WP_001104Alessandra Biaggi. Il lavoro intenso con i bambini e i genitori al nido e in ospedale ha consolidato il mio interesse per le esperienze e le relazioni precoci. Questo scritto è un’occasione per ordinare input e materiali raccolti negli anni e sottoporli a una personale riflessione.

Nel mio percorso di formazione come psicologa clinica ho iniziato a interessarmi alle problematiche dell?ambito perinatale nei primi anni dell’Università, dopo aver assistito ad alcuni convegni che mi hanno colpito al punto da spingermi ad approfondire l’argomento. Nella tesi di laurea triennale ho indagato il tema dello sviluppo del Sé nel feto in relazione agli stimoli esterni e agli stati emotivi materni. In seguito ho portato a termine un anno di infant observation e poco dopo ho partecipato a un progetto di ricerca sulle problematiche alimentari nella fascia 0-6 anni che prevedeva osservazioni settimanali condotte secondo il modello Tavistock, presso una scuola dell’infanzia.

Nel 2009 ho iniziato a lavorare al mio progetto di tesi sperimentale presso il Reparto di Patologia Perinatale dell’Ospedale Macedonio Melloni, con l’intento d’indagare l’impatto della nascita prematura sul benessere psichico della madre. Ho continuato poi a lavorare nello stesso Ospedale, dove attualmente collaboro all’attività di ricerca sulla psicopatologia perinatale e sui fattori di rischio che concorrono a determinarla.

Ho partecipato e svolto direttamente numerosi corsi di preparazione al parto e di sostegno alla genitorialità e ho tradotto dall’inglese un libro sulla preparazione alla genitorialità. Da più di due anni mi occupo della consulenza on-line alle donne e ai genitori durante la gravidanza e nel post-partum.

Da circa un anno e mezzo lavoro come educatrice in uno dei nidi d’infanzia gestiti da Spaziopensiero.

Il lavoro intenso di questi anni, svolto con i bambini e i genitori al nido e in ospedale mi ha arricchito molto non solo dal punto di vista delle conoscenze ma anche e soprattutto dal punto di vista personale, e ha consolidato e rafforzato la mia passione e il mio interesse per le esperienze e le relazioni precoci. Sono molto contenta delle esperienze che ho fatto e che sto facendo e ho in mente molte idee e progetti che spero di poter realizzare nel futuro. Questo scritto rappresenta un’occasione per ordinare input e materiali raccolti nel corso degli anni e sottoporli a una personale riflessione.

La gravidanza rappresenta un momento molto particolare nella vita della coppia genitoriale, soprattutto della donna, momento che presenta caratteristiche difficilmente assimilabili ad altri periodi della vita.

Come accade anche fra gli animali, infatti, i genitori cominciano a prepararsi concretamente e psicologicamente all?arrivo del proprio bambino, predisponendo uno spazio fisico e mentale che potrà accoglierlo quando nascerà. In altre parole, i genitori cominciano a preparare il nido, il che comporta un grosso lavoro soprattutto in termini psicologici perché occorre riorganizzarsi psichicamente per far posto ad un terzo che sta per arrivare. La riorganizzazione riguarda i principali ambiti della vita, dall’immagine di Sè e di coppia affettiva, ai rapporti familiari e sociali, alla condizione lavorativa fino alla gestione del tempo libero e degli hobbies. Da individui si diviene genitori, da coppia sentimentale coppia genitoriale; oltre che figli si diviene anche genitori mentre i propri genitori, a loro volta, diventano nonni e così via.

Le menti dei genitori sono inoltre impegnate in un lavoro di vera e propria costruzione: costruzione dell’immagine del proprio bambino, processo che avviene in parte consapevolmente e in parte inconsapevolmente; costruzione del legame con il proprio bambino, costruzione dell’immagine di sé come genitori, attraverso il confronto più o meno cosciente con il propri genitori; costruzione di interrogativi, paure e desideri per quello che sarà il dopo.

