonio Lopez che per riuscire davvero a parlare di s? il regista deve far scrivere la propria storia a qualcun altro per poi trasformarla nella finzione del film. Solo cos? si raggiunge il necessario distacco per non rimanere inceneriti dal dolore del ricordo della propria esperienza. Il libro di Steffenoni l?avevo nella tasca del barbour perch? pensavo di restituirlo alla Pi, ma poi ho scoperto che era un regalo e potevo tenermelo. Beh, nel buio della sala non mi sono messo a sfogliarlo, per? che curiosa coincidenza andare a vedere un film e avere in tasca la chiave per interpretarlo scritta per un film di un altro regista da un altro scrittore! Insomma, io penso che Alina riesca ancora a parlare a tutti del proprio dramma rendendolo un?opera d?arte fruibile da ciascuno, anche dagli uomini sebbene si parli solo di donne, perch? piano, piano si distacca dal proprio dolore ma non se ne allontana; anzi, pi? se ne distacca pi? comprende quello di altre donne, primo tra tutti quello di sua madre. Non di sua madre soltanto, di tante madri.

Ben sapendo che era una mia difesa, mentre guardavo il film mi dicevo: pensa se lo vedesse mia figlia, o la mia compagna, le mie colleghe, le mie allieve; oppure le mamme che frequentano i Nidi d?Infanzia dove lavoro; si sa ti difendi da un?emozione forte cercando di condividerla. Troppa felicit? e troppa angoscia cercano condivisione. E in questo film i contenuti sono angoscianti ma la soluzione che trova Alina per parlarne ti rende intellettualmente ed emotivamente felice; perch? ? un modo intelligente. E profondo.

Perch? Alina parla di s? e non lo fa. Insomma mica ti opprime con un discorso autoreferenziale e narcisistico come farebbero molti. Tutt?altro, ti conduce per mano lontano dalla sua esperienza interiore, nel mondo reale, quello di tutti i giorni, dove anche in una strada metropolitana un occhio non distratto, dopo aver visto il film di Alina, diviene in grado di cogliere il dramma negli occhi di una ragazza che spinge una carrozzina e poi non lo fa pi?; come se non ne potesse pi?.

Perch? il film di questo parla. Della fatica immensa di essere madri. Dei tanti attacchi alla maternit?. Di certi modi violenti di diventare madri o di esserne impedite. A volte viene a mancare l?autorizzazione alla maternit?, sembra dire quella ragazza intervistata che racconta con quanta semplicit? e inesorabilit? la propria madre l?abbia esclusa dal club delle madri chiedendole se non fosse stato meglio per lei aspettare a impegnarsi nella gravidanza. E poi la solitudine.

La solitudine delle madri nel primo anno di vita del bambino. Eh s?, Alina sapessi quanto sono d?accordo con te che ci fai ascoltare da una delle donne da te intervistate che a differenza dei paesi del nord Europa in Italia i servizi di sostegno alla maternit? fanno fatica a svilupparsi perch? da noi sono le nonne che gestiscono l?Ufficio Autorizzazioni Maternit?; e detengono il monopolio dei servizi di home visiting. E io sono d?accordo con te Alina perch? ormai da molti anni ci provo a scalfire questo monopolio facendo i gruppi per mamme nei reparti di patologia neonatale, o i centri prima infanzia dedicati a genitori dei bambini nati prematuri, o gli spazi giochi per le mamme a rischio o con depressione post partum, e organizzando l?home visiting per queste stesse madri. E una decina di anni fa, siamo anche riusciti, Alessandra ed io, a ottenere che le donne in attesa di abortire non dovessero attendere d?essere chiamate sulle scale, per poi essere intrufolate nelle sale operatorie come delle clandestine, ma che potessero essere accompagnate da qualcuno in sala d?aspetto e poi fin sulla soglia della sala operatoria: da un compagno, un marito, un?amica. Perch? avevamo capito che uno dei fattori eziologici della depressione post partum era un lutto irrisolto, e non solo quello di una persona cara morta ma anche quello di un bambino non nato. Di un aborto non elaborato. E non solo quello di una madre ma anche quello di una nonna.

E questa cosa della transgenerazionalit? della depressione Alina la mette bene a fuoco. E non in modo banale e didascalico, ma facendo incontrare due donne di generazioni diverse e dolore comune. E mi viene in mente Lisa Miller che gi? trent?anni fa alla Tavistock Clinic dirigeva l?Under Fives? Counselling Service che poi in Italia abbiamo chiamato Servizio Zerocinque, intendendo che le cinque sedute di consultazione sono offerte a famiglie con almeno un bambino sotto i cinque anni, il piccolo che solitamente diviene sintomo di un disagio che origina altrove, spesso in quel nucleo depressivo della madre di cui il figlio o la figlia si fa inconsciamente carico magari per tutta la vita, come Pauline/Charlotte Rampling o Alina Marazzi. E Lisa Miller quindici anni fa ? venuta a Milano a raccontarci che la depressione dopo il parto spesso origina ben prima del parto. E ci ha pure raccontato che forse non ? una questione tutta femminile da cui il padre si pu? chiamare fuori. ?Ce l?ho ancora il fax del 5 novembre del 1997 con il lavoro della Miller che dovevo tradurre in italiano per la conferenza. Naturalmente, la stampa sulla carta chimica ? sbiadita ma l?insegnamento che quelle pagine contengono non lo ?:

?Esiste una depressione post partum ordinaria ? pianto, senso di fragilit? e angoscia. In ci? ritroviamo quelle caratteristiche di vuoto, dubbio e inadeguatezza che assalgono pi? intensamente la madre veramente depressa. La perdita del bambino interno, la perdita dell?assetto di vita precedente, il peso della nuova responsabilit?, tutto contribuisce a produrre un senso di insicurezza. Sar? all?altezza? Sar? una madre sufficientemente buona? E, non meno importante, sar? il bambino un bambino a posto, un bel bambino? O qualcosa potr? andare irrimediabilmente male?

