WP_001105Alessandra Rampani. Il colloquio in ambito educativo si propone obiettivi specifici che lo contraddistinguono da altri tipi di colloquio, quali il colloquio di consultazione, la seduta di psicoterapia o di analisi. Allo stesso tempo non consideriamo il colloquio al nido come un momento di valutazione, di comunicazione di acquisizioni o di lacune riscontrate da parte del bambino.

Vorremmo pensare al colloquio con i genitori all?interno di un servizio educativo come un momento di confronto, di dialogo, attorno a un soggetto di comune interesse e attenzione che ? il bambino, il bambino di quei particolari genitori, inserito all?interno di un servizio con caratteristiche proprie.

L?obiettivo ? aiutare i genitori a far affiorare un pensiero condiviso e insieme nuovo del proprio figlio. Insieme, ci preme poter raccogliere dalla famiglia pensieri diversi, per costruire a nostra volta un?immagine di bambino pi? complessa e articolata, nel tentativo di evitare un appiattimento o un?eccessiva semplificazione di come ? o di come potrebbe essere quel bambino.

Non si tratta quindi solo di raccogliere informazioni, ma anche di offrire racconti, esperienze e, a nostra volta, di ascoltare, di tenere a mente.

Un secondo passaggio pu? consistere nell?operare piccoli collegamenti, fra un racconto o un?osservazione e un pensiero, oppure viceversa, fra un pensiero e un?esperienza diretta.

La caratteristica che identifica un colloquio di natura psicologica, inteso in senso psicoanalitico, implica il riconoscimento, l?osservazione e l?interpretazione del transfert all?interno della relazione terapeutica. Il presupposto teorico ? che in ogni relazione, sin dal primo contatto anche telefonico, si attiva un transfert, un passaggio di affetti, sentimenti e proiezioni da parte di chi domanda aiuto verso chi potrebbe offrirlo. Allo stesso tempo, inevitabilmente, si attiva una risposta di tipo emotivo nel terapeuta, che, semplificando, definiamo controtransfert.

Sebbene transfert e controtransfert siano un fatto inconscio, non immediatamente disponibile a un pensiero consapevole, obiettivo della terapia ? il loro disvelamento. La relazione terapeutica diviene il luogo in cui un paziente attualizza le proprie fantasie, angosce e difese. La loro comprensione nella seduta restituisce al paziente la possibilit? di avviare il processo di elaborazione degli snodi cruciali della propria vicenda personale.

Obiettivo del colloquio educativo non ? pertanto l?interpretazione del transfert, che sarebbe fuori luogo e inopportuna perch? non inserita in un contesto di cura. Tuttavia pu? essere molto utile tenere presente che un transfert ? comunque presente, che il genitore che incontriamo ci attribuisce compiti, ruoli, rendendoci depositari di poteri o mandati solitamente a lui stesso inconsapevoli. Una corretta lettura dell?investimento transferale che il genitore opera nei nostri confronti non pu? dunque essere esplicitata ma pu? guidare gli interventi verbali e gli atteggiamenti che usiamo nel corso del colloquio.

Ci? che non ? compreso nel qui e ora del colloquio non ? comunque destinato a essere perduto: il momento della stesura del protocollo ? la prima occasione per tornare con la mente sui contenuti e le emozioni provate nell?incontro. La lettura del colloquio nel corso dell?equipe aiuta poi a evidenziare quanto pu? avere, in alcuni passaggi, reso faticoso il colloquio, traducendolo in termini di angoscia oppure di difesa da essa (del genitore o dell?educatore).

Consapevoli che a ogni appuntamento con il genitore si dispiegano timori, aspettative, speranze o delusioni, l?attenzione al setting rappresenta un valido strumento di aiuto per circoscrivere, per quanto possibile, questi fenomeni, e dare loro un luogo adeguato di espressione.