La donna è, in genere, più coinvolta a livello emotivo e più consapevole delle diverse fasi della gravidanza rispetto al padre, proprio perché vive direttamente i cambiamenti che appaiono sul suo corpo oltre che nella sua psiche. Il padre, di contro, vive la gravidanza con una funzione più da spettatore mentre inizia a divenire più coinvolto negli ultimi mesi di gravidanza e infine con il parto e con la nascita del bambino. Se la madre, soprattutto verso la fine della gravidanza, diviene emotivamente più sensibile quasi ripiegata su di sé, mostrando così una maggiore capacità di sintonizzazione con il proprio bambino, di contro il padre dimostra il proprio cambiamento interiore in altri modi, altrettanto importanti e significativi. In genere, in questo periodo, gli uomini si sentono più responsabilizzati e investono molte più energie nel lavoro perché sentono più forte l’impegno della famiglia che sta crescendo. Questo processo è spesso accompagnato da emozioni sia positive sia negative quali orgoglio, felicità, speranza ma anche ansia e preoccupazione.

Negli ultimi mesi di gravidanza fino al terzo mese di vita del bambino, la donna si trova, infatti, in una condizione di elevata fragilità psichica, condizione che le permette di essere maggiormente in contatto con l’esperienza del suo piccolo e, di conseguenza, più in grado di coglierla, comprenderla e di darvi una risposta adeguata. Winnicott ha definito tale condizione psicologica preoccupazione materna primaria, assimilandola a una vera e propria malattia, sottolineando nello stesso tempo la necessità che la madre sperimenti tale stato mentale perché possa entrare in sintonia con il proprio bambino (Winnicott 1958).

D’altro canto, la funzione del padre è fornire un supporto alla madre e contenere le sue proiezioni, per evitare che queste ricadano sul bambino. In altre parole, il padre deve contenere psichicamente la madre in modo tale che ella possa operare allo stesso modo nei confronti del proprio bambino. Nelle fasi precoci il ruolo del padre è di contenimento delle angosce paranoidi che inevitabilmente emergono nella donna che sta per diventare madre, indirettamente contribuendo a rinforzarla nelle sue capacità e competenze. Il padre ha sempre più riconosciuto il compito importante di dare un aiuto anche concreto alla madre, sollevandola in alcuni momenti dal lavoro di accudimento del bambino così impegnativo dal punto di vista sia fisico che emotivo. Più avanti, il padre dovrà occuparsi non solo di contenere la madre e così il bambino, proteggendo in questo modo entrambi, ma anche di intervenire, anche se in modo graduale, per separare la diade in modo tale da evitare che la simbiosi materno-infantile si protragga troppo nel tempo e rischi così di soffocare il bambino.

Il ruolo di sostegno e aiuto che fornisce il padre e, in generale, tutta la rete di supporto, è quindi essenziale per il benessere della madre, sia durante la gravidanza sia nel post-partum. Sappiamo che la solitudine e la mancanza di aiuto sono tra i principali fattori di rischio sia per l’insorgenza di patologie depressive sia per i maltrattamenti fisico-emotivi nei confronti del bambino.

Attualmente stiamo assistendo a numerosi cambiamenti nell’ambito dei ruoli famigliari rispetto al passato. I padri vogliono essere e sono molto più coinvolti nella cura dei bambini fin dalla nascita e per tutto il corso della vita. Sono padri più attenti, più affettuosi, più vicini ai loro bambini. Di contro, le madri vogliono avere una propria vita al di fuori della famiglia e un’indipendenza economica e lavorativa che le porta a stare spesso lontane dai propri bambini per gran parte della giornata. In ogni modo, i cambiamenti economici fanno si che spesso sia molto difficile che la donna possa non lavorare, anche qualora non desideri farlo.

All’interno di questa cornice psicobiologica e socioculturale ogni donna e ogni coppia genitoriale si trova a dover gestire, consapevolmente o inconsapevolmente, il proprio equilibrio psico-fisico che viene continuamente sollecitato da fattori di stress interni e/o esterni (Panchieri e Bressa 1990). Nella nostra cultura, infatti, la gravidanza e la nascita di un bambino sono associati in modo univoco a emozioni positive mentre la sperimentazione di emozioni negative non è ritenuta possibile e come tale non accettata.