Solitamente, non solo la madre ritrova da s? il proprio equilibrio ma in ci? ? aiutata dal suo bambino. Un bambino vivace, affamato e non troppo ansioso, capace di dormire bene e di mangiare ? l?antidoto ai sentimenti materni di dubbio, inadeguatezza e svalutazione di s?. Ovviamente il bambino ha la propria vita. La madre inizia a credere di non essere una sorta di piccola ragazzina che fa finta di essere cresciuta ma un adulto come la propria madre, una vera madre.

Ma per la madre pi? profondamente depressa la questione rimane aperta ed ella non si convince di aver qualcosa di buono da offrire al proprio bambino. La principale speranza nel desiderare di avere un bambino ? di tipo riparativo; la principale paura ? di un danno irreparabile. La mia esperienza - dice Lisa Miller - mi ha portata a credere che , come tutti d?altronde ci aspettiamo, la depressione post partum grave non appare dal nulla, ma che con una certa attenzione clinica potremmo scoprire un?inclinazione depressiva nel carattere della madre di pi? lunga data.

La madre ? pervasa dalla paura che, poich? non ha nulla di buono da offrirgli, il bambino potrebbe morire. E gi? dietro l?angolo si profila l?incubo che il bambino potrebbe diventare un rimprovero terribile, un persecutore che sussurra: ?Non sei stata capace di darmi da mangiare,? non sei stata capace di fare un bel bambino. Non sei stata capace di essere una madre.? Il passo successivo ? la convinzione nella madre che le proprie pulsioni distruttive ? i sentimenti di invidia e rivalit? nei confronti dei genitori presenti in tutti noi ? hanno vinto, hanno definitivamente prevalso sui desideri costruttivi e creativi. La madre convinta che il pianto del bambino le rimprovera di essere una cattiva madre irrimediabilmente fallita, si sente invasa da desideri omicidi.

Il valore dell?intervento precoce ? di aiutare la madre depressa prima che il bambino la introietti definitivamente come oggetto danneggiato, morente o morto. Se riusciamo a ingaggiarla e a contenere anche solo parte della sua disperazione potremmo essere in grado di riportare in vita la sua capacit? di far uso di ogni possibile aiuto a disposizione nei paraggi. Nella maggior parte dei casi ci? significa coinvolgere il padre del bambino. Quando i genitori si trovano insieme a pensare al bambino la loro relazione adulta ridiventa attiva e la madre smette di sentirsi una ragazzina con un compito troppo grande da affrontare. Quando sente che qualcuno si prende cura di lei, a sua volta pu? prendersi cura del bambino che non viene pi? sentito essere in competizione con i propri bisogni infantili.

Ci? mi sembra il nucleo della maggior parte delle depressioni materne, in particolare le depressioni post partum. Una parte infantile e bisognosa della madre ? risvegliata dalla identificazione con il proprio bambino. Questa parte si sente perduta e abbandonata, preda di angosce primitive di disintegrazione. Il lato adulto ? sopraffatto e dissolto. La madre prova una sensazione di rabbia e risentimento sia perch? si sente mollata da qualcuno che invece dovrebbe aiutarla, sia perch? sente che il suo bambino richiede quelle cure di cui ella ha bisogno. Sentimenti negativi di rifiuto verso coloro che cercano di prestare aiuto e verso il bambino entrano in scena sia a livello inconscio sia a livello di coscienza.

Il miglior antidoto a tutto ci? ? la riattivazione della relazione genitoriale e di coppia, della relazione con un operatore, con una amica, o con un parente. Una relazione dove le angosce infantili, irrazionali e primitive siano tollerate e dove il processo di pensiero possa riprendere a funzionare. [?]

Quando il nostro aiuto ? accettato spesso siamo i primi a sorprenderci degli incredibili progressi che la famiglia fa nel suo complesso. La nascita di un neonato richiede cambiamento, e richiede che ogni membro della famiglia assuma una nuova posizione e abbandoni quella precedente.

La perdita e la separazione inerenti il cambiamento spingono molte madri e in realt? anche molti padri verso la depressione, probabilmente non per la prima volta. Ma la nascita di un bambino rappresenta un?occasione unica per elaborare la depressione e per riemergere con un senso di crescita psichica, per assumere una nuova e diversa posizione nella famiglia interna sulla base di un cambiamento del proprio mondo interno.? [Lisa Miller, 1998]

Insomma, il film di Alina, a mio modo di vedere, mette in immagini, immagini poetiche, comprensibili a tutti, ci? che la psicoanalista inglese cerca di esprimere a parole rivolgendosi prevalentemente a un pubblico di operatori. Ogni singolo punto, con sorprendente corrispondenza. E non potrebbe essere altrimenti perch? le storie raccolte dalle donne davanti alla telecamera o nello studio di consultazione sono le stesse a Torino o a Londra, a Parigi o a Milano; alla fine degli anni ?80 del secolo scorso o ai giorni nostri.

Bibliografia

- Lisa Miller, Infant Observation Applied to Work in an Under Fives Counselling Service and Some Thoughts on Maternal Depression. (L?osservazione del neonato applicata al lavoro in un Servizio Zerocinque e alcune considerazioni sulla depressione materna.) Lavoro presentato a Milano, aprile 1998

- Antonio Steffenoni, Il silenzio sulle donne, Barion, Mursia editore, 2013

- Stefano Fregonese et al. Un modello psicoanalitico di intervento preventivo: il servizio di consultazione zerocinque, Borla 2001