Ferro (1996) ci offre una prima generale definizione di setting di facile comprensione: ?Il setting costituisce le regole del gioco che devono essere rispettate perch? sia possibile giocare il gioco e sia proprio quel gioco (analisi) e non un altro?[1].

Approfondendo la riflessione in ambito psicoanalitico, Ferro individua quattro quadranti o accezioni prevalenti del setting.

La prima accezione, sulla quale ci soffermiamo, riguarda il setting come insieme di regole formali: regole e condotte che possono essere considerate delle ?invarianti che consentono lo svolgersi di un processo?. Ci si riferisce alla sistemazione della stanza, le modalit? dell?incontro, la regolarit? delle sedute, la durata delle stesse, ecc. In questo senso, il setting rappresenta un elemento di tutela sia dell?analista (permettendogli di contenere le incursioni nella propria vita privata da parte del paziente) sia del paziente che, almeno formalmente, ? contenuto rispetto alla propria intrusivit? nella vita dell?analista.

Applicando questo concetto alla nostra esperienza di colloqui al nido, possiamo individuare alcuni elementi formali significativi nella relazione con i genitori.

Luogo. Spesso i genitori ci fermano sulla porta, in entrata o in uscita dal nido, per raccontarci episodi della vita del loro bambino, fatti che li hanno preoccupati, novit? anche di carattere personale che li stanno mettendo in difficolt?. Quando la portata dello scambio va oltre una breve comunicazione di servizio, pu? essere opportuno proporre un luogo e uno spazio ?altro? in cui affrontare questi contenuti. Il luogo tutela e protegge la riservatezza delle comunicazioni, garantisce la privacy necessaria a evitare che un altro genitore, passando vicino, colga elementi o estrapoli frasi che potrebbero essere utilizzate nei modi pi? diversi e talora distorti.

L?arredo, la sistemazione della stanza dedicata al colloquio, rappresentano ulteriori elementi rilevanti. La possibilit? di svolgere l?incontro in un luogo sobrio ma accogliente e ordinato, utilizzando sedute disposte a cerchio, facilita l?avvio di un pensiero attento al bambino, alle osservazioni raccolte, e la costruzione di un immaginario condiviso.

Tempo. Spesso rimandare la conversazione a un appuntamento diverso rappresenta di per s? gi? un elemento di aiuto e sostegno educativo. Se diciamo al genitore che possiamo parlarne domani o fra tre giorni, restituiamo alla madre o al padre la sua competenza adulta di attendere, di aspettare, al contrario dei bambini che richiedono con urgenza una risposta immediata, a volte pretendendola.

Il genitore che si presenta al colloquio fissato in un secondo momento non ? lo stesso genitore che ci ha detto delle cose sulla porta: in qualche modo ha gi? avviato una sua elaborazione, ? stato invitato a pensare, spesso ci offre una sua interpretazione dei fatti. ? importante essere pronti a prestare attenzione al momento presente, non dimenticando quanto ascoltato in precedenza, ma pronti a dare spazio a ci? che il genitore vuole raccontarci oggi, che ? ci? che per lui ? importante.

Diverso ? ovviamente il caso del colloquio sollecitato dall?educatrice. In questo caso il genitore non sempre ha ben chiaro per quale motivo ? stato invitato e dunque porta con s? una quantit? di dubbi, fantasie e spesso timori dei quali dobbiamo tenere conto all?inizio del colloquio.

Durata. Non vi ? in letteratura un riferimento temporale univoco per i colloqui in ambito educativo. In molti servizi si considera che 20 minuti possano bastare per un colloquio di pre-inserimento. Pensiamo che 45 minuti siano un tempo pi? adeguato per poter dare spazio al genitore, sapendo che, in soli 20 minuti, difficilmente un genitore disporr? del tempo necessario per riportare cosa gli sta veramente a cuore, cosa lo preoccupa ma sentir? di dover solo rispondere a delle domande, senza poter presentare le sue.