Al contrario, la gravidanza, il parto e la nascita di un bambino, proprio per i cambiamenti psichici, fisici e sociali che li caratterizzano, possono elicitare emozioni negative o vere e proprie manifestazioni di disagio psicologico più o meno severe. Alcune di queste, di entità lieve e destinate a esaurirsi o per lo meno a ridursi nel breve tempo, sono molto comuni e come tali sono sperimentate dalla maggior parte delle donne. Esse sono il risultato di quel faticoso processo di riorganizzazione psico-fisica che caratterizza la nascita di un bambino. Altre, al contrario, sono più intense e destinate a protrarsi nel tempo se non ricevono l’attenzione e la cura adeguate.

In generale, il periodo della gravidanza e del post-partum è caratterizzato da una reattività emotiva intensa e ciò rappresenta un fattore di vulnerabilità per l’insorgenza di forme di disagio più o meno marcato.

All’interno di una cornice eziologica multifattoriale di tipo bio-psico-sociale, nell’insorgenza di tali forme di difficoltà, si possono tenere presenti alcuni fattori di rischio, senza tuttavia avere la pretesa di indicarli quali responsabili della comparsa del problema, la cui comprensione non può in nessun modo derivare da modelli lineari di tipo causa-effetto. Tra questi fattori, alcuni possono essere considerati relativamente recenti poiché sono in qualche modo collegati alla gravidanza e/o al parto mentre altri sono, per così di dire, più antichi perché appartengono alla storia della donna, del partner e delle loro famiglie, anche se è facile comprendere come spesso si possano creare dei collegamenti tra i due ordini di fattori.

A questo proposito, difficoltà di concepimento, aborti ripetuti provocati o spontanei, gravidanza non desiderata o non programmata, gravi sintomi psicosomatici durante la gravidanza come vomito intenso e continuo, ripetute minacce di aborto o di parto prematuro e/o problematiche fisiche della donna o del bambino, caratteristiche del feto (come ad esempio il livello di attivit? motoria), sintomi depressivi o ansiosi durante la gravidanza, supporto percepito scarso o assente, difficoltà con il partner, paura del parto, complicazioni ostetriche, parto doloroso o traumatico, baby-blues, caratteristiche del bambino dopo la nascita, sono alcuni dei numerosi fattori di rischio che possono alterare l’equilibrio emotivo della donna. Inoltre, storia personale e/o famigliare di psicopatologia soprattutto se di tipo ansioso o depressivo, psicopatologia del partner, eventi di vita stressanti, presenza di relazioni interpersonali problematiche e/o conflittuali con la propria famiglia di origine, con il partner e con altre persone significative, modelli di attaccamento insicuri o disorganizzati nei confronti delle figure parentali, sono ulteriori fattori che possono interferire con il benessere psicologico della donna sia durante la gravidanza sia dopo il parto. Ci sono poi altre condizioni particolari che possono costituire di per sé una fonte di rischio per così dire aggravato e che, per questa ragione, necessitano di un’attenzione specifica e di un trattamento personalizzato volto a promuovere il benessere psicologico, e la prevenzione di un possibile disagio.

Tra queste, particolare importanza rivestono la gravidanza in adolescenza, il parto gemellare o plurigemellare, il parto prematuro, la nascita di un bambino con patologia fisica più o meno invalidante.

Le manifestazioni di disagio e/o patologiche che possono derivare dall’intreccio di questi fattori sono molteplici e diversificate contrariamente a quanto potrebbe far pensare il privilegio indiscusso che riscuote la depressione post-partum non solo tra i media ma anche tra i clinici e i ricercatori. Per quanto, infatti, la depressione post-partum, il cui periodo di insorgenza si colloca a partire dal primo mese di vita del bambino, sia una delle forme di disagio più diffuse nel post-partum, esistono altrettante espressioni, in primis i disturbi d’ansia e altre sintomatologie depressive che insorgono non solo dopo il parto ma anche durante la gravidanza

In generale, al di là delle classificazioni nosografiche, è importante considerare che esiste la possibilità che la madre e il padre, possano sperimentare sensazioni di disagio più o meno intense o vere e proprie psicopatologie durante la gravidanza e il post-partum e che queste possono avere degli effetti negativi oltre che sul proprio benessere anche su quello del bambino, fin da prima della nascita. Gli effetti negativi possono avere ricadute sulla costruzione della relazione emotivo-affettiva genitore/bambino, sul benessere del partner e della relazione di coppia. Molte ricerche evidenziano gli effetti che, durante la gravidanza, ansia e depressione della madre, hanno sul feto, per quanto riguarda la formazione del Sé. In questi casi, la frequenza di complicazioni durante la gravidanza di parti difficoltosi, e spesso prematuri, è maggiore. Inoltre i bambini stessi alla nascita possono apparire più letargici o più difficili, alimentando in questo modo i vissuti ansioso/depressivi delle madri e contribuendo a rendere più complicata la costruzione della loro relazione. Di contro, le madri con il loro comportamento non sintonico tendono a rinforzare le caratteristiche negative dei bambini, creando una spirale che si autoalimenta e che difficilmente si interrompe da sola, senza un intervento esterno.

Una madre depressa è una madre fisicamente presente ma emotivamente assente. Ella non è in grado di pensare e di fungere da contenitore emotivo per il suo bambino e ciò ha degli effetti significativi sul benessere del piccolo e della loro relazione sia a breve che a lungo termine.

Dalle ricerche emerge che, nel corso della gravidanza o nel post-partum, il 20% delle donne presenta disturbi di tipo affettivo (Born, Zinga e Steiner 2004). Questo dato non prende tuttavia in considerazione l’incidenza delle altre patologie e del baby-blues che si manifesta nel 70/80% delle donne dopo il parto. Il baby-blues, detto anche lacrime del latte, compare in genere tra il terzo e il quarto giorno dopo il parto, in coincidenza con l’arrivo del latte e le dimissioni dall’ospedale, con sintomi quali pianto, tristezza, irritabilità, disturbi del sonno e dell’appetito, ansia e confusione, stanchezza etc., e tende a risolversi spontaneamente nel giro di due settimane (Marcus and Heringhausen 2009).

Molti studi sottolineano che questi dati sottostimano la reale incidenza della problematica, poiché in molti casi i disturbi non vengono rilevati oppure non ricevono una cura adeguata. La mancanza di conoscenze sulle forme di disagio che possono insorgere nel periodo perinatale, oltre che la presenza di miti profondamente radicati nel tessuto sociale in merito alla maternità come periodo caratterizzato univocamente da gioia e serenità, ostacolano la domanda di aiuto da parte delle madri stesse e impediscono agli operatori socio-sanitari ma anche ai familiari di riconoscere il problema.

Ecco perché è di fondamentale importanza che siano promossi programmi formativi non solo per i genitori ma anche per gli operatori socio-sanitari, oltre che ovviamente interventi volti a promuovere il benessere delle madri e anche dei padri già a partire dalla gravidanza, anche in assenza di un disagio conclamato. Gli interventi che possono essere messi in atto sono molteplici e diversificati ma è importante che essi siano il più possibile precoci perché, in questo modo, hanno più probabilità di produrre esiti positivi prima che i problemi si strutturino profondamente nel corpo e nella psiche di tutti i partner implicati nella relazione, in particolare del bambino.

Si può quindi dire che occorre garantire alle madri e, in generale a entrambi i genitori, uno spazio mentale nel quale si possa creare una continuità tra sensazioni, emozioni e pensieri in modo tale che la sofferenza possa trovare una forma di accoglimento e, di conseguenza, essere verbalizzata ed elaborata. Come dice Selma Fraiberg:

Se qualcuno è disposto ad ascoltare le lacrime della madre, quello sarà anche il momento in cui la madre sarà in grado di ascoltare il suo bambino.

[Immagine tratta da Alessandro Sanna, Piccola Luce, Grandir, 2009]