? importante che la durata del colloquio sia esplicitata prima o all?inizio dell?incontro, cos? come sia chiaro al momento dell?appuntamento, l?orario di inizio. Questo ci consente di notare se il genitore arriva in ritardo o al contrario con largo anticipo e di tenere in mente queste informazioni, senza necessariamente utilizzarle, come aiuto alla comprensione del colloquio.

Concordare all?inizio del colloquio quanto durer? l?incontro, colloca genitore ed educatore in una situazione di tranquillit? e chiarezza reciproca. Il genitore può cogliere che l’educatore è disponibile per lui in quel momento, senza pensieri secondari. Il colloquio non durerà poco perché mancano argomenti o non ci si attarderà al contrario troppo a lungo perché il proprio bambino ha delle difficoltà importanti, o perché il genitore è logorroico, o perché l’educatore offre un trattamento speciale a quella particolare famiglia.

L?educatore si sentir? autorizzato a congedare il genitore allo scadere del tempo concordato senza sentire di privare la famiglia della dovuta attenzione. Al tempo stesso, se il genitore volesse concludere in anticipo l?incontro, ci si potrà domandare cosa lo ha spinto a non utilizzare tutto il tempo a sua disposizione.

Timing. Consapevoli che i bambini sono persone in continuo cambiamento e che seguire la loro crescita è spesso un percorso complesso e insieme appassionante, occorre programmare più incontri nel corso dell?anno educativo. In linea generale, tre incontri possono essere necessari, ma non sempre sufficienti, ad accompagnare il percorso di un bambino e dei suoi genitori. Oltre al colloquio di inizio anno o di pre-inserimento, possiamo immaginare un colloquio intermedio e uno a conclusione dell?anno educativo. Ovviamente questo rappresenta uno schema ideale che non sempre si riesce a realizzare con tutti i genitori, mentre con alcuni si verificano anche più occasioni d’incontro.

Va pure detto che nei nostri servizi vi sono altre occasioni informali di incontro durante le riunioni, le giornate al nido, il compleanno del bambino che spesso rispondono al bisogno del genitore di sapere come sta il proprio figlio nel servizio, di avere rimandi e riscontri dalle educatrici in un setting meno formalizzato.

La seconda accezione di setting offerta da Ferro fa riferimento al setting come assetto mentale dell’analista. Dal nostro punto di vista, questo ci richiama alla possibilità di lavorare anche in contesti in cui il setting appare labile se non inesistente. È possibile lavorare in ambito educativo ma anche clinico, anche in ambiti che non godono della protezione e della tutela di un setting. Questo implica che gli elementi formali siano presenti con chiarezza nella mente di chi conduce il colloquio o la conversazione con il genitore. Luogo, tempo, durata divengono allora gli argini interni che consentono di ascoltare, incontrarsi, scambiarsi contenuti significativi anche in condizioni anomale, sulla porta del nido, al telefono, a volte anche via mail. Insomma, è possibile permettersi di rompere una regola, purché sia presente una qualche consapevolezza di averla infranta, del perché questo è accaduto, di quale obiettivo intendiamo raggiungere con il nostro intervento.

Possiamo paragonare il rispetto del setting all’esercizio da parte dell’educatore della propria funzione paterna, mentre i contenuti del colloquio all’esercizio della funzione materna. Se nel corso del colloquio è compito dell’educatore ascoltare, accogliere, dare contenimento affettivo, il setting ci consente di stabilire limiti, confini, di conservare intatto il rapporto con la realtà.

Mi sembra che l’esperienza di Winnicott[2] dei colloqui tenuti via radio nel secondo dopoguerra possa offrirci un esempio di come sia possibile svolgere un buon contenimento genitoriale per i nostri genitori, anche in setting diversi e innovativi.


[1] Ferro, A. (1996). Nella stanza d’analisi. Emozioni, racconti, trasformazioni. Milano: Cortina.

[2] Winnicott D. (1993). Colloqui con i genitori. Milano: Cortina.

[Immagine da Claude Ponti, Catalogo dei genitori, Babalibri editore, Milano]